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"Le interviste imposssibili di Antonio Mezzanotte" Oggi è con noi Modesto Della Porta, sarto, poeta e strumentista

di ANTONIO MEZZANOTTE

D: «Modesto! Che effetto fa trovarsi qui, negli anni duemila, a tu per tu con chi ancora recita a memoria i suoi versi nei vicoli di Guardiagrele?»

R: «Senti na mpo', la verità? Mi fa strano. Io sono stato sempre un uomo semplice, un sarto. Sono nato qui a Guardiagrele nel 1885 e qui ho passato tutta la vita, seduto a tavolino nella mia bottega con l’ago, il filo e le forbici in mano, fino a quando me ne sono andato nel 1938. Sci, ho provato l'avventura a Roma, ma mi pigliò la pecundrie, la nostalgia come si dice in italiano, e me ne tornai alla Guardia. Non avevo la pretesa di fare il letterato, non avevo la preparazione di don Cesare De Titta, tanto per dire. Lui usava la penna come un cesello d’oro, io... io usavo l’ago, e ogni tanto buttavo giù qualche capoverso per ridere o per consolare la miseria. Se la gente ancora si ricorda di me, vuol dire che l’abito che ho cucito all’anima abruzzese era della taglia giusta.»

D: «Visto che lo ha citato… Don Cesare De Titta parlava della lingua abruzzese come di una musica sacra, legata alla terra e alla tradizione colta. Per lei, invece, cos’era il dialetto?»

R: «Per me era la parlata della bottega, del barbiere, del contadino che torna dalla campagna con le scarpe rotte. Don Cesare guardava la Majella e ci vedeva i miti antichi; io guardavo la Majella e ci vedevo una madre che d’inverno ci mandava il freddo e d’estate ci rinfrescava la cantina. Il mio dialetto è ironico, malinconico, umile. È la lingua di chi deve campare alla giornata, ma non perde la voglia di fare una battuta.»

D: «Una delle sue poesie più celebri, "Serenata a Mamma", mette in scena proprio questo contrasto: la comicità di un suonatore di trombone e la malinconia della miseria. C’è tutta una filosofia lì dentro, vero?»

R: «Ah, lu trombone! Sì. Quella poesia comincia quasi come uno scherzo, con l’idea di portare un po’ di musica alla mamma:

"O Ma’, se quacche notte mi ve”mmente / ti vujje fa’ una bella ‘mpruvisate; / t’aja mini’ a purta’ una serenate / nche stu trumbone d’accumpagnamente."

Ma lo strumento è rozzo e chi lo suona non ha fiato. È la fatica di chi deve soffiare dentro un tubo di ottone per far divertire gli altri, mentre magari ha la testa altrove, la tosse o lo stomaco vuoto. Il vicinato sente la musica e pensa che il suonatore sia allegro, esclamando “Vijat'a jsse coma sta cuntente!”. Ma la madre sa la verità. E il finale mostra tutto il dolore che si nasconde dietro quella ballata:

"Ma tu che mi cunusce nen ti sbe’jje: / li si ca ogni suffiate è nu suspire, / li si ca ogni mutive è nu lamente!"

Ecco, la vita dell’artista di paese era tutta lì: metterci la scorza e il fiato, nascondendo un lamento dietro una nota di accompagnamento.»

D: «Eppure, accanto a questa malinconia, c’è sempre un’ironia che diventa una vera e propria filosofia di vita di fronte alle sventure, come in "Pace e sonne", davanti a un ladro sorpreso in casa.»

R: «Ah, la storie di ‘Ntonie di Fanelle! Quella è la reazione del vero povero diavolo che non ha niente da perdere. Stu vecchiette si sveglia di colpo nel cuore della notte per un rumore e, muovendo la testa tra il chiaro e lo scuro, si accorge di avere un ladro in camera che sta frugando dappertutto con uno scalpello:

"vidì nu latre ‘nche nu scarapelle, / che jave sbuscichènne le vedelle / dentr’a li stipe e pe’ le tiratùre."

Qualunque altro avrebbe urlato. Lui no. Guarda quel ladro e gli dice con una calma disarmante che se la credenza è vuota di giorno, figuriamoci al buio:

"‘N ci trove manche sale i’ di jurne: / che pu’ truvà’ mo signurì di notte?"

Poi si tira la coperta addosso e in santa pace torna a dormire. Il sonno vale molto più di quello che un povero ladro può sperare di svaligiare dove manca pure il sale.»

D: «In passato Lei è stato spesso snobbato dalla critica letteraria, eppure ha sempre riscosso un grande successo popolare. Ho letto che addirittura nel 1920 riuscì a vincere il primo premio alla Festa delle canzoni di Lanciano, suscitando le rimostranze di famosi poeti che vi avevano partecipato. Come se lo spiega?»

R: «Amico mio, le poesie che scrivevo erano condite da fame e miseria, ma non bisogna mai piangersi addosso, perché con un pizzico di ironia la vita appare più sopportabile. Eppoi io ero bravo a cucire, panni o versi, sapevo come vestire le persone e i loro sentimenti.»

D: «Capisco. C’è poi un’altra poesia straordinaria, "Lu miràquele di San Donate", legata al Santo patrono di Guardiagrele. Lì l’ironia tocca la devozione popolare in un modo incredibile e il protagonista viene proprio dalle mie parti, da Rosciano.»

R: «Ma certo! Quel “cafone” devoto e d’acciaio è proprio un tuo compaesano, uno di Rusciane. Nella poesia racconto di questa grande festa, con le campane che suonano, quando all’improvviso succede il finimondo: una campana si stacca dal campanile e piomba giù sulla folla dei pellegrini:

"s’è rutelàte da lu campanine / sopr’a la folle e a une di Rusciane"

La campana lo prende in pieno e non gli lascia “manche n’osse sane”. Tutti corrono spaventati a cercare il medico o l’aceto. Ma il roscianese, con una tempra e una fede incrollabile, rifiuta tutto e vuole solo andare all’altare:

"Ma lu cafone à ditte: 'no, nïente, / jam’a la cchiese, a San Donate bbelle”.

Va dritto a fare un ringraziamento e a far cantare le litanie, felice perché, sotto quel cataclisma di ferro, è rimasto vivo. Ecco il “miracolo” all’abruzzese: una campana in testa che ti rompe le ossa, ma tu ringrazi il Santo perché non sei morto! C’è tutta la fiera, incrollabile e ironica resistenza della tua gente.»

D: «Se dovesse lasciare un messaggio all’Abruzzo di oggi, cosa direbbe?»

R: «Direi di non perdere l’ironia e, soprattutto, di non vergognarsi mai di essere “comuni”. Oggi tutti vogliono fare i professori, i gran signori, pure se ci sta tanta "gnurantetà". Ma la vera poesia sta nelle cose piccole, nell’artigianato, nel saper ascoltare il silenzio delle nostre montagne e lo struscio dei passi sul selciato. Cucite la vostra vita con fili buoni, resistenti, come facevo io con i pastrani d’inverno. E ogni tanto, fermatevi a sentire una banda che passa.»

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