
di ELSO SIMONE SERPENTINI.

“Mare maje” (conosciuto anche con il titolo di “Scura maje” o, in italiano “Lamento di una vedova”) è il più struggente canto popolare abruzzese ed è di autore ignoto. Secondo il folklorista Antonio De Nino (Pratola Peligna, 15 giugno 1833 - Sulmona, 1º marzo 1907) e lo studioso Giorgio Morelli sarebbe di origine medievale e il motivo monodico sarebbe derivato dalla presenza “arbëreshë” nella costa abruzzese dal XV-XVI secolo, così come il canto popolare monodico “Addije addije amore” (noto anche come “Nebbia a la valle” o “Casche la live"), anch’esso di autore ignoto. E’ del diciottesimo secolo la prima vera testimonianza del canto, denominato, con il titolo “Scura mai”, in una pubblicazione di un libro di poemi dialettali a opera di Romualdo Parente, autore scannese del XVIII secolo.
Il testo, così come il titolo varia di zona in zona, assumendo di volta in volta i connotati del dialetto del luogo. La versione più lunga è quella scannese di 15 quartine con il ritornello, il testo raccolto da Donatangelo Lupinetti nel 1952, cantata da Giuseppe Gavita "Giuseppillo" da Scanno, grazie alla registrazione di Alan Lomax, è di 9 quartine. Altre versioni sono state raccolte da Antonio De Nino sul giornale napoletano “Giambattista Basile” nel 1883, attribuendo la canzone, di 17 quartine con ritornello, a Sebastiano Mascetta di Colledimacine e criticando le frequenti versioni incomplete e con errori del "pianto della vedova di Scanno".
Ai primi del ‘900 venne trascritta una versione con il titolo “La pèchere spirdiute” (tratto dalla seconda strofa del brano) dal poeta e storico locale Luigi Anelli, incisa poi nel 1968 da Antonietta D'Angelantonio per il Coro folkloristico del Vasto. La versione vastese, tra le più comuni, è assai più breve dell'originale scannese, e intitolata "Maramàje", e consta solo di tre quartine più il ritornello. Una celebre incisione del brano fu effettuata dalla Corale "Giuseppe Verdi" di Teramo, diretto dal M° Ennio Vetuschi, con la voce del soprano teramano Leonia Vetuschi. La canzone viene eseguita da una voce accompagnata da una chitarra nel film Film d'amore e d'anarchia - Ovvero "Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza..." (1973) di Lina Wertmüller, con l'arrangiamento di Nino Rota, ispirata alla versione vastese, ma limitata alle sole prime due strofe.
Il brano descrive il senso di abbandono e di dolore di una donna, divenuta vedova, costretta da sola a crescere i figli e ad occuparsi della casa. Numerosissime sono le incisioni del celebre brano. Particolarmente suggestiva è quella della pugliese Maria Mazzotta, una tra le voci più importanti del panorama pugliese e, più in generale, della world music, accompagnata solo da una fisarmonica (le uniche piccole varianti di testo originale più noto di tre strofe sono “pèchere sperdute”, “lu muntune”, “senza case e senza lette”). Lavinia Mancusi, (cantante e polistrumentista romana, collaboratrice di importanti artisti della scena cantautoriale italiana, come Eugenio Bennato, Alessandro Mannarino e Francesco Guccini), accompagnata dalla sua chitarra, da un’altra chitarra e da un mandolino, dà al brano, con la sua voce assai intensa, una particolare sonorità, resa più struggente dal ritmo più accentuato e scandito, con alcune varianti (“mo' me stracce trècce e facce” nella prima strofa, omettendo la seconda strofa). Notevole è l’esecuzione del brano di Max Gazzè con l’Orchestra popolare del saltarello avvenuta a Pescara allo Stadio del Mare il 23 agosto 2023.
Predominanti sono le voci femminile in tutte e tre le strofe, la prima cantata con un ritmo lento, poi ripetuta con un ritmo accelerato che richiama sonorità balcaniche e impronta di sé le successive altre due strofe, che non hanno variazioni testuali rispetto all’originale. Altrettanto assai ritmate e con sonorità balcaniche risultano altre versioni dell’Orchestra popolare del Saltarello, in cui viene omessa la terza strofa, e che non risultano a me personalmente gradite perché perdono l’atmosfera sacra e commovente del lamento di una vedova e fanno diventare il brano un frenetico sabba che sa troppo di allegria, anziché risultare doloroso, come invece avviene (a volte anche troppo) nelle esecuzioni della maggior parte dei cori abruzzesi, che si affidano ad una “lettura” assai più lenta ed ad una “recitazione scenica” molto più misurata.
Bella l’interpretazione di Daniela Del Monte, ma caratterizzata da una esagerata serie di variazioni testuali (alcune quasi senza alcun rapporto con il testo originale) e nel video con riprese mediante droni di paesaggi abruzzesi mozzafiato, ma che non c’entrano nulla con un lamento vedovile. Stupenda è l’esecuzione, sempre con arrangiamento di Nino Rota, da Maria Kostraki, soprano, greca, che con una voce di grande fascino dà al brano una sonorità ineguagliabile oltre a risultare perfetta nella dizione, senza sbavature di pronuncia, difetto in cui incorrono molti interpreti. C’è un’unica variante: il secondo verso della terza strofa dice: “Mo’ so sole e abbaandunate”. Tantissisme cone le interpretazioni, più o meno felici, alcune insopportabili e inascoltabili, altre entusiasmanti.
Nella prima edizione della Notte dei Serpenti il brano venne eseguito da Giusy Ferreri con alcune piccole variazioni (omettendo il secondo verso della terza strofa: “Mo’ songhe senza recette”). Nella seconda edizione del concerto Melozzi ha affidato il brano al siciliano Giovanni Caccamo, scoperto da Franco Battiato e lanciato dal Festival di Sanremo del 2015, ma Melozzi, che lo ama molto, lo ha affiancato accompagnandosi con la chitarra ottocentesca ereditata dal nonno e da lui suonata magistralmente. Del brano sono state eseguite sole le prime due strofe, con arrangiamento pop che lo stesso Melozzi ha curato molto ed è risultato assai felice perché ha conservato tutta la magia e il carattere del brano originale, che è un canto dell’amore perduto.
Ultima annotazione: “Màra” in dialetto abruzzese è un aggettivo che significa “misero”, “tristo”, (“mara mè” = misero me; (“mar’a vvù” = poveri voi; “mar’a hesse” = povero lui). Il termine deriva dal latino “moerens”, participio presente di “moereo”, che significa triste, afflitto, mesto, addolorato al punto di piangere, da cui deriva pure il francese “marri”, che ha identico significato (desolato, costernato, dispiaciuto).















