Gabriele d’Annunzio lessico e dialetto.

REMO DI LEONARDO

Per d’ Annunzio la parola è una cosa, un mondo da creare continuamente: “0 poeta, divina è la parola / e il verso è tutto”, dirà nel romanzo “Il piacere” e nello stesso ripeterà: “Nella pura bellezza il ciel ripose / ogni nostra letizia, e il verso è tutto”. Nel “Poema paradisiaco” va oltre quando afferma che la parola ha “una forza terribile”, perché evocatrice di vita, di sensazioni, si fa essa stessa comunicazione con il ritmo del verso e della strofa.

d’ Annunzio, appassionato studioso di filologia e di lingue romanze aveva assimilato molto bene la lezione dei simbolisti francesi, come d’ altronde stavano facendo anche il tedesco George, il russo Block e lo spagnolo Rubén Darìo. Egli stesso si definisce varie volte “operaio della parola”.

Le preferenze di d’Annunzio si orientarono soprattutto verso gli scrittori dei primi secoli dai quali ricavò parole arcaiche e disusate, talvolta attribuendo loro un senso figurato.

Il suo lessico preferito era quello dantesco, dal quale trasse termini come croio (rustico), rancura (rancore); ma troviamo anche trambasciare (essere angosciato), caleffadore (burlatore), arrubinato (riempito di vino) da Boccaccio, abbertescare (rinforzare, difendere), guidalesco (piaga), malfusso (maledetto), squarquoio (lurido) e biavo (sbiadito), cucurbita (zucca), sghignapappole (ridanciano), saccomanno (saccheggio).

Sempre nell’intento di recuperare voci arcaiche che rinviano alle origini dell’italiano, sterminata è la mole dei latinismi: tra i tanti, avio (impervio, remoto), caupona (osteria), clamoso (strepitante), illune (senza luna).

La passione per la classicità non si limitò alle parole di ascendenza latina ma si estese anche a quelle di origine greca, come per esempio camelopardo (giraffa), criselefantino (fatto d’oro e di avorio), epopto (sorvegliante), protome (busto scultoreo). Tra i grecismi, non può essere omessa la celebre polirematica eia eia alalà che d’Annunzio creò nei suoi volumi di impegno politico, La beffa di Buccari, Italia e vita, Contro uno e contro tutti, Per l’Italia degli italiani; espressione della quale poi si impadronì il fascismo.

Per completare il quadro del plurilinguismo fantasmagorico di d’Annunzio, notiamo parole italianizzate ma provenienti dal francese (falbalà), dallo spagnolo (galgo, stampita), dall’ebraico (bato, coro), dall’arabo (dirhem) e persino dal giapponese (daimio).

Gabriele d’Annunzio esplorò anche il terreno dei lessici specialistici: quello botanico, presente soprattutto nella raccolta poetica Alcyone, quello della marina e quello militare, a “Forse che sì forse che no”: qui troviamo per esempio termini di ambito automobilistico, come radiatore, volano, volante e il francesismo panna (da panne). Ma soprattutto, risalgono a questa fase narrativa parole che pertengono al mondo dell’aviazione nel quale d’Annunzio ebbe un ruolo da protagonista durante la prima Guerra mondiale, in particolare con il volo su Vienna. Oltre a coniare, su un preesistente aggettivo marinaresco che significava «che sembra volare con le vele» (attribuito a un’imbarcazione), il sostantivo velivolo, impiegò carlinga, fusoliera, multiplano, rullìo, triplano, virata, tutti termini che vennero accolti nel Primo Dizionario aereo italiano di Filippo Tommaso Marinetti e Fedele Azari del 1929, con il quale si intendeva stabilizzare un codice ancora, in quegli anni, assai incerto.

La creatività lessicale di d’Annunzio, al di là delle celeberrime novità, come tramezzino, La Rinascente (nome dei grandi magazzini), Saiwa (nome della ditta produttrice di biscotti) e qualche altra, si esercita soprattutto nel creare neologismi partendo da termini già esistenti. Si tratta di derivati mediante il processo di affissazione, cioè l’aggiunta di prefissi e/o suffissi: così, da un nome può nascere un nuovo verbo (ammammolarsi) o un nuovo aggettivo (cuoioso); all’inverso, un nuovo nome può essere originato da un verbo (saettio) o da un aggettivo (marmoreità). Da ricordare, nella categoria dei derivati, neologismi particolari che attengono alla satira politica esercitata dal poeta nei primi decenni del Novecento: gli aggettivi gionittiano (di Giolitti e Nitti) e incaporettato (coinvolto nella vergogna di Caporetto) e il nome Labbrone attribuito a Giolitti. L’altra modalità di formazione di neologismi è la composizione, cioè la fusione di due unità lessicali; mi limito a ricordare alcuni di quelli relativi all’area dei colori, cara al poeta: moscavoliere (grigio mosca), nerazzurro, nerobianco, verdebiondo (verde-oro), verdecilestro (verde-azzurro).

Ma è meglio fare un pò di ordine sul fatto cronologico, quando iniziò questa “eterna” ricerca di vocaboli aulici?

Innanzitutto occorre partire dal 1874, quando il giovane Gabriele entra al collegio Cicognini di Prato e viene continuamente schernito dai compagni per la sua cadenza abruzzese, infatti pronuncia il termine “rosa”, come il participio passato del verbo rodere. E da allora cercherà sempre di correggere questo difetto di pronuncia, non per nulla il padre lo relegherà fino al 1880 in collegio proibendogli una benché minima vacanza nella terra natale.

Ma diversi sono i momenti dei “ritorni” in Abruzzo durante i quali, d’Annunzio si «riabbruzzesizza» come ebbe a dire Vito Moretti. «C’è una sorta di evoluzione nei rapporti del poeta con l’Abbruzzo, o – se si preferisce – un progressivo ripensamento della materia abruzzese che si coglie non solo sui piani tematici ma su quelli del lessico, della sintassi.

Fra le parole dialettali tratte da alcune opere ricordiamo:

LE NOVELLE DELLA PESCARA

La contessa d’Amalfi: ‘Mbignà , “senza ‘mbignà, nen ze mandè la scarpe.

Senza dare qualcosa in pegno, non si mantiene la scarpa.

La morte del duca d’Ofena:  “affacet’ a ‘ssa fenestre, uòcchie fritte, ca t’è mennute a ccandà ‘lu scacazzàte”;

Affacciati dalla finestra, occhi fritti, (cieco) che siamo venuti a cantare “lo scacazzato” (Cantare stornellate per smerdare, ricoprire di merda, svergognare una persona). Dalla parola scacazzare. (?)

Tenete lu chelore de la morte.

Tenete il colore della morte.

La fattura: se pijare na bella parrucche (si è preso una bella ubriacatura).

Carrefe, (caraffa) li scelle (le ali), gabbisse, (gabbò) armedià, (rimediare) sprementà, (sperimentare) arhunite, (riunito) sbruvegnate (svergognato).

TERRA VERGINE

Fiore fiurelle: Fiore de mende, senza la mende nen ze po ‘mmendare; senza l’amande n’n ze po fa’ l’amore.

Fiore di menta, senza la menta non si può ammentare; senza l’amante non si può far l’amore.

Cincinnato: Amor’ amor’ acciùccheme ‘ssa ràme.

Amor amore abbassami quel ramo.      

Fra’ Lucerta: Tutte le fundanelle se so’ seccate; Pover’amore mi’! more de sete! Tromma larì lirà, vviva ll’amor!

Nelle poesie come: Quant’è belle lu journe de Sant’Anne; A l’abbruzzise de Melane; A che la sbruvignate de Mariette; A Galdino e Remigio Sabatini; Ah, Cirù, sta penzate è proprie belle; A Giacumine Acerbe, ma forse la più nota è quella rivolta a Luiggìne d’Amiche (luigino d’Amico di Pescara) o per il suo “Parrozzo” o quella per il “Senza nome” (altro dolce gradito dal d’Annunzio al quale avrebbe dovuto trovare un nome).

A conclusione possiamo senzaltro affermare che la ricerca di parole inconsuete in lingua e in dialetto, insieme alla musicalità della sua poesia e anche della sua prosa, in lingua o in dialetto sono le caratteristiche che hanno fatto di d’Annunzio uno dei giganti della letteratura italiana.

Sitografia:

N. Michele Campanozzi

Il linguaggio del D’Annunzio

Stefania STEFANELLI

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_147.htm

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