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LA CHIESA DELLA NATIVITÀ DI MARIA A CATIGNANO (PE)

ANTONIO MEZZANOTTE.

La chiesa che troviamo in contrada Cappuccini di Catignano (PE), dedicata alla Natività di Maria, riveste un interesse del tutto particolare Infatti, essa è annoverata come luogo di culto per Irene, martire romana del IV secolo, le cui reliquie, prelevate dalle catacombe di Priscilla, giunsero qui in paese nel 1847 e furono collocate in una cappella appositamente costruita in questo edificio sacro, che è a servizio dell'adiacente convento.

Il complesso che oggi vediamo è frutto di interventi più o meno invasivi e conseguenti ripristini, che nel corso dei secoli ne hanno modificato la consistenza e il gusto architettonico; in ogni caso, nelle linee essenziali esso risponde agli stilemi del romanico abruzzese, con la facciata a salienti e abbozzo di rosone.

Il portale con stipiti decorati, affiancato da monofore basse a uso dei pellegrini, è sormontato da una lunetta a tutto sesto in cui è incassata una pregevole scultura del 1200 circa, rappresentante S. Anna con Maria Bambina (considerata l'antica dedicazione della chiesa), probabilmente in origine collocata all'interno dell’edificio.

L'impianto è basilicale con tre navate scandite da grossi pilastri cilindrici, feritoie absidali, scarne decorazioni e soffitto a capriate. All'esterno, l'abside centrale conserva un grazioso coronamento ad archetti sottogronda con alla base mascheroni dai volti umani e animali, accompagnati da motivi vegetali. Il campanile è a vela.

Furono i monaci benedettini a edificare la chiesa tra l’XI e il XII sec., sebbene si possa ragionare su una preesistenza che data perlomeno agli ultimi decenni del X sec., quando essa viene già citata sul Chronicon che il monaco Alessandro predispose per l'Abbazia di San Bartolomeo di Carpineto della Nora, nel quale si parla di una chiesetta di S. Anna, ovvero in annotazioni notarili come S. Maria in Varano, sorta sul luogo di una villa romana che aveva ripopolato, forse, l’antico sito abitato di Cutina, la perduta e leggendaria città vestina distrutta durante le guerre sannitiche e di cui parla Tito Livio, a ridosso di un importante braccio tratturale che risaliva verso Civitaquana.

Com’è e come non è, il luogo ha una sua sacralità ancestrale e silvestre, che gli viene dall’alternarsi delle vicende storiche e, soprattutto, dalla felice posizione geografica tra le campagne di Catignano e il tratturello, che determinarono dapprima l’appartenenza del complesso monastico all’Abbazia dei Santi Vito e Salvo del Trigno, che ebbe una grande rilevanza nella storia economica e religiosa del territorio (in collegamento diretto con il monastero di San Vito a Forca di Penne, lungo l'asse tratturale), e, quindi, nel 1579 l’affidamento della chiesa e dell’annesso convento ai frati Cappuccini, perlomeno fino alle soppressioni seguenti all’Unità d’Italia, alle quali ha fatto seguito dal 1936 la presenza dei padri Amigoniani.

Si dice e si racconta di antichi segni lasciati sulle mura di questa chiesa dai visitatori medievali: i sandali del pellegrino sugli stipiti del portale (ben visibili), il fiore della vita a sei petali (simbolo templare), un accenno di triplice cinta, a dimostrazione della forte carica di spiritualità che tale luogo ha sempre suscitato nei secoli e che ne fa una tappa obbligata nel percorso di scoperta di questo lembo dell'Abruzzo vestino.

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