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PICCOLI RACCONTI: “Lo sai che i papaveri sono alti alti alti / e tu sei piccolina, che cosa ci vuoi far?"

di ELSO SIMONE SERPENTINI.

L’aveva sentita dire fin da quando era piccola quella filastrocca: “Lo sai che i papaveri sono alti alti alti / e tu sei piccolina, che cosa ci vuoi far?”. Così, quando quel bel papavero le era un giorno apparso, alto, bello, con la chioma rossa al sole, le era parso un dio e se ne era subito innamorata, quella cantilena le si era cucita addosso come un abito confezionato troppo stretto. Se lei era ormai persa per quel papavero, il bel fiore non la degnava di uno sguardo. Così la canzoncina sembrava che fosse stata scritta proprio per lei.

Tra gli altri papaveri era il più bello, il più alto, il più rosso, svettava tra gli altri. Ma i papaveri non erano come i girasoli, che giravano la testa in direzione della provenienza dei raggi del sole, e così anche il suo papavero non si girava né verso il sole né verso di lei. Sembrava del tutto indifferente, ai suoi sguardi e al suo amore. Lei gli passava vicino, cercava di farsi notare in mezzo alle sue compagne, ma che altro poteva fare? Non poteva certo parlargli, le papere e i papaveri non parlavano lo stesso linguaggio, anzi, i papaveri proprio non parlavano, e lei non poteva cercare di fare altro che “qua qua”, non illudendosi di potersi far capire e di riuscire a far capire che erano parole d’amore.

Da lui ci andava ogni giorno, come si trattasse di un appuntamento d’amore, ma unilaterale, solo da parte sua, perché l’oggetto del suo amore non dava il minimo segno di corrisponderla. Se ne restava nella sua altezzosa bellezza, che brillava ai raggi del sole o appariva bagnata di rugiada ed era perfino più attraente. Anche nei giorni di pioggia ci andava, perché le piaceva vederlo come sfidava l’acqua che scendeva, sembrandone ritemprato anziché abbattuto.

Le altre avevano cominciato a prenderla in giro per quella sua passione, perché tale era diventata. Mentre lei era perduta dietro i sogni di quell’amore, la filastrocca cantata dalle sue compagne le ricordava che si trattava di un amore impossibile. Intanto i giorni passavano, passavano le nuvole alte nel cielo e lei le vedeva passare, aveva sempre il collo rivolto verso l’alto, perché non riusciva a staccare il suo sguardo dalla visione angelica di quel papavero rosso la cui bellezza stordiva.

La sua diventò una presenza costante accanto a quel fiore, giusto il tempo di andarsi a rinfrescare nell’acqua del vicino stagno, farsi una nuotata e tornava presso di lui. Non si meravigliò che una delle sue compagne si fosse fatta prendere d’amore per un cigno bellissimo, il più bello di tutti. Tale lo trovava anche lei, ma non tanto quanto quel papavero. Anche il collo del cigno svettava verso l’alto, elegante, ma non la attraeva quanto quel lungo stelo in cima al quale si apriva quel bel fiore rosso, sul quale si fermava di tanto in tanto qualche ape a suggerne il nero polline, che lei poteva solo immaginare quanto fosse buono.

Poi arrivò quel brutto giorno. Aveva passato la notte nello stagno e al mattino era partita verso il suo bel fiore. Con brutti presentimenti… aveva sentito un grosso rumore provenire dal campo dei papaveri. Quel che vide la fece morire di crepacuore: il suo bel fiore non c’era più, e nemmeno il ricordo. Era rimasto niente più che metà dello stelo, reciso, e al di sopra della recisione non c’era più nulla. Una falce, una di quelle di cui aveva sentito parlare quando le avevano letto i versi di un poeta che scriveva che esse eguagliavano tutte le erbe del prato, aveva ucciso per sempre il suo amore. E lei pianse… le sue sembravano essere solo dei “qua qua”, ma in realtà erano parole di dolore, di grande dolore, per un amore che non sarebbe finito con la morte dell’amato.

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