
di ELSO SIMONE SERPENTINI.
Era stata ribelle da quando era nata. Era nata ribelle. Si era ribellata a sua madre nascendo e poi di nuovo crescendo. Poi si era ribellata alle compagne, alle regole del gruppo, perfino a quelle della sua specie. Si era fatta notare per il suo andare sempre contro corrente. Voleva sempre fare quello che nessun’altra poteva fare, nemmeno lei, ma a farlo ci provava ugualmente. Cercava di infrangere tutte le leggi della comunità. Non ci riusciva, ma ci provava.
Per esempio, perché quella luce ad intermittenza? Lei avrebbe voluto far luce in continuazione, di seguito, ininterrottamente. Non ora sì ora no, come il ticchettio di un orologio a pendolo. E poi perché cosi poca luce, che non riusciva ad illuminare il percorso di nessun viandante? Lei avrebbe voluto emanare molta più luce, capace di illuminare la via ad una mandria. Invece no, era costretta all’intermittenza e all’emanazione di una luce fioca. Così fioca da essere più che utile a lei, utile ai predatori?
Le più esperte le dicevano, quando sentivano queste sue proposte, che quella luce, pur così intermittente e così fioca serviva proprio per sfuggire ai predatori, per avvisarli che erano disgustose al gusto e li avrebbero fatto vomitare se le avessero ingeriti. Ma lei non ci credeva, non credeva mai ai pedagoghi, a chi voleva insegnarle qualche cosa, a chi parlava delle proprie esperienze. Per questo era ribelle. Anzi più che ribelle, rivoluzionaria.
Anche quella storia che la luce intermittente servisse nella stagione degli amori per il corteggiamento, lei la rifiutava, non ci credeva e la giudicava una falsità spacciata come verità da chi voleva conservare l’attuale assetto della comunità. Non le piaceva nemmeno che appena nata la natura l’avesse indotta a dare la caccia alle lumache. Ricordava bene, ma con disgusto, quando si era avvicinata di soppiatto alle sua preda, molto più grande di lei, l’aveva presa ad aggredire con morsi velenosi, finendo per divorarla nel giro di un giorno. Dopo il viscido pasto, come tutte e altre della sua età, si era ripulita accuratamente con il suo speciale organo. Rinnegava quel comportamento, così come rinnegava e deprecava quello delle sue compagne che emettevano quella luce intermittente per attirare un maschio desideroso di accoppiarsi. Era proprio quella la causa del fatto che gli umani non solo decantassero tanto i prati dove le sue compagne si diffondevano tutte insieme, a frotte, e ne avessero un concetto tanto romantico. Ma era anche quella la causa che aveva indotto gli umani a dare il loro nome alle donne che facevano lo stesso per attirare i maschi all’accoppiamento. Era una vergogna.
Decise che lei davvero avrebbe sovvertito le regole. Andò in uno stagno e coprì con il fango l’organo che produceva la sua luminescenza. Fu la sua fine, quella che capita ai rivoluzionari incauti: Un pipistrello, non avvertito della sua identità perché non aveva visto la sua luce, la inghiottì. Solo troppo tardi si accorse che era una lucciola, così disgustosa. La vomitò, ma quando ormai lei era morta.















