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QUANDO IL CAMERLENGO DI ROSCIANO SELLÒ LA MULA E PARTÌ PER NAPOLI

ANTONIO MEZZANOTTE

Correva l’anno 1774.

A Rosciano erano stati appena conclusi i lavori di rifacimento della chiesa parrocchiale, che l’Università (come veniva detto il Comune nell'antico regime) aveva iniziato settant'anni prima con la costruzione della torre campanaria e poi proseguito con la parziale demolizione del vecchio edificio, la realizzazione del rustico, degli intonaci, degli stucchi. Aveva pure commissionato tre nuovi dipinti ad un giovane artista esordiente, Nicola Ranieri, che nei decenni successivi sarebbe diventato artefice e tra i principali esponenti della cosiddetta scuola pittorica di Guardiagrele.

Fatto è che nel 1774 Nicola Ranieri concludeva la tela del San Giovanni e contestualmente veniva posto l’ultimo mattone sulla facciata della chiesa. Festa e fiera per solennizzare l’evento e già qualcuno cominciò a proporre di dedicare la nuova chiesa a Santa Eurosia, che tanto proteggeva dai fulmini, dalle tempeste e dalla grandine, flagello dei rigogliosi vigneti che si stendevano da ogni parte attorno al paesello. Ma ecco che un giorno di aprile arrivò il Barone di Rosciano in persona personalmente, Zopito De Felici, con due operai armati di scala e martello; entrò in chiesa ed ordinò ai suoi dipendenti di demolire lo stemma del Comune scolpito "in cornu epistolae" (vale a dire a destra dell’altare maggiore). Disse più o meno così: «Io son Barone, colle e valle è tutta roba mia, fuori il Comune dalla chiesa mia». Com’era e come non era, il Barone reclamava il proprio diritto di patronato sull'intera chiesa (che voleva dire anche mettere le mani sulle rendite di questa, sulle sue numerose proprietà, sulle donazioni e sulle offerte di cui la parrocchia era beneficiaria, infine avere l'ultima parola sulla nomina dell’arciprete e del predicatore quaresimale).

Non era affare di poco conto: intorno all'Arcipretura all'epoca girava oltre il 30% dell'economia roscianese, se al Barone riusciva il colpo, sommata questa alle sue proprietà allodiali e feudali, avrebbe avuto in mano più della metà del paese e questa circostanza non era mai accaduta a Rosciano, con l'Università sempre ben attenta a tutelare i propri diritti ed un certo equilibrio di forze nei confronti del potere feudale. Corse il sagrestano dal Camerlengo (ossia dal Sindaco di allora) per riferirgli l’accaduto e tosto questi riunì i Deputati ed il Pubblico Consiglio; immantinente arrivò una formale diffida del Barone all’Università: «Si riconosca il diritto della camera baronale di disporre pienamente per antica consuetudine del patronato della Chiesa Madre di Rosciano con ogni pertinenza sua». Al sentir ciò, il Camerlengo sbottò: «nen ce penzà pi nninde!» Sellò la mula e partì per Napoli, per chiedere un parere legale ad uno dei più bravi avvocati del Regno, Domenico Bracale, specializzato in diritto civile e feudale.

Nel frattempo, aveva ordinato al sagrestano (che era di nomina comunale) di far ricostruire lo stemma dell’Università in cornu epistolae. L’avvocato napoletano accolse il Camerlengo di Rosciano con tanto di onori, pari al peso dei ducati che gli portava nella scarsella, giacché a quel tempo era sacro principio di civiltà pagare il giusto compenso a chi affidavi la soluzione dei problemi: «caro Camerlengo - esordì il Bracale - quelle del Barone sono chiacchiere, 'e chiacchiere s'è pporta 'o viento; 'e maccarune jengheno 'a panza!» Poi, forse rendendosi conto che il povero Camerlengo non era del tutto persuaso delle rassicurazioni appena ricevute, anche per darsi un maggior contegno aggiunse: «Verba volant, scripta manent, dite pure agli amici di Rosciano che ci penso io».

Notevolmente alleggerito (di denari e di ansia), il nostro Camerlengo tornò in paese e lì si avvide che il Barone non aveva perso tempo e già aveva notificato all’Università un ricorso alla Real Camera di Santa Chiara (tribunale di prima istanza, con sede in Napoli, per i conflitti in materia di giuspatronato ecclesiastico e laicale) per vedersi riconosciuti i propri diritti feudali. E qui la nostra ricostruzione dei fatti cede il passo alla grande maestria e competenza professionale dell’Avv. Domenico Bracale, che assunse la difesa del Comune e ci lasciò, in ricordo di quella strepitosa causa, la stampa della memoria difensiva, uno straordinario documento ricco di inediti riferimenti storici e di diritto, pubblicata a Napoli il 30 giugno 1774. Chi vinse la causa? Le carte processuali a noi note non ce lo dicono, ipotizziamo però il Comune, che in fin dei conti aveva sganciato fior di ducati per i lavori di ristrutturazione (4.403, per l'esattezza, campanile escluso - tanto per avere un'idea: la vecchia chiesa aveva un valore di soli 358 ducati). In ogni caso, i tempi stavano per mutare al peggio per coloro che poggiavano il proprio potere sugli antichi privilegi e dopo circa un trentennio le cannonate di Bonaparte avrebbero abolito il sistema feudale anche qui nel Regno di Napoli.

Quel libello defensionale, ritrovato giusto vent'anni fa nello scantinato di un antiquario milanese (e che è compreso in una piccola raccolta di altri atti processuali), ora si trova custodito presso l’Archivio di Stato di Pescara, a disposizione di studiosi e ricercatori, mentre la memoria in favore dell'Università roscianese è stata ristampata, commentata e distribuita gratuitamente alle famiglie del paese ed alle biblioteche pubbliche.

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