Il “Compare a Fiori” e le erbe di San Giovanni nella tradizione popolare in Abruzzo nell’area vestina

REMO DI LEONARDO / MER 22 GIU, 2022 / CULTIRA, FOLKLORE /

Il 24 giugno è la festa di San Giovanni Battista e coincide con il solstizio d’estate.

La cultura popolare legava a questo periodo dell’anno tutta una serie di antichi riti come quello dei falò o della raccolta di erbe “magiche” con proprietà curative.

Ma il rito più delicato andava ad accarezzare la sfera dei sentimenti, di uno in particolare, forse ancor più nobile dell’amore: l’amicizia.

Nel giorno di San Giovanni ricorreva un vero e proprio cerimoniale che andava a celebrare l’affetto, la stima e l’amicizia che si provavano nei confronti di un’altra persona per creare legami di comparatico, consacrando al Santo un rapporto che diventava forse superiore all’essere fratelli o sorelle, ossia il “compare a fiore”, lu cumbare a fiore.

Al futuro “compare” o alla futura “commara” veniva donato (generalmente consegnato da ragazzi) un mazzo di fiori di campo, in dialetto abruzzese “Lu Ramajette”, confezionato con altri doni: l’immaginetta sacra di San Giovanni, il fazzoletto ricamato, il biglietto con gli auguri; inoltre, alle donne gli ornamenti per i capelli (come la pettenosse, lu fermatuppe o il ferretto d’osso, lu ferrotte d’osse) e la veletta di pizzo per coprirsi il capo durante le celebrazioni liturgiche, agli uomini una boccetta di profumo e dolci.

Il messaggero consegnava il mazzolino al destinatario indicando il nome di chi l’aveva inviato. L’accettazione del dono comportava di per sé l’impegno al comparaggio.Il successivo 29 giugno, nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, il prescelto suggellava definitivamente il rapporto rispondendo con l’invio di un altro Ramajette (di norma ancor più ricco di quello ricevuto) a chi era ormai suo compare.

Il “Compare a Fiore” era diffusissimo tra ragazze e un po’ meno tra uomini, probabilmente a causa del maggior pudore maschile nel mostrare i sentimenti ed a quella apparente ruvidezza che caratterizza gli abruzzesi.

Non sarebbe bello recuperare quest’antica tradizione? 

In una società dominata dal virtuale, forse, comincia a sentirsi il bisogno di stringersi la mano e di abbracciarsi, di ricevere quella pacca sulla spalla, un contatto fisico vero, per percepire l’affetto della vera famiglia che ci siamo scelti, gli amici.

Formula che recitavano i compari a fiori in vernacolo pianellese:

Cumbare e cummare/ n-ge deciome male, / se male ce deciome/ allu ‘mberne ce ne jome. / Se bene ce purtome/‘mbaradese ci aretruhome.

La formula variava a seconda del territorio, ma il concetto era simile: il padrino o la madrina erano invitati a volersi bene e a non sciogliere mai un legame che li faceva ritrovare in paradiso. I bambini, invece, del tutto privi dei filtri emotivi degli adulti, avevano un sistema tutto loro per diventare cumbare e cummare: senza utilizzare lu ramajette, stringendosi reciprocamente il mignolo della manina, recitavano la filastrocca che li rendeva uniti per la vita.

Catenelle,catenelle/ se tenome na cusarelle/ ce le spartome mezze a ppedò/  je e tto, je e tto./ Che le stocche va allu’mberne/ je o to , je o to.

Le ragazze si svegliavano all’alba del 24 giugno per guardare il sorgere del sole poiché la prima che avesse visto nel disco luminoso e sanguigno il volto di San Giovanni, decapitato dopo la danza dei sette veli di Salomè, si sarebbe felicemente maritata entro l’anno. La sera del 23 raccoglievano 3 fave, una intera, una sbucciata e una rotta nella parte superiore per poi metterle sotto al cuscino al momento di dormire. Durante la notte dovevano sceglierne una a caso, quella intera rappresentava buona sorte, quella rotta poca fortuna e quella sbucciata cattivo auspicio.

Un’altra usanza tradizionale era quella della preparazione del nocino, liquore delle streghe, nella notte di San Giovanni. Il noce era il grande ed antico albero attorno al quale si riunivano a convegno le streghe. Le noci venivano colte verdi perché potevano essere trapassate da uno spillone da parte a parte e dovevano rimanere in infusione nell’alcool fino alla notte di San Lorenzo (10 agosto).

Si narra che la notte del 23 giugno la donna più abile nella preparazione del nocino fosse l’unica ad avere il compito di recarsi in campagna, a piedi nudi, per la raccolta dei piccoli malli.

In questa notte le piante e i fiori venivano influenzati da una particolare forza e per sfruttarle al meglio si preparava l’acqua di San Giovanni, l’acque de San Giuhanne: si  raccoglievano fiori ed erbe aromatiche in luogo non contaminato, tra cui petali di rosa, artemisia, lavanda, verbena, timo, rosmarino, menta, basilico, iperico e altre, fino ad arrivare ad almeno 24 erbe che costituivano gli ingredienti “miracolosi” dell’acqua di San Giovanni; la mistura si metteva in un recipiente con un po’ d’acqua e si teneva fuori a catturare la rugiada del mattino del 24. Per raccogliere la rugiada bastava stendere un panno tra l’erba e strizzarlo il mattino seguente per poi usare l’acqua nel lavaggio di viso e mani.

La rugiada della notte di San Giovanni era ritenuta acqua dalle mille virtù, ancora oggi le vengono attribuite facoltà rigenerative che spingono le persone a rotolarsi nell’erba bagnata per conquistare un fisico scattante, vigoroso, privo di reumatismi.  

Proverbio popolare: la huazze de S. Giuhanne huaresce tutte le malanne”.

A Farindola si narra che all’alba del giorno di San Giovanni, ad alcune donne intente ad attingere acqua con la conca, apparve una vitellina di colore giallo-oro, da qui il nome dato alla cascata del Vitello d’oro.

Tutti gli artigiani sino alla metà del ‘900 lavoravano a “staje”. Si trattava di un contratto particolare stipulato a “parola” tra la famiglia (in particolare quella contadine) e l’artigiano, che prevedeva il pagamento in beni naturali (formaggio, uova, galline ecc.) in cambio del lavoro svolto. Questo contratto poteva essere disdetto dalle famiglie entro il giorno di S. Giovanni, prima del sorgere del sole, tenendo così gli artigiani in ansia fino all’alba di quel giorno.

LE ERBE DI SAN GIOVANNI

La notte di S. Giovanni, il 24 giugno, rientra nelle celebrazioni solstiziali; il nome associatogli deriva dalla religione cristiana, perché secondo il suo calendario liturgico vi si celebra san Giovanni Battista.

In questa festa, secondo un’antica credenza, il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua); da qui i riti ed usi dei falò e della rugiada, presenti nella tradizione contadina e popolare. Non a caso gli attributi di San Giovanni sono il fuoco e l’acqua con qui battezzava. Così, nel corso del tempo, c’è stato un mischiarsi di tradizioni antiche, pagane e ritualità cristiana che ha dato origine a credenze e riti in uso ancora oggi e ritrovabili per lo più nelle aree rurali.Tra le “erbe di San Giovanni che i nostri antenati raccoglievano ed usavano vi erano: Iperico, Aglio, Artemisia, Lavanda, Menta, Rosmarino, Salvia.

Iperico, dialetto s.m. jerve de San Giuhanne, nome scientifico hypericum perforatum.

Proprietà: antidepressiva sedativa.

L’iperico dai fiori gialli, da tenersi sul corpo tutta la notte per proteggere dalle sventure e garantire sonni sereni, o fuori dalle porte, per proteggere le famiglie. Anticamente, chi si trovava in strada la notte della vigilia si proteggeva dalle streghe infilandoselo sotto la camicia. Il suo legame col Battista sarebbe testimoniato dai petali che macchiano di rosso le dita con un succo detto “sangue di San Giovanni”.

Aglio, dialettos.m. l’ajje, nome scientifico allium sativum.

Proprietà: antisettico, tonico, stimolante, ipotensore, antisclerotico.  

L’aglio è stato sempre considerato una pianta magica. Non solo allontanava le streghe e gli spiriti cattivi, ma serviva e liberarsi dei vermi intestinali e a far uscire dal corpo tutto ciò che poteva causare malattie. D’altra parte l’intensità del suo aroma giustifica la sua fama.

Quando un bambino soffriva di vomito, si prendevano due spicchi d’aglio, si pestavano e si mettevano in un sacchetto di tela che veniva appeso al collo del bambino stesso. Il ‘tapino’ doveva girare tutto il giorno, mortificato e deriso con questo fastidioso ed ingombrante oggetto.

Proverbio popolare: Chi ne’magne l’ajje a San Giuhanne, è povere tutte l’anne ”.

Artemisia, dialettos.f.l’ascenzie o canapacce, nome scientifico arthemisia absyntium.

Proprietà: tonico, stimolante dell’appetito, favorisce le regole, vermifugo. 

E’ la cosiddetta “erba della salute”, nella medicina popolare veniva usata contro l’epilessia. L’artemisia preservava dai fulmini ed era amuleto protettivo contro il malocchio. Una tradizione popolare vuole che le foglie di artemisia, messe nelle scarpe al mattino, permetterebbero di percorrere molti chilometri senza fatica.

Lavanda, spiga di San Giovanni, nome dialettale, s.f. la spicanarde?, nome scientifico lavanda officinalis.

Proprietà: antisettica, battericida, antispasmodica, analgesica, cicatrizzante, diuretica, colagoga, insettifuga, stimolante, sudorifera e sedativa.

Secondo la tradizione popolare mettere un rametto di lavanda nel vestito delle spose porta loro una vita rilassata e felice. Se portata addosso, favorisce la forza fisica e diminuisce la stanchezza. Un rametto appeso sull'uscio della porta protegge gli abitanti della casa. Condivide con le altre piante solstiziali la capacità di allontanare demoni e disgrazie. I suoi fiori erano usati anche come talismano per favorire la prosperità e la fecondità e per proteggere le donne dai mariti violenti. La lavanda, riposta a mazzetti nei cassetti e negli armadi, proteggeva la biancheria e per estensione anche tutta la famiglia.

Menta selvatica, nome dialettale s.f. la mènde, nome scientifico mentha rotundifolia.

Proprietà: bechica, stomachica, facilita le mestruazioni. 

Le spose, per essere gradite agli sposi, ne intrecciavano i fusti fioriti ed odorosi nelle corone nuziali. Diversi testi riportano credenze secondo le quali i Latini vietavano il consumo di menta ai soldati, perché se resi schiavi del suo potere afrodisiaco avrebbero preferito impegnarsi nelle battaglie amorose anziché in quelle con il nemico. A conferma delle virtù stimolanti della pianta, in alcune zone dell’Abruzzo, la prima notte di nozze venivano distribuite moltissime foglie di menta sul pavimento della camera da letto.

Rosmarino, nome dialettales.m.lu tresmarene, nome scientifico rosmarinus officinalis.

Proprietà: stimolante, antinevralgico, antisettico, colagogo (facilita la produzione della bile), stomachico (facilita la digestione), carminativo (aiuta i movimenti peristaltici), antireumatico.

Nella tradizione popolare veniva usato per tutti gli incantesimi. Proprio per le sue proprietà balsamiche e rinvigorenti che hanno una risonanza anche dal punto di vista energetico, era a buon diritto considerato efficace nei rituali di protezione, per la purificazione degli ambienti, per scongiurare il male e per benedire la casa e l'attività lavorativa. Un rametto si metteva sotto il cuscino per assicurare un buon sonno ristoratore. Insieme all’iperico e alla ruta sulle porte delle case, teneva lontani diavoli e streghe. Veniva inoltre utilizzato negli incantesimi per rafforzare la memoria e per conservare la giovinezza.

Il rosmarino era considerato una delle piante magiche per eccellenza. In molti libri di Magia Verde e Stregoneria era indicato come sostituto adatto per qualsiasi ingrediente mancante.

Ruta, scacciadiavoli, nome dialettale s.f. la rute, nome scientifico ruta graveolens.

Proprietà: tonica, stomachica, diaforetica ed emmenagoga.

Veniva usata come scaccia diavoli, data la sua forma a croce. La grande importanza data alla ruta era dovuta in primo luogo al fatto che essa contribuiva a eliminare i vermi intestinali, visti come personificazione del male. Nella medicina popolare la ruta veniva usata per facilitare la suppurazione, per guarire dal Carbonchio, 'ndrace. La donna incinta mangiava la ruta in piccole dosi (3-7-9 cime), come un vaccino per vari mali o per immunizzarsi dall’aborto.

Nel Regno delle Due Sicilie (in cui era compreso l’Abruzzo) si fabbricava un tipico amuleto in argento detto cimaruta”, in quanto imitava, della pianta, la disposizione fogliare composta; tale amuleto si appendeva già nell’Ottocento alle culle dei neonati contro i malefici, anche nelle famiglie benestanti. Forse era questa la vera importanza simbolica della ruta.

Proverbio: Hi’ tenute la mamme astute, che s’à magnate tre ceme de rute.

Salvia, nome dialettale s.f.  la salvie, nome scientifico salvia officinalis.

Proprietà: molto usata in cucina per aromatizzare diverse pietanze. Tonico, antispasmodico, antisetticoantinfiammatoriodiuretico.

Da sempre la salvia è stata al centro di numerosi usi che si possono collocare a metà strada tra la magia e la medicina popolare. Alla salvia venivano attribuite molte proprietà già a partire dall’antichità.

La salvia come per molte erbe di San Giovanni serviva per liberarsi magicamente dagli incubi notturni, dalle creature malvagie. Bastava porne qualche foglia sotto una candela accesa; all’apparizione di mostri dalle sembianze serpentine e di altre spaventose figure che si intrecciavano come in una danza era necessario a quel punto pronunciare uno scongiuro salvifico che veniva ripetuto fino a che le visioni non fossero cessate. Solo allora si poteva bruciare la salvia. Con la stessa salvia, dello zafferano, della cannella e dell’aglio, si componeva un amuleto che aveva le virtù di mantenere in buona salute e di proteggere dagli influssi malefici.

Felce, nome dialettale s.f. la fèlce nome scientifico Dryopteris filix - mas

Proprietà: digestiva, espettorante e antireumatica.

Donava capacità divinatorie, forze soprannaturali e sapienza (secondo le credenze il suo fiore si schiude solo la Notte di San Giovanni, resta visibile per un attimo e può essere raccolto solo dopo aver lottato con il diavolo).

Erba carlina, carciofo selvatico, pane dei cacciatori, nome dialettale s.m. lu cardone o carciufone?, nome scientifico carlina acaulis.

Proprietà: diuretica, amaricante, digestiva, carminativa, disinfettante e cicatrizzante per le malattie della pelle, purgante, sudorifera, febbrifuga, antireumatica.

Serviva ad impedire il passo malefico della strega; se inchiodata alla porta di casa infatti, costringeva la strega a contarne con esattezza tutti i capolini.

Verbena, s.f. la verbene, nome scientifico verbena officinalis.

Proprietà: analgesica (nevralgia del trigemino), tonica, depurativa, antireumatica, antiinfiammatoria, antinevralgica.

Veniva usata nei riti di prosperità e denaro; se seppellita in giardino, si pensava fosse di buon auspicio per avere ricchezza in casa. Veniva messa nelle culle dei bambini per farli crescere con un carattere saggio e forte e con amore per lo studio.

Bibliografia

Di Leonardo, Remo, Terra Nostra: Medicina e terapia popolare - Glossario di fitonimia e proprietà terapeutiche delle piante officinali presenti nen territorio di Pianella, Stampa in proprio, Pianella, 1995.

REMO DI LEONARDO, Periodico Lacerba 7 giugno 2019.

Nota

Estratto dell’intervento nell’incontro “Ceramiche da farmacia e piante officinali nella tradizione popolare pianellese” avvenuto al MACA di Pianella l’1 Maggio 2018.

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