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SANCIO DI VILLA OLIVETI: CHI ERA COSTUI?

ANTONIO MEZZANOTTE

Almeno una volta siamo stati a San Liberatore a Majella, questa grandiosa chiesa abbaziale sita tra i boschi di Serramonacesca (PE). Ci si va per celebrare matrimoni oppure per godere di una breve frescura, specialmente in estate, magari dopo esser risaliti dalla sottostante forra dell'Alento.

Ne ammiriamo le possenti architetture, la spazialità dell'impianto basilicale, il pulpito, il pavimento cosmatesco della navata centrale, le grandiose arcate, simili ad archi di trionfo.

Epperò quasi mai vengono in rilievo le pitture.

O meglio: lungo le navate laterali sono state riportate porzioni di affreschi (celeberrimo quello di Teobaldo che regge in mano un modello dell'abbazia) che in origine, prima del restauro degli anni Settanta, erano collocate nell'abside e risalgono al 1500.

Gli affreschi cinquecenteschi, realizzati nell'ultimo periodo di rinnovata prosperità del cenobio magellense, coprivano altre pitture, più antiche, probabilmente della seconda metà del 1200, di stile gotico, forse realizzate da un artista d'oltralpe, ma ripriducendone in buona sostanza gli stessi temi.

Malgrado il restauro, questi affreschi sono di difficile lettura e probabilmente negli ultimi decenni l'usura del tempo ha contribuito al loro lento dissolversi, tanto è vero che passano quasi inosservati ai più.

E invece, se quelle mura potessero parlare!

Esse ci racconterebbero la storia di questa abbazia, della leggendaria fondazione ad opera di Carlo Magno, del monaco Teobaldo, che la rifondò, dell'origine dell'immenso patrimonio fondiario che faceva capo a San Liberatore a Majella, principale prepositura di Montecassino in terra abruzzese.

Vi è un affresco, in particolare, su cui vale la pena di soffermarsi. Si tratta della prima figura da sinistra. Un uomo, del quale riesce ancora a scoprirsi il volto, con copricapo, vestito di una tunica bianca e di un ampio manto rosso riccamente ornato e che indossa calzari con rialzo e calze scure. Reca in mano un cartiglio dalla lettura pressoché impossibile.

Allora, ricorriamo alle testimonianze di chi è riuscito non solo a leggere, ma anche a trascrivere quelle scritte quando erano ancora leggibili e vediamo che la vicenda si fa interessante: Sancio (non lo scudiero di Don Chisciotte, ma un personaggio benestante) signore laico, cioè che esercita un qualche potere su un luogo denominato Oliveto, lo dona al monastero di San Liberatore nel mese di ottobre dell'anno 1004.

Ecco svelato l'arcano: non solo questo Sancio nel 1004 donò a San Liberatore il compendio di beni immobili detto "Castrum de Oliveto", ma siccome dalle nostre parti l'unico luogo denominato Oliveto e che ha fatto riferimento per oltre mille anni a San Liberatore dalla fine del 700 al 1800 (e spiritualmente a Montecassino fino al 1977) è stato Villa Oliveti di Rosciano (PE) (dapprima Oliveto, fino al 1500 edificato intorno alla chiesa di San Lorenzo, poi abbandonato e ricostruito nell'odierno sito di Villa Oliveti intorno al 1600), da cui dipendevano anche Villareia di Cepagatti (l'antica foresta Reia, tra i fiumi Pescara e Nora) e Succeto di Chieti, scopriamo che quell'affresco e quel personaggio raccontano le origini di buona parte della storia di questi luoghi.

Ma v'è di più. Non erano sufficienti i documenti ufficiali per ricordare questa donazione? No, poiché la vicenda è assai complessa, in quanto questo Sancio non è che fosse proprio proprietario di Oliveto (a parte che sui documenti si parla anche della donazione di tale Zacco nel 1055, il cui padre Adamo aveva acquistato Oliveto nel 1037 da probabili usurpatori, ma in questa sede prendiamo per buona l'indicazione del cartiglio). Diciamo che Oliveto, che all'epoca probabilmente per estensione e redditività era tra i più importanti possedimenti benedettini, gli era stato dato a titolo precario dallo stesso monastero, forse in livello, forse in enfiteusi, ma egli si comportò in vita come se ne fosse stato il padrone (non era il solo e altri dopo di lui fecero lo stesso) e nell'ottobre 1004, forse in tarda età, per farsi perdonare e salvarsi l'anima ("pro anima mea" è il testo originale) decise di rimettere tutto nelle mani del preposito di San Liberatore.

Le azioni degli uomini possono essere dettate da fini egoistici, di arricchimento personale, ma se vuoi presentarti dinnanzi al Padreterno con i conti in ordine devi riconoscere la superiorità dell'Abbazia e dell'Ordine benedettino.

In altre parole, quelle pitture sfocate, deteriorate e oggi prive d'interesse, sono in realtà un grandioso manifesto politico in difesa dei diritti del monastero di San Liberatore a Majella e dell'abbazia madre di Montecassino, che hanno forgiato più di mille anni di storia di tante località abruzzesi, in un periodo, quale quello considerato, agli inizi del regno angioino, nel quale era forte la volontà di un riassetto del patrimonio benedettino dopo gli sconquassi dell'età sveva e federiciana.

Se, però, a Villa Oliveti di Rosciano è ancora vivo il ricordo del passato benedettino, che tanti benefici ha portato ai suoi abitanti, un po' di merito è anche di quel Sancio, che viene raffigurato nell'abside della chiesa di San Liberatore a Majella.

(Oggi il post è lunghetto, se qualcuno arriva alla fine spero che sia invogliato ad approfondire ovvero a scoprire con occhi nuovi San Liberatore a Majella. Nella foto, che è mia: la porzione sinistra dell'abside di San Liberatore, con l'affresco ducentesco di Sancio e Teobaldo)

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