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LA CHIESA DI SAN PIETRO IN CRYPTIS A OFENA (AQ)

di Antonio MEZZANOTTE -

Dice e racconta Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, pubblicata nell'anno 77 d.C., due anni prima dell'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei e fu causa della morte dell'autore stesso, che tra gli abitanti della Quarta Regione d’Italia, vi erano i “Vestinorum Angulani, Pennenses, Peltuinates quibus iunguntur Aufinates Cismontani” (libro III, 107). L’antica cittadina vestina di Aufinum fu anche sede vescovile e una lettera di papa Simplicio del 14 novembre 475 riporta il caso di tale Gaudenzio, vescovo di Aufinum, che per tre anni di seguito si era impolpato le rendite della diocesi ed era stato condannato a restituire i beni, oltre a vedersi annullati tutti gli atti emanati (comprese le ordinazioni sacerdotali).

Aufinum, quindi, aveva esercitato un ampio controllo su tutto il territorio circostante, ma l’arrivo dei Longobardi nel VI sec. segnò la distruzione dell’antico insediamento. Forse pochi sanno che, proprio per essere stata sede vescovile, dal 21 settembre 1970 Ofena è annoverata tra le sedi vescovili titolari (ossia non vi è un territorio diocesano, che sarebbe la soppressa Dioecesis aufenensis, riferita all'abitato antico - non coincidente, come si vedrà nel prosieguo, con l'odierno paese d'altura - ma soltanto la nomina episcopale in capo a un prelato, in genere un alto funzionario della curia pontificia – l’attuale titolare è uno spagnolo).

Distrutta Aufinum, che però era ubicata nella piana nei pressi di Capodacqua, oggi in tenimento di Capestrano, l’abitato (il cui nome - Ofena - deriva appunto dall’antico centro vestino e poi romano) venne ricostruito sul colle che oggi vediamo, al margine della valle tritana, in una zona detta “il forno d’Abruzzo”, grazie a un microclima caratterizzato da temperature mediterranee che favoriscono vini di pregio (ci sono rosati e pecorini di ampio riguardo, ma pure i rossi Montepulciano d'Abruzzo sono una vera sciccheria).

Poco distante dal paese, verso il pianoro, troviamo la chiesetta di San Pietro in Cryptis, collocata lungo la strada che conduce al convento dei Cappuccini. Essa rappresenta una delle più importanti testimonianze storiche e architettoniche della Valle Tritana. Non si hanno informazioni certe sulla sua origine, però può ipotizzarsi una certa continuità della destinazione cultuale del sito dall’epoca romana, sia per il ritrovamento di reperti nei pressi della chiesa, sia per il toponimo “in cryptis”, che ricorda la presenza di ambienti ipogei, utilizzati per esigenze di culto ovvero come sepolture, ravvisabili anche nell’attuale particolare disposizione dell'edificio su due livelli.

Taluni hanno messo in relazione un passo del Chronicon Vulturnense riferito a un monastero di San Pietro "in valle tritense" con questa chiesa di Ofena: il passaggio è una conferma di papa Stefano II all'abate di San Vincenzo al Volturno, Atone, avvenuta nel luglio 754 di "porro monasterium Sancti Petri apostoli in valle tritense", ossia un altro monastero - libro I, pag. 168 - rispetto al più noto San Pietro "iuxta fluvium tritanum" (citato nelle pagine precedenti - libro I, pag. 155), dipendenza vulturnense che si ritiene fondata da Desiderio, re dei Longobardi dal marzo 757 (che oggi noi conosciamo come San Pietro ad oratorium). Scorrendo le pagine della cronaca del monaco Giovanni, che scrive intorno al 1130, a me sembra che quel "porro monasterium" è invece contenuto in un semplice elenco di dipendenze vulturnensi e ci si riferisca proprio alla più nota San Pietro ad oratorium, che però, in effetti, aveva una pertinenza (forse una cappella rurale con annessa cella monastica, non certo un altro monastero) in Ofena (libro I, pag. 230).

Invero, la cronaca dice che Desiderio avrebbe fondato il monastero di San Pietro vicino al fiume Tirino all'epoca del terzo abate di San Vincenzo al Volturno, Tasone, ma questo è morto nel 739, ben prima che Desiderio diventasse re! Le suddette incongruenze rivelano il solito tentativo (e, aggiungo, spesso maldestro, ma compatibile con lo stato di conservazione dei documenti dell'epoca), comune ai coevi chronica monastici, di riaffermare i diritti su un territorio ovvero su una chiesa da parte del monastero principale in epoca successiva e, quindi, ne consegue che la chiesa di San Pietro ad oratorium di certo già esisteva prima che Desiderio divenisse re (ovviamente non nella forma odierna, risalente al 1100), ma era necessario ancorarne la fondazione e l'annessione al cenobio molisano a un atto regio, riportato nel testo, che, infatti, nell'aprile 787 venne confermato nientemeno che da Carlo Magno in persona personalmente; nel 1130, in piena espansione normanna in Abruzzo, faceva comodo ricordare i vecchi diritti e privilegi (non essendo stato ancora istituito il Registro Immobiliare ad opponendum), magari "adattando" le antiche carte al bisogno...

Com’è e come non è, la chiesa di Ofena (sorta probabilmente quale pertinenza omonima, pertanto, di San Pietro in Trite - oggi nota come San Pietro ad oratorium) ha navata unica rettangolare con abside circolare ed è preceduta da un pronao scoperto, dotato di due bifore romaniche, sul quale insiste la facciata con il portale in pietra bianca della Majella. L’architrave d’ingresso reca scolpita la data 1196 in numeri ordinali latini e il nome dell’autore, identificabile nello scultore Silvestro da Ofena (“hoc opus magister Silvester fecit”). Le colonne del portale si concludono con capitelli sui quali sono scolpite figure di telamoni e sullo stipite di destra si osserva un agnello crucifero. Nella lunetta, un cartiglio inciso su un mattone collocato di taglio e datato 1 novembre 1794 ricorda l'obbligo di celebrare in questa chiesa una messa festiva (secondo altre interpretazioni il precetto sarebbe stato per la solennità di Tutti i Santi, ma a mio parere prevale la prima lettura, con la regola stabilita forse in occasione di un restauro e da parte del committente ovvero finanziatore, e non già per la festa di Ognissanti per la quale le messe venivano celebrate da secoli).

Ora, a me sembra che tutto l’apparato decorativo risenta molto dello stile casauriense e a mio avviso non è peregrina l'ipotesi secondo cui dopo che Leonate diede avvio ai lavori di rifacimento della grande abbazia nel 1176, gli stessi artisti che vi lavorarono poi ebbero commissioni anche nei centri vicini (o, perlomeno, che le maestranze che lavorarono nelle chiese del circondario si ispirarono allo stile di Casauria). Da qui potrebbe dedursi che la chiesa sia stata in realtà edificata nel XII sec. su un precedente impianto.

L’interno presenta una copertura lignea con capriate a vista, esito del recente restauro. La chiesa conserva alcuni pregevoli affreschi del 1400: nell’abside si trovano un Cristo Redentore benedicente in trono tra gli angeli, con in mano il vangelo di Giovanni (aperto al versetto "Ego sum via, veritas et vita") e, nella porzione inferiore, la Vergine in trono col Bambino tra quattro Santi, dei quali sono riconoscibili forse un giovane Giovanni Evangelista (con il Vangelo), Giovanni Battista (con un cartiglio illeggibile, indicante forse la data dell'esecuzione dell'affresco o il nome dell'autore), Pietro (con le chiavi) e di certo San Paolo (ma della figura restano soltanto la porzione inferiore e una mano che impugna la spada della decapitazione). In una nicchia gotica sulla parete destra rispetto all’entrata sono visibili alcune immagini di Santi nel sottarco (che reca la data 1495) e l’Annunciazione nella parte superiore (la figura dell’Arcangelo Gabriele è davvero notevole).

Sulla parete opposta sono conservate due tele secentesche, provenienti entrambe dalla chiesa dell’Assunta annessa al vicino Convento dei Cappuccini e raffiguranti la Vergine che appare a san Felice da Cantalice (di autore ignoto) e la Crocifissione con san Francesco e san Carlo Borromeo, attribuibile ai fratelli Giovanni Battista e Giulio Cesare Bedeschini, quest’ultimo uno dei maggiori pittori aquilani dei decenni a cavallo del 1600.

San Pietro in Cryptis a Ofena: un piccolo, prezioso (e pressoché sconosciuto) luogo dello spirito nella valle del Tirino.

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