UN’AMARA LETTERA DEL MARCHESE LUIGI DE FELICI AI FIGLI (1941) *

ELSO SIMONE SERPENTINI / SAB 18 GIU 2022 / CULTURA /

LUIGI DE FELICI DEL GIUDICE, marchese di Casale in Contrada, figlio di Gesualdo e di Silvina Olivieri, sposa Erminia Sabucchi, figlia di Giacomo e di Maria Pia Julii Capponi. Due anni prima della sua morte (che avverrà a Milano il 23 dicembre 1943) nel febbraio 1941, scrive ai figli Delfina Antonia (nata a Milano il 7 maggio 1922) e Gesualdo, chiamato familiarmente Aldo (nato il 19 gennaio 1924) una lettera in cui esprime tutta la sua amarezza per il comportamento della moglie (che morirà il 10 settembre 1954), che lo ha fatto fallire ed è stata crudele con sua madre Silvina. Luigi vuole informare i figli di tutto quanto è successo, a partire dalla morte del suocero Giacomo Sabucchi (1926), e che ha travolto la sua vita e i suoi affetti. Il documento va al di là come importanza, di uno sfogo per vicende familiari e coniugali, perché ci fornisce una testimonianza diretta e significativa sul decadimento di un casato antichissimo, appartenente alla più prestigiosa nobiltà dell’Abruzzo, che ha provocato non soltanto la perdita di un immenso patrimonio immobiliare, ma la dispersione dei propri beni culturali ed artistici e di carte e documenti storici preziosi conservati nei propri archivi.

Questo il testo della lettera.

Roma, Febbraio 1941 - XIX Miei adorati figli

Per vostra conoscenza, vi riassumo brevemente alcuni fatti, e episodi, nella loro assoluta autenticità.

I° - La morte improvvisa di mio Suocero avvenne nel momento in cui mi trovavo impegolato ancora nei postumi della recente costruzione del nuovo palazzo in Pescara, e, più gravemente, nella costruzione in corso del palazzo di Chieti. Tutti i preventivi di quest’ultima infatti appena dopo iniziati i lavori, erano stati travolti dalla sopravvenuta svalutazione della lira. Tuttavia la mia situazione patrimoniale non destava alcuna preoccupazione e la si poteva sistemare facilmente. Lo stesso nataio De Fermo   lo aveva sempre detto e riconfermato fine alla vigilia della separazione!

Appariva, invece, gravissima, e lo stesso notaio De Fermo ne era persuaso e aveva gettato anche lui il grido di allarme, la situazione finanziaria lasciata dal defunto Comm. Giacomo Sabucchi, principalmente, per l’ingente cifra del passivo costituito dal conto corrente allo scoperto presso il Credito Adriatico e da importanti e improrogabili altri impegni. Se non si fosse riusciti a sistemare immediatamente l’esposizione col Credito Abruzzese, il disastro sarebbe stato inevitabile per il vistoso patrimonio e per le floride industrie Sabucchi e il patrimonio de Felici ne sarebbe stato naturalmente pur esso travolto.

II° – Per conseguenza, senza esitazione, nell’interesse supremo della famiglia, dei figli, di voi, mi dedicai con tutte le forze a parare e ad eliminare il colpo mortale costituito dalla terribile spada di Damocle del conto corrente del Credito Adriatico. Da solo e quasi all’insaputa di altri, riuscii ad ottenere dalla Banca d’Italia di Teramo lo sconto di un milione con le sole firme di mia moglie e mia. La firma del De Fermo fu da questi spontaneamente offerta e con mio vivo stupore, perché l’operazione era stata già accordata dalla Direzione Generale con le sole firme de Felici-Sabucchi e il notaio De Fermo si era recato con me da quel direttore, a Teramo, col solo scopo di fornire le notizie catastali più dettagliate del patrimonio Sabucchi ed inerenti informazioni. Penso che il De Fermo fece quel gesto amichevole, più che per altri, per poter tenere le mani in pasta.

Per messo di mia personale conoscenza romana riuscii a far liberare e a vendere alla pari le azioni vincolate da sindacato della Mobiliare Italiana col realizzo di un altro milione.

Nella foga di risolvere decorosamente queste ed altre pendenze, fui costretto a trascurare le pratiche per la sistemazione del mio patrimonio e ad affidarmi al famigerato Siclari, che, assunto per l’oleificio Bucco, si era, a poco a poco, insinuato nei miei affari ed era riuscito ad acquistarsi la mia fiducia. D’altra parte, da povero illuso, dovevo fare sicuro affidamento nel concorso di mia moglie per la sistemazione del mio patrimonio. L’atteggiamento affettuoso e premuroso da essa dimostrato nelle varie peripezie con i De Cesare avevano avvalorato in pieno tale mio legittimo affidamento. Invece, un diabolico piano studiato, a mia insaputa e subdolamente, in ogni suo dettaglio malefico dall’associazione a delinquere che si era andato formando ai miei danni, dallo stato maggiore di vostra madre, veniva vilmente e raffinatamente messo in esecuzione contro la mia persona, contro il mio patrimonio con oscena e ributtante raffinatezza e crudeltà.

III° Per le mie operazioni di appendicite qualsiasi mortale sarebbe andato in una clinica, in un ospedale e, con santa pace avrebbe subito l’operazione! Per vostro padre, invece, quella operazioni si tramutarono in tragedie. La diagnosi della mia appendicite fu fatta dal Dottor Carrega, tanto che egli propose che il Prof. Milesi operasse contemporaneamente nello stesso giorno, mia moglie e me. Per ragioni ovvie la mia operazione la rimandai a tempo indeterminato in considerazione che la mia forma non richiedeva in quel momento, un intervento immediato.

Durante l’estate, avendo riavuto qualche disturbo, mia Madre, impressionata soprattutto dal parere del Dott. Carrega, insistette per la mia decisione ed io preferii di farmi operare all’Aquila dal Prof. Rossi che stimavo, come lo era un chirurgo di prim’ordine. Mia moglie voleva che mi facessi operare in Roma e ciò solo perché riteneva che mia Madre avesse influito su di me per la scelta del Prof. Rossi. E, solo per questa ragione, mia moglie si disinteressò della mia operazione e si limitò a recarsi all’Aquila il giorno in cui dovevo uscire dall’ospedale per tornare a Pescara.

Per il secondo e grave intervento del Prof. Margarucci in Roma, perché contro l’inumano desiderio di mia moglie, ho voluto compiere il preciso dovere di informare mia Madre, essa si è del tutto disinteressata di me fino al punto di non recarsi mai a visitarmi, malgrado la gravità del caso e la prolungata mia permanenza in clinica.

IV° - Il giorno della vendita all’asta pubblica nella piazza di Pianella dei quadri degli antenati di casa de Felici, vostra madre, pur essendosi recata in Pianella quel giorno e trovandosi insieme all’ineffabile avvocato, se ne disinteressò e assistette impassibile alla… fuga dei miei antenati inorriditi.

Due giorni dopo tale orrorosa vendita, essendo naturalmente io venuto nella irrevocabile determinazione di non andare più a Pianella, avendo praticamente dimostrato la mia decisione di mantenere tale proposito, al ritorno in Pescara, mia moglie mi prospettò un incredibile atroce dilemma: o troncare ogni rapporto con mia Madre, impedendole persino di più veder voi, o la nostra separazione coniugale. Senza esitazione, rifiutai di aderire al primo inumano corno del dilemma e subii l’adesione al secondo, alla separazione coniugale, convinto che questo, pur ormai imponendosi, potesse limitarsi a quella di fatto e temporanea e non a quella legale e definitiva. Ma, purtroppo, con fredda e già decisa determinazione, essa rimase inflessibile e, ricorrendo perfino a minacce di atti coercitivi, cioè a scandali inesistenti, ma inscenati, mi costrinse alla separazione legale consensuale che io, con ogni mezzo, più che per alto nell’interesse vostro, figli miei, mi sono sforzato di evitare e che, fino all’ultimo momento ho deprecato anche con quella lettera diretta all’avv. Domenico Majiolo.

V° - Per tutto quando sopra mia Madre ne moriva di crepacuore e, invocando invano fino al suo ultimo istante di vita di voler vedere “Mimì” e voi, i suoi adorati nipoti. Ma questo suo grande e legittimo desiderio, non fu, incredibile a dirsi, da questa accolto. La vostra povera Nonna, invece, nello stato di semi- incoscienza che precedette la sua morte, s’illuse che voi tutti foste finalmente arrivati presso di lei e, tra la più viva commozione dei presenti, in questa dolce visione e chiamandovi e benedicendovi spirò.

Vostra madre, al contrario, se ne rimase cinicamente in Roma e contraccambiò inviando l’ineffabile avvocato a Pianella e che, per arrivare in tempo, vi si recò con una motocicletta, per impartire l’ordine che, durante i funerali di vostra Nonna, il lavoro del magazzino tabacchi continuasse normale e che nessun dipendente del magazzino stesso e dell’amministrazione Sabucchi dovesse partecipare comunque al corteo!!! Il feroce ordine fu rigorosamente fatto eseguire, ma, alla cessazione meridiana del lavoro, dopo il suono di derisione e cinico di quella sirena che avrebbe dovuto, almeno essa tacere, le operaie del magazzino, in numerosissimo e folto gruppo, correndo, mi raggiunsero a Santa Lucia per fare in tempo ad esprimermi il loro grande dolore nella forma più spontanea, la più devota, la più travolgente e significativa, per circondarmi – le mie mani furono coperte di baci e di lacrime – e per farmi quella dimostrazione spontanea e affettuosissima che mai potrò dimenticare. Poi si recarono tutte intorno al feretro per inginocchiarsi e pregar. Così, da un tentativo di crudele affronto, scaturì una magnifica dimostrazione di affetto e di devozione per la Defunta e per me, di protesta per… gli altri. Ignoro se, contro quelle operaie, furono poi adottati provvedimenti di rappresaglia, ma forse no, perché erano troppe e le migliori!

Vostra madre non portò lutto per la morte di vostra Nonna, ma, ostentatamente seguitò a indossare gli abiti di colore più chiaro della sua guardaroba e, quel che è peggio, neanche a voi, nipoti adorati invocati fino all’ultimo dalla Morente, fece portare il minimo segno di lutto o assumere un qualsiasi temporaneo apparente atteggiamento di cordoglio.

L’odio ingiustificato, comunque rabbioso e felino, non cessò né si attenuò un poco nell’animo di vostra madre neppure di fronte alla sacra maestà della morte!

VI° - Per la separazione legale, oltre alle condizioni di rito risultanti dal verbale fatto dinanzi al Presidente del Tribunale, ne erano state fissate altre e precisamente quelle riassunte nel famoso foglio dattilografato, dall’avvocato Domenico Majolo riconosciute sempre esatte e stabilite d’accordo, per il di lui tramite, con vostra madre anche in presenza di testimoni. Tra queste c’era quella che si riferiva al modo come si sarebbe dovuto fare la sistemazione del mio patrimonio. Se ne doveva evitare l’esproprio mediante eque transazioni con i varii creditori e, quindi farne io l’attuazione, l’avv. D. Majolo, per incarico di vostra madre, iniziò subito e condusse a termine, in breve tempo, la transazione con l’avv. Quarta. Le trattative col Credito Marittimo, anche queste iniziate, ignoro con quale proposito di conclusione, furono fatte fallire, così mi fu riferito dal Majolo dopo molto tempo, per la misera differenza di cinquantamila lire! Là per là, non riuscii a spiegarmi questo… fenomeno, ma successivamente mi è apparso evidente che la transazione con Quarta era stata conclusa perché indispensabile per l’attuazione dell’altro diabolico piano architettato e deciso subdolamente alle mie spalle e che la transazione col Credito Marittimo era stato simulata per gettarmi polvere negli occhi, per tenermi buono ed impedirmi ogni reazione che avrebbe potuto compromettere il raggiungimento di loschi fini.

Complice necessario per ingannarmi è stato il mio avvocato Domenico Majolo. Risulta tanto chiaro che sorvolo in merito. Del resto, voi stessi, benché ragazzi, per quanto avevate potuto percepire, lo avevate intuito! Aprii gli occhi quando era tardi. Il figuro Ciarletta ebbe a dichiarare che egli stesso aveva voluto si seguisse tale vie, la più facile, la più tranquilla, ma senza tenere in alcuna considerazione, data la sua maligna mentalità di farabutto, quei coefficienti morali che, anche a costo di qualunque sacrficio, si sarebbero dovuti tener presenti e in considerazione per far seguire la via più onesta, a parte il rispetto degl’impegni assunti con me. Al decoro della famiglia, a quello di vostro padre, vilmente raggirato e ingannato, si preferì la più ignobile e inqualificabile speculazione.

Rileggete, imparatelo a memoria, figli miei, quel foglio dattilografato che riassume i patti stabiliti e non mantenuti, che solo in minima parte, in quella parte necessaria pe ingannarmi e strapparmi i primi miei indispensabili consensi!

VII° - Per il trasferimento del Fogliani si rese necessario la sostituzione dell’amministratore giudiziario. Il figuro Majolo si affrettò a interpellarmi per la proposta al tribunale della nomina di mia moglie. Aderii senza esitare nella convinzione, oltre che per altre ovvie considerazioni, che tale nomina avrebbe facilitato e reso più rapida l’attuazione del programma stabilito. La sentenza del Tribunale di Pescara che nominava mia moglie in costituzione del Pogliani, ma che completava pure la mia spogliazione, fu a me comunicata dal mio avvocato Majolo, presso cui era stata notificata, solo quando erano già decaduti i termini per l’appello, quando non ero più in grado di parare il brutto tiro e, almeno, di ritardarlo. Come si rileva, tutto era stato ben studiato ed attuato per raggiungere lo scopo principale dell’annientamento di vostro padre e del suo assassinio.

VIII° - Avuto il sentore dell’inizio dell’istruttoria contro gli ex amministratori della Società ABRUZZO, ne informai subito il così detto avvocato di mia fiducia, il quale mi rassicurò nel modo più semplice che io non ero compreso tra gl’incriminati. Qualche settimana dopo, venni informato vagamente che il mio nome figurava tra gli incriminati e mi affrettai a dirlo a Majolo. Questo figuro, recatosi a Pescara, al suo ritorno, ebbe la spudoratezza di sementirmi e aggiunse che, nel caso, mia moglie lo aveva formalmente incaricato di dirmi che, qualora io fossi stato attaccato, potevo fare sicuro affidamento sul di lei concorso per la nomina di un difensore di grido e per il rilevo da qualsiasi peso e molestia, perché non avrebbe lesinato spesa di sorta per contribuire alla dimostrazione della mia innocenza. Fu allora, nello stesso colloquio, che manifestai il desiderio di essere assistito dall. Alfredo Fabrizi. Il Majolo convenne sull’ottima scelta e, nel successivo suo ritorno da Pescara, mi riferì che mia moglie non aveva nulla in contrario per la nomina dell’avvocato Fabrizi a mio difensore, ma che, per il momento si rendeva superfluo per non essere io compreso fra gli amministratori accusati.

Gli eventi, invece, precipitarono. Qualche giorno appena dopo, mi risultò che, al solito, Majolo aveva mentito e che il mandato di comparizione era stato spiccato anche contro la mia persona. Non potevo esitare oltre per interpellare l’Avv. Fabrizi, il quale accettò cordialmente di assistermi e ritenne urgente di recarsi con me all’Aquila per i primi rilievi del processo. Furono stabilite le condizioni: per l’assistenza completa in istruttoria, oltre al rimborso delle spese vive, egli si limitò a richiedermi il modesto onorario di

cinquemila lire. Nel disgraziato caso, che però egli escludeva, di un mio rinvio a giudizio, si sarebbe convenuto l’onorario. Riferii all’avv. Majiolo l’amichevole comportamento dell’Avv. Fabrizi e gli comunicai di avergli dato formale incarico di assistermi.

L’Avv. Fabrizi, tanto per sua tranquillità ed evidentemente per la mia nuova condizione di nulla tenente, mi richiese un colloquio con mia moglie e gli venne accordato. Ma assai grande fu la sua sorpresa quando non gli si volle confermare l’incarico, trincerandosi dietro inopportune incertezze ed esitazioni, e ancora più grande il mio stupore, quando il figuro Majolo, alle mie proteste e insistenze, mi rispose che mia moglie non voleva saperne di Fabrizi e che, se essa doveva pagare l’avvocato, essa solo aveva il diritto di sceglierlo!

Non potendo scherzare col mio onore e non volendomi prestare ad un altro sfruttamento di vostra madre organizzato dal suo stato maggiore in grande stile, essendomi stato notificato il mandato di comparizione, mi recai all’Aquila accompagnato dall’Avv. Fabrizi, il quale, resosi conto della mia situazione più come amico che come professionista, aveva ridotto il suo onorario a sole tremila lire!!!

Abbandonato alla mia sorte, o per un ricercato puntiglio o per altri oscuri fini, da chi, a parte il preciso e pomposo impegno assunto e fattomi comunicare per il tramite dell’avv. Majolo, avrebbe avuto il sacrosanto dovere di assistermi, mi ritrovai nella penosissima condizione di dover affrontare ulteriori e gravi sacrifici e privazioni per tutelare l’onore mio e quello di mio Suocero, per esse prosciolto in istruttoria.

IX° - L’odioso episodio della malattia di mio figlio Aldo è cinematografato dallo scambio dei telegrammi scambiati fra me e mia moglie e dei quali si accludono le copie.

X° - L’assegno alimenti fu da me trattato sempre con la massima larghezza, tanto che accettai senza rilievi di sorta le duemila lire mensili che all’inizio mi furono corrisposte per due mesi e che, poi, per altra arbitraria e dispettosa rappresaglia, furono ridotte a millecinquecento. Pur protestando, subii questa riduzione, perché allora disponevo ancora delle rendite della parte di patrimonio rimastomi.

Fu nel novembre 1936, in seguito alla mia spogliazione totale per effetto di quella sentenza del Tribunale di Pescara e tenutami nascosta fin dopo la scadenza dei termini per l’appello, come ho già detto, che, per la prima volta fui costretto ad entrare nel merito. Spogliato di tutto, per vivere, non mi restava che fare assegnamento esclusivamente sull’assegno in oggetto e, ancora illuso dalle abili proiezioni di lanterna magica del figuro Majolo, dalle di lui continue e reiterate assicurazioni, animato dal proposito di concorrere nell’unico modo ormai consentitomi alla più rapida sistemazione patrimoniale nell’interesse dei figli, rinunciati volutamente ai diritti che la legge mi consentiva e mi limitai a richiedere il minimo a me indispensabile per una vita decorosa, ma modesta e non scevra di sensibili privazioni, in confronto alle mie abitudini. Seguii tale criterio per amor vostro, figli miei. Ritenevo pure facile trovarmi una occupazione, ma, come la documentazione dimostra, non mi fu possibile. Il minimo da me richiesto importava 3700 lire al mese, oltre alla amministrazione delle provviste e al rimborso di spese straordinarie per malattie e di forza maggiore. Mia moglie, dispoticamente e unilateralmente, volle fissare tremila lire, le famose cento lire al giorno, e a nulla valsero le mie proteste per l’insufficienza di questo esiguo assegno. Il figuro Majolo ricorse all’inganno della famosa “beffa di Pasqua”. Mi riferì che mia moglie era arrivata a tremilacinquecento lire e che non mi avrebbe corrisposto un centesimo di più e che, in occasione della prossima ricorrenza di Pasqua (1937), mi avrebbe corrisposto tutta insieme la differenza per gli arretrati e quindi, dal mese successivo, regolarmente le tremilacinquecento. Passa Pasqua e il… regalo non si vede. Incarico Nicola Caracciolo di Napoli di recarsi la mia moglie per chiederle spiegazioni e questa gli svela l’inganno (?), il tranello di cui ero rimasto vittima. A questo modo di agire del mio avvocato Majolo e di vostra madre, evidentemente d’accordo, perchè se così non fosse stato vostra madre avrebbe dovuto metterlo alla porta e non seguitare a servirsene, esplose finalmente la mia legittima reazione e ruppi i buoni rapporti, fino ad allora con santa pazienza conservati, con il Majolo. Avrei dovuto iniziare gli atti legali pure con vostra madre, ma il grande amore per voi, la fiducia in un prossimo ravvedimento equo e giusto, i versamenti straordinari fattimi pervenire anche per vostro tramite si trattennero e tirai innanzi alla meglio fra stenti, sacrifici e brutte figure.

Dopo qualche mese, il Majolo, per mezzo di Carlo Bassano, mi sollecita e gli accordo un colloquio nello studio Bassano. In questo incontro il Majolo riconferma esatte e precise, ad eccezione di un impreciso rilievo trascurabile, le condizioni riassunte nel foglio dattilografato e si scusa dicendo che egli “si era sbagliato sulla sensibilità della Marchesa”. Fu in questo colloquio che io, per la prima volta, richiesi un assegno conforme ai miei diritti e respinsi la proposta Majolo di voler ottenere il miserabile aumento di

cinquecento lire. Fu in quel colloquio che io, ancora uan volta, aderii generosamente subito al rilascio di altra procura concorrente per il buon fine di una causa in corso e che, com’è chiaro, aveva costituito l’unico vero scopo del voluto colloquio! Avrei potuto rifiutarmi, ma non mi venne neanche in mente e per l’amore per voi e per il mio modo di pensare.

XI° - Rotto definitivamente con un traditore di simile genere, mi rivolsi all’Avv. Longo. Tra l’altro, questi si reca all’Aquila per conferire con Ciarletta e pieno di speranze di poter raggiungere un bonario accordo, ma torna disilluso, contrariato e deciso ad iniziare gli atti legali. Ma, dopo qualche tempo, quando già aveva preparato le minute occorrenti, mi dichiara che le sue nuove occupazioni gl’impediscono di poter seguitare ad occuparsi con la necessaria diligenza della mia causa. Da uomo coscienzioso ed amico mi consiglia di far pervenire a mia moglie la proposta della nomina di un arbitro privato in comune accordo. Per quest’ultimo tentativo mi rivolgono al Rag. Bernardelli il quale accetta di buon grado l’incarico. Ma ogni sua iniziativa viene stroncata dal netto e minaccioso rifiuto di vostra madre. Sciupati anni di pazienza e di soeranze per tentare il bonario componimento della penosa vertenza, mi rivolgo all’Avv. Greco. Questi, dopo avermi fatto fare l’estremo tentativo di una proposta di bonario componimento, come di rito, nel giugno u.sc. (1940), inoltra domanda al Presidente del Tribunale di Roma per la nomina dell’arbitro in conformità dell’articolo 4 del verbale di separazione.

Il resto è e sarà noto, ma voi dovete rilevare che le sentenze finora uscite riconoscono le mie ragioni e mi mettono a posto di fronte a voi.

XII° - Che la voluta e imposta separazione legale mirasse pure a modificare il nome, il vostro stato civile, davvero non me l’ero immaginato. Avevo rilevato il cambiamento dell’intestazione dei telefoni, avevo rilevato, da parte di vostra madre, la “pacchiana” posposizione del cognome de Felici a quello Sabucchi negli assegni bancari, nei quali è poi seguito addirittura la modifica in “Marchesa Erminia Sabucchi”. Tutto ciò ho attribuito a siocche ripicche, a dispettucci grotteschi, ma non pensavo affatto, neanche dopo le varie pubblicazioni sui giornali, che si volesse arrivare al comune reato di alterazione dello stato civile dei figli. Constatatolo, mi sono finora limitato a far notificare una diffida per mano ‘usciere. Mipopongo, con regolare azione legale, d’impedirlo e per ora e per sempre.

XIII°. La prima volta, MARIA viene licenziata per… provocarmi. Rilevatala con me, dopo qualche tempo, viene riassunta in servizio. Dopo la notifica della diffida per l’alterazione dello stato civile dei figli, viene nuovamente e definitivamente allontanata. Con quale pretesto? Con quello di aver manipolato ceri manicaretti desiderati e richiesti da Aldo! Cosicchè una vecchia fedelissima persona di servizio viene scacciata per aver premurosamente soddisfatto un desiderio del figlio. Ma aveva disubbidito ad un ordine perentorio e preciso della signora Marchesa! Ogni commento è superfluo perché Maria è stata allontanata per… timore e non per altra ragione. Il pretesto addotto non poteva essere più infelice!

XIV° - Per la notifica della diffida per il nome, per la nomina dell’arbitro, una rappresaglia violenta e raffinata s’imponeva. La trovata suggerita dall’altro figuro De Fermo, quella di trasferirsi a Firenze per eliminare il pericolo delle bombe inglesi a Roma, viene afferrata a volo e decisa ed attuata alla chetichella col più preciso scopo di allontanare voi da me e togliere dalla mia temuta influenza i figli! Il figuro De Angelis, l’ineffabile avvocato provvede all’esecuzione di ogni dettaglio e mi si fa trovare dinanzi al fatto compiuto. Ci è voluto l’intervento della Questura per potervi rintracciare e sventare l’ignobile atteggiamento, ma l’ineffabile avvocato ne ha approfittato per concedersi lunghi soggiorni di… riposo nella città dei fiori.

XV° - Quando tu, mio adorato Aldo, mi raccontasti, nel circolo il fatto che ha provocato il tuo rinvio al tribunale dei minorenni, te lo ricorderai, mi resi subito conto della sua gravità e proposi subito la tacitazione della parte lesa e la nomina di un buon avvocato e che non mi sembrava potesse essere il solo Camerini, già investito della tua difesa. Deplorai energicamente il tuo atto insensato manifestandoti pure il mio dolore e la mia grande preoccupazione per le conseguenze che te ne sarebbero potute derivare.

Avrei potuto aggiungere qualche legittimo apprezzamento sulle responsabilità di chi, contro ogni mia direttiva e contro ogni buona norma, ti aveva lasciato solo e abbandonato a te stesso con un fucile ad aria compressa, è vero, ma pur esso pericoloso. Me ne astenni di proposito.

La tacitazione della parte lesa, perché consigliata da me o per la spiccata tendenza di sguazzare nelle cause giudiziarie, non è stata seriamente affrontata, mentre costituiscono l’unica via di scampo per raggiungere l’assoluzione!

Mostruoso a dirsi, si faceva assegnamento sull’amnistia con mentalità degna solo dei figuri dello stato maggiore di vostra madre.

Dopo il tuo rinvio a giudizio, si aggiunge alla difesa un grande avvocato fiorentino, senza neanche interpellare il padre e commettendo atto precipito e inopportuno.

Vostro Papà.

*La lettera fa parte della collezione di Corrado Anelli (Teramo).

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