
di PARIDE MARIOTTI
Quando il 15 luglio 1817 Pietro Zambra e Michele Pean, procuratore di Pasquale Pigliacelli, si presentarono nello studio del notaio Giovan Battista Spasiano di Napoli per perfezionare una compravendita immobiliare, stavano inconsapevolmente scrivendo l'ultimo capitolo di una storia iniziata molti anni prima. Dietro quel contratto si nascondeva infatti le conseguenze di guerre, rivoluzioni, processi e fortune familiari che avevano profondamente segnato l'Abruzzo tra la fine del Settecento e i primi dell'Ottocento.
Protagonisti della vicenda fu innanzitutto la famiglia Antonini. Giovan Pietro Antonini, autorevole patrizio aquilano, era Barone di Pace e Tesoriere Provinciale dell'Abruzzo Ulteriore, una delle cariche amministrative più importanti del territorio. L'invasione francese del Regno di Napoli sconvolse però il delicato equilibrio su cui si reggeva la sua attività. Per evitare che le truppe nemiche si impossessassero della cassa pubblica e dei registri contabili, fu costretto ad abbandonare il proprio ufficio e a rifugiarsi a Napoli.
Gli eventi che seguirono generarono un profondo disordine amministrativo. Saccheggi, perdite documentarie e continui cambiamenti di governo provocarono gravi ammanchi nelle finanze pubbliche. Quando le autorità del Regno avviarono le verifiche contabili, la responsabilità ricadde proprio sul tesoriere Antonini.
- Le sentenze emesse dalla Regia Corte dei Conti e dai tribunali del Regno imposero il risarcimento delle somme mancanti, trasformando quella che era nata come una crisi amministrativa in una rovina economica destinata a travolgere l'intera famiglia.
A raccogliere il peso di quelle decisioni fu il figlio Serafino Antonini che, già dal 1793, aveva assunto la gestione operativa della
Tesoreria Provinciale di Penne, dove risiedeva stabilmente. Quando I decreti di riscossione divennero esecutivi, creditori e fisco regio avviarono una vasta operazione di pignoramenti ed espropriazioni che colpi il vasto patrimonio degli Antonini, distribuito tra Penne, Bisenti e Loreto Aprutino.
Terreni,case e fondi agricoli accumulati nel corso di generazioni finirono progressivamente all'asta. Fu in questo che emerse la figura di Pietro Zambra, esponente di una delle famiglie più ricche e influenti d'Abruzzo borbonico.
Originari della provincia di Como, gli Zambra si erano stabiliti in Abruzzo nella seconda metà del Seicento, costruendo una straordinaria fortuna grazie ai commerci, ai prestiti e agli investimenti fondiari.
Nel corso del Settecento il loro nome era divenuto sinonimo di ricchezza e prestigio, soprattutto nella provincia di Chieti.
Pietro Zambra, nato nel 1751 e resisidente nel quartiere di Pizzofalcone a Napoli rappresentava uno dei più autorevoli esponenti della famiglia. In qualità di creditore degli Antonini per la somma di 5582 ducati e 54 grana, riuscì ad acquistare numerose proprietà provenienti dalle espropriazioni. Attraverso due atti rogati dal notaio Don Gennaro Turretti di Penne, il 21 agosto è il 29 ottobre 1815,entro' infatti in possesso di diversi fondi e immobili situati nei territori di Penne, Bisenti e Loreto Aprutino.
Se per gli Antonini quelle vicende rappresentavano il definitivo tramonto di una fortuna secolare, per gli Zambra costituivano invece una preziosa opportunità finanziaria. Tuttavia, Pietro Zambra non era interessato a conservare a lungo quei beni. Da tempo aveva orientato i propri interessi verso Napoli, preferendo investimenti più liquidi e redditizi rispetto alla gestione diretta delle proprietà fondiarie. Fu così che entro' in scena un'altra importante famiglia abruzzese:I Pigliacelli.
Pasquale Pigliacelli apparteneva a un'antica famiglia di Tossicia e disponeva di notevoli risorse economiche. Gran parte della sua fortuna deriva dal l'eredità lasciatagli dal fratello Giorgio Vincenzo Pigliacelli uno dei personaggi più illustri e sfortunati della storia politica napoletana di fine Settecento.
Avvocato di fama e giurista apprezzato Giorgio Vincenzo aveva aderito agli ideali della Repubblica Napoletana del 1799 e, il 18 aprile di quell'anno, era stato nominato Ministro della Giustizia e della Polizia.
La restaurazione borbonica pose però rapida fine all'esperienza repubblicana.
Con il ritorno sul trono di Ferdinando IV di Borbone, I protagonisti del nuovo governo furono perseguiti e processati.
Tra essi vi era anche Giorgio Vincenzo Pigliacelli. Arrestato e condannato per il ruolo svolto durante la Repubblica, venne giustiziato il 29 ottobre 1799.La sua morte segnò tragicamente la fine della sua carriera politica, ma non della sua eredità.
Non avendo lasciato discendenti, l'intero patrimonio passò al fratello Pasquale, che si trovò così a gestire una o considerevole ricchezza.
Quando Pietro Zambra decise di alienare le proprietà acquisite dagli Antonini, Pasquale Pigliacelli comprese immediatamente il valore dell'operazione. Molti di quei terreni confinavano con i suoi possedimenti e il loro acquisto gli avrebbe consentito ulteriormente la propria presenza nel territorio.
Le trattative si portassero per circa due anni e si conclusero infine il 15 luglio 1817.
In questa data, nello studio del notaio Spasiano a Napoli venne formalizzato il passaggio di proprietà di numerosi beni provenienti dall'antico patrimonio Antonini.
Tra questi spiccava una prestigiosa casa palazziata situata nel Rione San Nicola di Penne, al numero 10.L'edificio si sviluppava su tre piani e comprendeva ventiquattro ambienti, Un trappeto per la molitura delle olive e un ampio cortile interno. Più che una semplice abitazione, rappresentava il simbolo del prestigio e della solidità economica raggiunta dagli Antonini nel corso dei secoli. Con quella vendita si conclude una vicenda emblematica delle trasformazioni che interessano il Regno di Napoli tra età rivolizionaria e Restaurazione.
La rovina finanziaria degli Antonini, la potenza economica degli Zambra e l'eredità raccolta dai Pigliacelli mostrano come i grandi eventi della storia possono riflettersi concretamente nelle fortune delle famiglie, nel destino dei patrimoni e persino nella proprietà di una casa.
Dietro quell'atto notarile del 1817 non vi era soltanto il trasferimento di terreni e fabbricati, ma il passaggio di un'eredità storica che racconta il tramonto di un'antica famiglia, l'affermazione di una potente dinastia finanziaria e il lascito di uomo che aveva pagato con la vita la propria fede politica.
Una storia locale che, ancora oggi, restituisce uno spaccato vivido delle profonde trasformazioni che segnarono l'Abruzzo e il Mezzogiorno all'alba dell'età contemporanea.


























