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Lu Sande Jullare Francesco e l’uso del dialetto nella chiesa

REMO DI LEONARDO.

L'uso del dialetto nella Chiesa cattolica ha una lunga storia, evolvendosi da strumento pastorale di necessità per raggiungere il popolo analfabeta a "lingua dell'amore" e della trasmissione familiare della fede.

Nonostante il latino sia stato la lingua liturgica ufficiale fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) frati, santi e papi hanno spesso utilizzato il vernacolo (dialetto) per avvicinare il Vangelo alla vita quotidiana. Esistono raccolte di preghiere nei dialetti locali di varie regioni che testimoniano un profondo legame tra fede e cultura locale.

Scrive Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale, giornalista e noto scrittore italiano, nel suo libro “E se tornasse Francesco? “La prima grande rivoluzione che Francesco compì, senza scuotere apertamente la Curia romana o i vescovi del tempo, fu nel linguaggio. Nelle chiese, allora, si parlava esclusivamente in latino. Tutto – i concili, la liturgia, la predicazione – avveniva in latino. Francesco osservò con lucidità che il popolo non comprendeva. Vide la gente confusa, smarrita, e decise di parlare la lingua volgare, la lingua del tempo”.

Il Santo utilizzò il volgare umbro (in particolare il dialetto del XIII secolo) nel “Cantico delle Creature” forse l’opera più famosa di San Francesco, questo inno, infatti, celebra la bellezza della creazione e loda Dio attraverso gli elementi naturali come il sole, la luna, le stelle, l’acqua, il fuoco e la terra.

L’opera, in volgare umbro di base assisana, è permeata da una forte matrice popolare e centro-meridionale, che risuona con le parlate dell'Italia mediana, inclusa quella abruzzese condividendone la parlata la struttura lirica e l'uso del volgare, rendendo la sua poesia facilmente comprensibile e vicina alla tradizione religiosa popolare dell'Abruzzo.

Fino ad alcuni decenni il linguaggio dialettale era molto comune tra i frati cercatori (o questuanti) le frite cercatare, (francescani o cappuccini) che girovagavano per contrade e paesi d’Abruzzo elemosinando casa per casa in cerca di un po’ di olio, vino, uova, grano, o altre derrate alimentari.

In Abruzzo spesso questa funzione la svolgeva lu pecòzze (in pianellese) (pl. pecuòzze) frati laici o ai terziari francescani che non avevano ricevuto gli ordini sacri, ma che vivevano nel convento occupandosi di lavori umili e, soprattutto, della questua.Il nome "pecuòzze" deriva probabilmente dal latino medievale picochius, termine usato per indicare persone di umile condizione o religiosi non istruiti.

Fra Vincenzo D'Elpidio: È stato uno degli ultimi e più famosi "frati cercatori" d'Abruzzo. Ha operato per oltre sessant'anni presso il Santuario della Madonna dei Sette Dolori a Pescara, diventando una figura iconica della carità locale.

Spesso il loro parlare era legato alla bisaccia o sacca (saccute), il sacco che portavano in spalla per raccogliere le offerte. In sintesi, il dialetto dei frati cercatori non era un "gergo" chiuso, ma l'uso sapiente del dialetto locale, venato di umiltà e sacralità, finalizzato alla questua.

Seppur in epoche e modi differenti, anche santi e papi hanno usato il proprio dialetto come mezzo immediato e paterno per arrivare al cuore delle persone:

Sant'Antonio di Padova: La venerazione per la sua lingua incorrotta, celebrata da San Bonaventura, simboleggia l'uso della lingua per predicare, benedire e difendere i poveri.

San Pio da Pietrelcina utilizzava spesso il dialetto, in particolare nelle confessioni o nei dialoghi con i fedeli locali, come testimoniato in episodi in cui si rivolgeva in dialetto a contadini o anziani.

Papa Francesco, nel tradizionale battesimo dei neonati nella Cappella Sistina, ricordava ai genitori che «la fede sempre va trasmessa “in dialetto”: il dialetto della famiglia, il dialetto della casa, nel clima della casa».

Papa Pio X (Giuseppe Sarto): Noto per usare il veneto, la sua lingua madre, anche dopo l'elezione al pontificato.

Papa Pio XI, al secolo il brianzolo Achille Ratti, in seguito al riordino degli archivi, è stato ritrovato un poemetto di quarantacinque strofe in dialetto brianzolo composto in occasione dell’onomastico della madre Teresa, il 15 ottobre 1882, e a lei dedicato.

Papa Giovanni XXIII, una quarantina di lettere scritte fra il 1939 e il 1956, durante la propria permanenza in Turchia, Grecia e infine a Venezia, sono accomunate da una caratteristica: l’essere scritte, in tutto o in parte, in dialetto bergamasco. Uno stratagemma per rendere la vita impossibile alle spie, che fossero turche o «chi sota ol tecc», sotto lo stesso tetto.

Giovanni Paolo I (Albino Luciani): Utilizzava il suo accento veneto e citava il poeta Trilussa in romanesco.

Papa Giovanni Paolo II. È rimasta negli annali la conclusione, tutt’altro che polacca, al tradizionale discorso al clero di Roma del febbraio 2004. «Dàmose da fa!», «volèmose bene!» e «semo romani» furono le frasi del Papa che costrinsero la Sala Stampa della Santa Sede a diffondere un secondo bollettino, dopo quello con il discorso ufficiale.

SITOGRAFIA

www.caffestoria.it/no-ghe-xe-quando-il-papa-parla-in-dialetto/

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