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Storie "Giacomino il bidello"

ELSO SIMONE SERPENTINI.

Elso Simone Serpentini

Si chiamava Giacomino. Il cognome non me lo ricordo o forse non l’ho mai saputo. Era abruzzese, originario della Marsica, mi pare di ricordare, ma non ricordo la città precisa. Trapiantato a Roma, faceva il bidello dell’Istituto di Filosofia, al terzo piano della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma: un mondo a sé. Al primo e al secondo piano c’erano le aule di Lettere, nei corridoi c’erano sedie di legno, scomodissime. Nelle aule, salvo quelle “magne” dei grandi cattedratici, c’erano sedie normali. Ma, salvo quelle occupate durante le lezioni, quelle dei corridoi erano quasi sempre libere, “disoccupate”. Nel nostro “Istituto” (lo chiamavano semplicemente così, senza aggiungere, che non serviva, “di filosofia”) nelle aule, nessuna assai grande salvo una, dove si alternavano nel loro insegnamento Ugo Spirito (cattedratico di Filosofia Teoretica), e Franco Lombardi (cattedratico di Filosofia Morale e preside d’Istituto) c’erano sedie con sulla destra il ripiano di lettura e scrittura, girevole, e nei corridoi delle comodissime poltroncine, quasi sempre occupate da studenti che, o in attesa delle lezioni o solo per piacere, discutevano tra loro.

Il clima che si respirava nell’Istituto era assai diverso da quello dei primi due piani di Lettere. Di cinquecento studenti iscritti a Filosofia, quasi la metà frequentavano e, quando non erano a lezione, passavano il tempo passeggiando nei corridoi o seduti sulle tante poltroncine, nei vari salottini generosamente distribuiti. Si discuteva, ci si confrontava, ci si informava. Il re, indiscusso, era Giacomino, il bidello, magro, asciutto, ormai sul punto di andare in pensione, di un’età imprecisata tra i sessanta e i settanta. Aveva tutto per sé un gabbiotto ricavato nell’ingresso dell’Istituto, entrando sulla sinistra, a cui accedeva da una porticina, e che aveva anche un ampio bancone da reception d’albergo, senza vetro, a vista. A volte lo si vedeva seduto davanti al bancone, pronto a distribuire moduli, carte, dispense, consigli, suggerimenti, ma per la maggior parte del tempo lo si vedeva ora qui ora lì, chiamato da questo o da quel professore, impegnato in questa o in quella incombenza. A lui potevi chiedere di tutto, perché dell’Istituto, degli esami, delle tendenze dei professori e degli assistenti sapeva tutto, ti consigliava anche su quello che dovevi studiare di più e su cosa potevi trascurare dovendo fare l’esame con il tale o il tal’altro professore. Giacomino era un padre putativo.

Una sera io e il mio amico e collega Quirino Iannetti (di Furnarola), usciti dall’università, ci stavamo dirigendo per cenare alla mensa della Casa dello Studente quando, passando davanti al bar-osteria che si trovava a metà strada del nostro percorso, vedemmo Giacomino il bidello seduto ad un tavolo, su una delle tipiche sedie di legno, di quelle che si ripiegavano e dovevi starci attento nel sederti perché traballavano un po’. Non lo riconoscemmo subito, perché, senza il suo grembiule nero, sembrava senza divisa, come un carabiniere in borghese. Lo salutammo. Stava bevendo un quartino di Chianti. Lo salutammo e ci piacque sederci un momento al suo tavolo. Ci invitò a bere anche noi un bicchiere di Chianti e accettammo. Restammo un po’ a parlare con lui. Sempre parco di parole era, ma in vena di confidenza, e, senza il suo ruolo di bidello, “in borghese”, era meno “sacrale”. Ci parlò di sé, di quando era arrivato giovane a Roma, di quando aveva messo piede per la prima volta all’Istituto di Filosofia, di quando era diventato bidello e di quanto impegno avesse messo nella mansione di cui aveva subito capito l’importanza. Si lamentò che il giovane che gli avevano messo a fianco perché lo istruisse e lo rendesse capace di poterlo sostituire un giorno nel suo ruolo non mostrasse l’impegno che lui si aspettava.

Parlando di quando era giovane, ci raccontò che negli anni venti quasi ogni sera, al termine delle lezioni, accompagnava a casa, poco distante dall’Università, portandogli la borsa, sempre pesante perché piena di libri, l’allora Preside dell’Istituto di Filosofia, il prof. Giovanni Gentile. Ci raccontò che, passando davanti a quello stesso bar-osteria dove stavamo seduti adesso – ma allora era solo un’osteria – si fermavano, si sedevano e ordinavano un quartino di Chianti, gustandoselo in santa pace e chiacchierando. Io e Quirino rimanemmo incantati nel sentirgli raccontare qualche aneddoto di quei tardi pomeriggi passati da Giacomino il bidello insieme con Giovanni Gentile, a bere un quartino di Chianti. Ci riferì qualcosa delle sue conversazioni con il “grande” filosofo, tutte molto semplici, alla mano. Non ci disse molto, ma qualche cosa sì, e rimanemmo affascinati. Accennò solo vagamente alla tragica morte di Gentile, ma capimmo quanto gli fosse stato legato, quanto affezionato e quanto avesse sofferto per la sua morte. Ci disse che nei corridoi dell’Istituto di Filosofia per lui era come se Gentile ci fosse ancora. A lui ci pensava sempre, anche quando si fermava davanti a quella che un tempo era solo un’osteria ed ora era un bar-osteria e si beveva in silenzio, da solo, il suo quartino di Chianti.

Ci capitò in seguito qualche altra volta di incontrarlo, Giacomino, seduto davanti al suo quartino e di fargli compagnia. Ci sedemmo altre volte  a chiacchierare con lui, come un tempo era capitato di fare a Giovanni Gentile. Quando ci laureammo, io e Quirino, Giacomino era ancora in Istituto, con la sua divisa: un camice nero. Austero, sacro e portatore di sacralità.

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