L'ATROCE MORTE DELLA PRINCIPESSA CARACCIOLO DI SANTOBONO

ANTONIO MEZZANOTTE

Raccontare su un breve post di facebook o un blog la Rivoluzione Napoletana del 1799 è impresa ardua e impossibile, ma se ne deve parlare, perlomeno di alcuni profili, perché di storia se ne parla poco, ovvero troppo e male (ed i programmi ministeriali ci mettono del loro).

Se ne deve parlare, però, non fosse altro per comprendere che il nostro Risorgimento è stato iniziato, preparato e forgiato anche dall’illuminismo napoletano, dalla scuola del Filangieri, del Genovesi e del Galiani. Per la prima volta, infatti, affievolite le speranze di una monarchia riformatrice (anche per l’ostilità della regina Maria Carolina dopo la morte della sorella Maria Antonietta di Francia), quegli insegnamenti trovarono concretezza di idee (ma purtroppo non di piena azione politica) nei tanti giovani avvocati, medici, funzionari, letterati, ecclesiastici e militari che aderirono alle idee rivoluzionarie e sognarono di trasformare le genti meridionali, soggiogate per secoli dall’oppressione feudale e straniera, in un popolo dotato di coscienza civica, di strutture statali moderne ed aperte al cambiamento.

Non ci riuscirono, un po’ per colpa dei Francesi invasori (per i quali, a parte rare eccezioni, Napoli era soltanto terra di conquista), un po’ per la loro stessa incapacità di tradurre le idee in pratica e di comprendere le aspirazioni del popolo. Contrariamente, però, a quello che la storiografia tradizionale ci ha insegnato, furono davvero in tanti a Napoli, nelle province e nei piccoli centri a aderire a quella esigenza di cambiamento, segno di una diffusa volontà di partecipazione al processo di miglioramento della società meridionale. La successiva, violenta restaurazione borbonica ha cancellato gran parte dei ricordi di quella formidabile stagione, durata solo alcuni mesi, nei quali per la prima volta anche le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste nell’imprimere una visione per il futuro della società.

Tutti (sono ottimista!) ricorderanno Eleonora Fonseca Pimetel, Luisa Sanfelice, Giulia Carafa Cantelmo di Serra di Cassano e sua sorella Maria Antonia duchessa di Popoli (le Madri della Patria), Teresina Ricciardi, Vittoria Pellegrini insieme alle altre meno conosciute, che, in nome della libertà, sono state umiliate, morte suicide, esiliate o incarcerate o che, in silenzio e di nascosto, hanno dato il loro contributo a quella breve esperienza repubblicana. Erano giorni maledetti, le bande del Cardinale Ruffo avevano ripreso ormai la città di Napoli, spalleggiate da contingenti austriaci, russi, inglesi, perfino ottomani, ed i francesi erano fuggiti. Re Ferdinando ancora in Sicilia, nessuno aveva più fiducia e rispetto di alcuno, si scatenò un’ondata di violenza senza paragoni. In quel turbine di sangue, di uccisioni e di macabra crudeltà che sfociò anche in episodi di cannibalismo, è doveroso ricordare la tragica fine della principessa Caracciolo di Santobono, una delle tante vittime innocenti della barbarie sanfedista.

Il 18 febbraio 1799 si sparse per tutta Napoli la voce che il generale Jean Etienne Championnet, il comandante in capo del corpo di spedizione francese (colui che aveva offerto un anello di diamanti a San Gennaro per ripagarlo del trafugamento del tesoro portato dal Re a Palermo, gesto apprezzato dal Santo che compì per tre volte il miracolo della liquefazione, e che alloggiava nel Palazzo Caracciolo alla Carbonara) avesse sposato la bellissima figlia del Principe Ferdinando di Santobono. La notizia venne smentita, però, il mattino successivo: non vi era stato alcun sposalizio, ma solo una dichiarazione d’amore del Generale, follemente innamorato della giovane, e forse una richiesta di fidanzamento. Pochi giorni dopo, Championnet fu richiamato in Francia.

Gli eventi precipitarono, a fine giugno del 1799 ormai la Repubblica partenopea non esisteva più e si scatenò la caccia al giacobino. Fu allora che la massa abietta dei lazzari rammentò quella voce di vento, quel sentimento del Generale francese verso la giovane figlia del principe di Santobono (del tutto estranea alle vicende della rivoluzione), che fu rapita da una turba penetrata nel Palazzo Caracciolo e trascinata in pubblico per la città completamente nuda fino alla chiesa dello Spirito Santo in Via Toledo e lì, proprio sulla soglia del portone della basilica, venne dapprima stuprata innumerevoli volte e poi orrendamente e lentamente seviziata fino alla morte. Lo stesso Cardinale Ruffo, dinnanzi ad un crimine così efferato di una vittima innocente, volle in qualche modo prendere le distanze dai lazzari, sostenendo che egli aveva a che fare con gente violenta, feroce ed ignorante, che ormai non riusciva più a trattenere.

(Nella foto: Modesto Faustini, "L'arresto di Luisa Sanfelice", 1877, olio su tela. La particolarità del dipinto sta, tra l'altro, nelle truci figure dei gendarmi, visibili soltanto nell'immagine riflessa allo specchio)

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