
di ANTONIO MEZZANOTTE .
Per le "Interviste impossibili di Mezzanotte", oggi abbiamo con noi Ugo Malmozzetto, conquistatore normanno vissuto nella seconda metà del sec. XI.
D: Conte Ugo, prima di raccontare le vostre gesta, permettetemi una curiosità. Il vostro nome, Malmozzetto… suona come un marchio di sventura. È nome di casata o soprannome guadagnato sul campo?
R: Ah, quel nome! Non nacqui con esso, ma lo meritai. I miei nemici lo sussurravano con timore, i monaci lo scrivevano con inchiostro tremante. “Malmozzetto” — colui che porta cattivo consiglio, che semina discordia tra le mura sacre, un brutto ceffo, direste voi moderni. Un insulto, forse. Ma io lo presi come titolo d’onore. Meglio esser temuto che ignorato.
D: E le vostre origini? Siete normanno, si dice, ma il vostro accento ha il sapore dell’Abruzzo.
R: Normanno di sangue, abruzzese di conquista. Mio padre Gerberto giunse con le prime ondate, quando i figli del Nord calavano come falchi sulle terre longobarde. Io nacqui tra le pietre di una rocca dimenticata, crebbi tra le spade e le faide. Il mio latino è rozzo, il mio francese è tagliente, talvolta mi dichiaro di legge longobarda, ma il mio cuore batte al ritmo delle montagne d’Abruzzo.
D: Vi descrivono come un ometto mezzo deforme e sfregiato, una specie di diavolo...
R: Non fatemi ridere! Sono chiacchiere d'osteria messe in giro dai miei nemici, dai monaci casauriensi. Chiedete invece ai bravi frati di San Bartolomeo di Carpineto della Nora: risponderanno che sono bello e sereno come un Arcangelo! In verità, niun uomo è stato più vigoroso di me e vi sarà motivo valido perché vengo appellato anche come Ugone, di nome e di fatto! Sette figli ho avuto, non so se mi spiego, eh?
D: Ditemi, che accadde all’Abbazia di San Clemente a Casauria? V’è chi narra di fiamme e prigionie…
R: Ah, San Clemente… quel nido di monaci e presunzione. L’abate Trasmondo, che si credeva più astuto d’un volpone, osò sfidarmi. Io, che non piego il ginocchio né davanti a Dio né a chi lo serve, lo presi come si prende un topo in trappola. L’abbazia? La purgai. Non v’è gloria senza cenere, messer scriba.
D: Messer scriba? A me? Oh per la Majella, conte, non confondetemi con un copista da sacrestia! Io son cronista e giurisperito, uomo di penna e giudizio, non servo d’inchiostro!
R: Oh, perdonatemi, messere. Talvolta la lingua corre più veloce del pensiero, specie quando il vino è buono e la compagnia pungente. Ma non crucciatevi: siete più acuto di quanto sembriate.
D: Proseguiamo, che è meglio. Eppur, a San Bartolomeo di Carpineto della Nora, Voi agiste con mano ben diversa. Donaste terre, protezione… quasi foste un patrono.
R: Perché quel monastero seppe leggere il vento. Si liberò da vincoli antichi e mi accolse come segno celeste. Io, che non son santo, ma porto ordine ove regna il caos, offrii lor la mia spada ed essi mi diedero il loro canto. Così si forgia alleanza, non con l’inchiostro, ma col sangue. E con un po’ di buon senso, che ai monaci non guasta.
D: Veniamo ora alla vostra cattura. A Prezza, si dice, foste preso non da spade, ma da sguardi. La sorella del Sire di quel castello… avvenente donna di beltà e inganno. Confessate, vecchio marpione, vi siete fatto incantare.
R: Vecchio marpione? Ma che modo è questo di rivolgersi a un conte? Io, incantato? Mai! Io... io fui vittima d’un sortilegio ben congegnato.
(Una pausa. Il conte si raddrizza, finge sdegno. Ma sotto i baffi, un sorriso si fa largo, compiaciuto e vanitoso.)
Ella mi invitò con parole dolci e occhi che promettean paradiso. Io, che avevo resistito a mille assalti, caddi per un sorriso. Entrai nella sua dimora come lupo, ne uscii come agnello. I suoi servitori mi legarono mentre ella mi accarezzava il volto e mormorava: “Anche il ferro si piega, se il fuoco è gentile.”
E io, lo ammetto, fui lieto d’esser piegato.
D: Il tempo in cui viveste, conte, fu turbolento. Il secolo XI, tra papi e imperatori, tra riforme e ribellioni…
R: Turbolento? Fu un banchetto per uomini come me. Mentre i prelati si scambiavano scomuniche e i baroni si contendevano castelli, io prendevo ciò che gli altri lasciavano. Le abbazie erano ricche, i vescovi ambiziosi e il popolo affamato di protezione. Io fui la risposta — brutale, sì, ma efficace. In tempi di caos, il ferro detta legge.
D: Conte Ugo, le vostre parole son ferro e poesia. Vi ringrazio e vi lascio alle ombre che vi reclamano.
R: Che le ombre mi accolgano come fratello. E che il mondo non dimentichi il nome di chi sfidò i santi e si arrese solo all’amore.
(Non mi risultano raffigurazioni di Ugo Malmozzetto; pertanto, accompagna questa intervista impossibile un suo possibile ritratto realizzato con l'intelligenza artificiale)
















