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4. La famiglia de Felici di Pianella in alcune lettere del Settecento. Lettera del barone Zopito de Felici a Furberto Probbi

ELSO SIMONE SERPENTINI.

Porta la data del 17 gennaio 1757 una lettera scritta da Penne dal barone ZOPITO DE FELICI a FURBERTO PROBBI, Napoli. Comincia così: “ Bisogna persuadersi che nel mondo non vi sia felicità che duri. Io di già l’aveva incontrata…”.

Il Barone si riferisce alla morte della moglie, Ippolita Micheletti, che ha perso proprio nel periodo che definisce “migliore di mia vita”. Il colpo è stato forte, scrive, ma rientra “nel vasto mare delle divine disposizioni”, e non può che ritenere la perdita della moglie “un atto della divina volontà”.

Tuttavia “i moti dell’umanità”, cioè il suo dolore non si calmano, sebbene cerchi di sottrarsi “alle funeste rimembranze” grazie all’aiuto degli amici di Pianella, che un tempo furono per lui fonte di contentezza e in avvenire lo saranno di tristezze. Vorrebbe dare maggiore sfogo al suo cordoglio, che sente accresciuto, ma preferisce riprendere “il carteggio”, cioè lo scambio di lettere, che ha dismesso per un po’.

Così risponde alle due lettere ricevute da Probbi, scusandosi di non aver rimesso il denaro che aveva promesso. Lo farà quando sarà tornato a Pianella, come si ripromette di fare quando prima, e si disobbligherà anche con il sig. Pecora, sempre che il Sig. Barone Cimino mantenga la parola data lo spera, anche se Probi gli ha detto il contrario.

Tornato a Pianella si farà dire da D. Gesualdo(figliodi Tommaso De Felici e di Efigenia Probbi, sposato con Delfina De Matteis) tutto ciò che che questi gli aveva accennato riguardo al sig. Pecora.

Si ricorderà VS felicemente” scrive ZOPITO a PROBBI “che in ordine alla fattura delle posate sebbene sul primo mi si cercassero carlini undici per ciascheduna, andò poi a minorare. Credo di meditar credenza, in difetto manderò la tua lettera, mi pare che Mazza Mauro effetti arbitrio per aver negozij, ma questi avuti si dia a pretendere il Rigore; non facciamo però che l’istesso avenga nella stanza di S. Massimo, per la quale presentemente si stanno ammassando i ducati secento di prima paga, e che questo Sig. Archidiacono Scorpione anderà a ricapitando da mano in mano ad VS affine che questi compiti possa darsi principio all’opera nella di cui consegna si pagavano altri ducati ducento, ed il resto à dando l’anno, ma non ovvia che si parlasse d’interessi, e sappia che prima di principiarsi l’opera intendo che si faccia istrumento, giacchè la parola di Mazza Mauro non mi piacciono, ed a suo tempo gli cercherò la minuta”.

Fra poco, scrive ancora Zopito, capiterà a Penne un vaticale (un carrettiere trasportatore) per mezzo del quale invierà al Sig. Mauro quando si deve rimettere al citato D. Tommaso Scorpione,* prendendosi la briga di farglielo arrivarea Pianella.

* L’arcidiacono D. Tommaso Scorpione nel 1767 ) fu sottoposto a relazione e provvedimenti per aver rinunciato al suo canonicato a Penne senza il regio assenso. (Archivio di Stato di Napoli, Registro delle Relazioni, Pandetta 806-III 1., n. 2131, pagina 163).

Le lettere sono conservate presso la collezione Corrado Anelli di Teramo

Torre di Rosciano

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