Quando in Donbass si parlava veneziano, la Crimea era genovese, sul Mar d'Azov pescavano i pugliesi e Odessa era la Napoli del Mar Nero

ANTONIO MEZZANOTTE.

Dom 13 marzo, 2022/ Cultura.

In questi giorni vengono alla ribalta nomi di luoghi più o meno conosciuti: si sa che la Crimea è una penisola del Mar Nero, che il Donbass è quella regione geografica un po’ più a est, attraversata dal fiume Donec (questo forse è meno noto come nome), affluente del Don (che invece a noi italiani dovrebbe ricordare qualcosa per le vicende dell'ARMIR nel corso del secondo conflitto mondiale), che Odessa è un porto più a ovest, verso la Romania. Il resto è tragedia, come in tutte le guerre, ovunque esse siano.

Tana era un porto fondato nell'antichità dai greci nei pressi della foce del Don. La cittadina che vi fiorì attorno ospitò tra il 1200 ed il 1400 una delle più lontane colonie mercantili veneziane, i cui abitanti commerciavano con le genti delle steppe e delle regioni della Russia meridionale e frequenti erano le unioni con gente del posto. Una città cosmopolita per via della presenza anche di genovesi, greci, armeni, arabi. I primi scavi archeologici nella terre del Don furono opera di un nobile veneziano, Giosafat Barbaro, che da Tana nel 1437 risalì il corso del fiume e ci ha lasciato un resoconto dettagliato di quella spedizione.

Tutto decadde rapidamente dopo che i turchi ottomani occuparono Bisanzio e chiusero il Mar Nero alla navigazione. I resti di questa piccola realtà si trovano a circa 30Km da Rostov sul Don. Caffa, principale città della Crimea medievale, era colonia genovese, così come tutte le città della costa. All’interno della penisola vivevano i tartari. Genova vi si insediò nella seconda metà del XIII sec. e costruì città, fortezze (ancora visibili), strade, mercati. Quella striscia di terra prese il nome di Gazaria, arrivò a contare più di centomila abitanti, l'80% dei quali genovesi, ma dopo oltre due secoli di dominio ligure fu conquistata anch’essa dai turchi ottomani nel 1475. Circa 400 anni più tardi, agli inizi del 1800, a Kerch, situata sulla stretta punta orientale della Crimea, fiorì una importante comunità italiana di genti provenienti inizialmente soprattutto dalla Puglia, poi dal Piemonte, dal Veneto, dalla Sardegna e dalla Campania.

Da lì gli italiani si diffusero per le altre città della Crimea e anche sulle coste del mare d’Azov, a Mariupol, ad esempio (altro nome in questi giorni drammaticamente noto). Erano agricoltori, pescatori, marinai, poi architetti, notai, medici, ingegneri e artisti. Una fiorente comunità di oltre tremila persone (alcuni stimano cinquemila), in gran parte deportata e perita nei gulag dell'Asia centrale durante la Seconda guerra mondiale, come reazione all'invio delle truppe italiane al fianco dei tedeschi che avevano invaso la Russia.Oggi in Crimea restano un trecento italiani discendenti di quegli sventurati, altri sono tornati in Italia, vi è una associazione di Italiani di Crimea e la Russia nel 2015 ha riconosciuto formalmente agli italiani che ancora abitano lì lo status di minoranza perseguitata e deportata.

Odessa fu fondata nel 1794 da Giuseppe De Ribas, un ufficiale napoletano di origine spagnola passato al servizio della zarina Caterina II, ma già nel medioevo da quelle parti vi era un emporio commerciale genovese (dove si sentiva odor di quattrini, lì ci stava un genovese o un veneziano). Dalla fondazione e per tutto l’Ottocento la città crebbe e si arricchì grazie alla presenza di napoletani, genovesi, livornesi. La lingua italiana era quella degli affari e dei commerci, a teatro si parlava italiano, architetti, scultori, gioiellieri, pasticceri erano italiani (soprattutto napoletani e del nostro meridione), si pubblicava un giornale in italiano. La celebre canzone “O sole mio” fu composta nel 1898 da napoletani residenti in Odessa.

La Rivoluzione bolscevica del 1917 fece calare il sipario su questo variegato mondo lontano ma così vicino alla nostra cultura; molti italiani scapparono dalla città, altri si fusero con la popolazione locale, perdendo le proprie origini. Queste storie ci insegnano (sempre che la storia insegni davvero qualche cosa, io ne dubito) che totalitarismi, nazionalismi, imperialismi portano a niente di buono e che, probabilmente, la civile convivenza, il rispetto reciproco, l'ascolto e la mediazione, aiutando a prevenire i conflitti, in ogni ambito sono vantaggiosi per tutti. Ma ha ancora senso continuare a sostenerlo in questo tempo in cui il sonno della ragione sembra prevalere?

(Nella foto: il monumento a Giuseppe De Ribas, a Odessa, la Fortezza genovese a Sudak - l'antica Soldaia- in Crimea e la chiesa di S.Maria Assunta, detta degli italiani, a Kerch, sempre in Crimea).

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