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SI DICE E SI RACCONTA CHE .... LA MADONNA DEL CARMINE A PALMOLI (CH)

di ANTONIO MEZZANOTTE

Se passi all’ingresso di Palmoli (CH), proprio dove il paese comincia a scoprirsi, c'è un posto nel quale il tempo sembra aver rallentato per mettersi comodo. È il Santuario della Madonna del Carmine, un ex convento francescano che, a guardarlo oggi con la sua facciata a capanna così sobria e lineare, quasi non lo diresti che ha sulle spalle secoli e secoli di storie.

Si racconta che le sue origini siano antiche, forse risalenti al XIII sec., e di certo venne edificata come piccola chiesa rurale o cona. I documenti si sono persi tra i faldoni della storia, ma quel che è certo è che nel 1583 arrivarono i Frati Minori Osservanti a tirar su il convento vero e proprio.

Entrando nella chiesa, a navata unica, l'occhio cade subito sul soffitto e sulle volte a crociera riccamente decorate. L'intreccio degli stucchi e ori settecenteschi avvolge ogni cosa, tra i dipinti votivi e le nicchie, fino ad arrivare a Lei, la splendida statua ottocentesca della Madonna, di fattura napoletana, vestita con i suoi manti ricamati di stelle, custodita come uno dei tesori più preziosi del paese.

Ma la vera bellezza del Carmine non sta solo nelle pietre o nella data del 1525 ritrovata in una nicchietta segreta insieme a vecchie ampolle di olio e vino. Sta nella devozione, quella viscerale, che unisce i palmolesi e gli abitanti di tutti i paesi limitrofi. Si dice che da generazioni i pellegrini arrivino qui a piedi da Dogliola, Tufillo, Montefalcone, e persino da Roccavivara o Frosolone, camminando col cuore pieno di speranze e le canzoni della tradizione sulle labbra.

Il culmine di questo affetto esplode il 27 luglio, quando le strade si riempiono di colori per la sfilata dei donativi e dei “granoppoli”. È uno spettacolo per gli occhi: le donne e le ragazze del paese si vestono da “pacchianelle”, con i costumi tradizionali abruzzesi rigurgitanti di nastri e ricami, portando sulla testa le conche e i cesti colmi di dolci fatti in casa e frutti della terra - tra cui i covoni di grano (i "granoppoli" appunto), un tempo raccolti anche su carri trainati da buoi, ora da trattori - da offrire in ringraziamento alla Vergine (doni che poi, puntualmente, animano la storica e vivacissima asta pomeridiana in piazza).

E una volta? Eh, si racconta che un tempo la festa continuasse idealmente fino a fine agosto. Proprio lì, sulla grande spianata davanti alla chiesa che accoglie chiunque arrivi in paese, si teneva la storica fiera del bestiame. Ne ho trovato una vecchia foto nel museo del Castello. Immaginate la scena: con centinaia di vacche e i partecipanti alloggiati in baracche costruite al bisogno, la polvere che si alzava sotto gli zoccoli, le trattative serrate tra i mercanti della zona, i fiaschi di vino che passavano di mano in mano per suggellare un accordo e il profumo del pollo fritto e dei fagioli che riempiva l'aria, come mi narrava uno degli ultimi protagonisti delle Fiere del Carmine. Era il momento in cui la vita contadina, la fatica dell'anno e la fede si stringevano la mano, sotto lo sguardo protettivo e dolce della Madonna del Carmine.

Perché in fondo, che sia per la fiera di una volta o per il silenzio di oggi, questo santuario resta lì, sospeso a mezza costa, e continua ad accogliere il pellegrino o il viandante come un riparo dal quotidiano tribolare. Ogni volta che capito qui in paese una visita alla Madonna del Carmine è d’obbligo. Un vero e proprio luogo dello spirito che veglia silenzioso sulle colline pettinate della Valle del Treste, dove il vento sa ancora di ginestra e di devozione antica.

MEZZANOTTE

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