Diasille sulla Maiella (Oh pe' la Majella!)

Antonio MEZZANOTTE.

Diasille diasille, come se sa bisogna dirle, Maiella-Majella, ambedue derivanti da Magella (questo perlomeno era noto fin da quando Berta filava, ma anche prima dei Fenici, per dire). Pare, ragionevolmente, che Maja non c'entri, né tantomeno Maya, Majo nziamai (non Di Maio, quella è un'altra storia). Chi la vuole gigantesco tumulo sepolcrale, chi invece montagnola, una robetta come direbbe il Crozza-De Luca (eh si, perché ci sta la seconda parte -ella, quasi un vezzeggiativo), comunque sia l'etimo si perde alle timpe timpurie (va bene l'oronimo cima grande, da mag -, ma forse andrebbe bene anche maggio, che, questo sì, è dedicato a Maia ed alle varianti Maja e Maya, che in qualche posto ancora oggi vuol dire proprio maggio, in altri montagna, ma pure mamma ed in altri ancora Maria, oh Madonna mia, aiutece Tu!). E la maiese-majese? In fondo la radice sembra la stessa, però no, questa è solo agricoltura (il maggese, che però deriva da maggio, dal Majo, ohibò), non fa testo, la terra non affascina, non c'entrano divinità e né Sabelli né Pelasgi (ma ne siamo certi?).

A me piace con la j, mi ci sono affezionato, è un tratto distintivo, ha la sua età e consuetudine, lo scriveva Petrarca (a proposito, se è mamma, se è Maria, allora è Domus Christi), lo ripeteva Stromei da Tocco (ove il crestato Monte Majella signoreggia), pure se correttamente è con la i (pare che ad un monaco amanuense gli sciddricò la penna sulla pergamena, come ad un qualsiasi Catarella dello scriptorium, e la i divenne j). Ed è contento la buon'anima dello storico Nicolino da Chieti, tanto sbeffeggiato ma stavolta ci ha azzeccato: egli, infatti, sempre Maiella scrive.Diasille articolate, alla fine un gran parlare, tutti linguisti e storici della purezza. E va bene, è giusto, ci mancherebbe altro, suum cuique tribuere. Lasciare in uso le due forme? Che cambia? Il costo del rifacimento di insegne, loghi e quant'altro.

Dei sentimenti, giacché anche questi hanno un costo e non è questione di lana caprina. Guai a voi, anime prave, che bollate per nostalgici e tradizionalisti i fautori della j! E siccome per noi abruzzesi più che una montagna è una dea, una divinità, ma anche una madre, lasciateci credere alle leggende, tanto erudite, è vero, ma anche tanto consolatrici.

Così come ai miti di fondazione, all'Achille, ai fratelli troiani Anxa e Solimo, al Grelio solare, che non fanno male ad alcuno, vieppiù se aggiungono sapore alla quotidiana esistenza dei nostri paesi e città. In ogni caso, queste calate dall'alto, queste passate di crivellucce, che dicono cosa è crusca cosa è farina, qui non vanno a correggere un a me mi, bensì toccane lu core! Seppur rispettose dell'ortografia (ma addavere?), sono poco simpatiche e, tuttavia, non v'è ancora una norma imperativa, né potrebbe esserci, quae ubiscumque nomen ponit. E del resto: cui prodest? A che serve?Però tutto ciò non si può dire, ovvero si potrebbe dire, ma sottovoce, sennò passi per gretto ed ottuso. Per finire sto diasille, oh pe' la Majella, viva la Maiella! E così sia!

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