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Tradizioni popolari. Morte e usi funebri a Pianella

REMO DI LEONARDO.

Il culto dei morti, l’elemento principale di tutte le culture, ha la sua radice nella innata "religiosità" dell'essere umano e nasce con l'uomo stesso. La storia e l'archeologia dimostrano che i riti funebri erano celebrati, presso tutti i popoli, da sacerdoti, stregoni e capi tribù secondo modalità, usi e costumi diversi. Nel mondo egizio, greco-romano, azteco e anche ebraico il culto dei morti era sinonimo di cultura e rispetto del trapasso, lo dimostrano l’uso dei vari tipi di sepoltura: inumazione, mummificazione, cremazione e i vari tipi di sarcofagi, le tombe a camera e quant’altro. Era ritenuta infatti cosa mostruosa lasciare un cadavere insepolto.

Nel credo cristiano e nella coscienza popolare ha continuato a vivere un forte sentimento, radicato nei culti arcaici dei morti considerati divinità sotterranee, che assimila i santi ai morti. Per questo la Chiesa celebra la festa di Ognissanti e quella della Commemorazione dei defunti in due giorni consecutivi il 1° e il 2 novembre. La prima è dedicata ai santi e festeggia il loro dies natalis inteso come il giorno della nascita in cielo, la seconda è riservata ai morti.

Nell’esistenza di un tempo, ritmata dal fluire delle stagioni e da tradizioni per lo più religiose, il culto dei defunti aveva una funzione biologica importante in quanto comportava gesti simbolici collettivi che aiutavano l’uomo a confrontarsi con la realtà integrale della vita e l’idea della morte diveniva naturale e pacificante, non angosciante come per l’uomo dei nostri giorni, che rifugge in maniera ossessiva dal pensiero di essa.

A Pianella le testimonianze di forme di culto dei morti, i riti funebri risalgo nel periodo Mesolitico e Neolitico.

In Contrada Pratodonico e in contrada La Grotta sono stati rinvenuti ossa, teschi umani uniti a scarti di lavorazione in silice, mentre in contrada Cordano è stato rinvenuto un pettorale-amuleto in pietra con delle scritte risalenti al periodo del guerriero di Capestrano.

Di notevole importanza risultano le inumazioni della necropoli arcaica in Contr. S. Maria della Nora risalente al VI-VII secolo a.C. rivenuta dall’Associazione Sole Italico di Pianella negli anni '70. Le indagini archeologiche sul sito hanno permesso di rinvenire: armi, utensili, vasi e fibule (oggi presenti al museo Archeologico di Chieti e presso il palazzo del comune di Pianella), anche di ricostruire alcuni aspetti dei riti funebri dei più antichi abitanti del territorio. Un particolare ad esempio ci viene testimoniato dal ritrovamento dei resti di alcune donne, forse macchiate di qualche grave colpa, inumate con il volto rivolto verso occidente, verso ovest, dove da noi tramonta il sole mentre tutti gli altri con il volto verso est cioè dove sorge il sole, a significare la luce che accompagna il defunto all’aldilà.

Tra Loreto Aprutino e Pianella, c’è una località chiamata Colle degli Uomini Morti secondo alcuni storici locali la Plenilia preromana, sulla quale c’è una leggenda piuttosto strana. Gli abitanti del luogo erano chiamati con disprezzo Zanniti dagli antichi Romani forse come reminiscenza di Sanniti. Scoppiata la guerra tra Zanniti e Romani, i primi ebbero la meglio e quelli caduti nelle loro mani furono spogliati e rimandati a Roma nudi. I Romani, per vendicarsi, ritornarono a dare battaglia con un esercito triplicato ed i morti Zanniti furono innumerevoli. Fatti prigionieri, i Zanniti passarono sotto le forche che i Romani avevano preparato nel varco dell’Appennino Pennese il quale da allora prese il nome di Forca di Penne, come pure la località della battaglia prese il nome di Colle degli Uomini Morti.

Il 12 giugno del 1804, Napoleone emanò il cosiddetto editto di Saint Cloud (correttamente: Décret Impérial sur les Sépultures). L'editto stabilì che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiatie e che fossero tutte uguali. Si volevano in tal modo evitare discriminazioni tra i morti. Per i defunti illustri, invece, era una commissione di magistrati a decidere se far scolpire sulla tomba un epitaffio. Questo editto aveva quindi due motivazioni alla base: una igienico-sanitaria e l'altra ideologico-politica. Fu esteso al Regno d'Italia dall'editto Della Polizia Medica, promulgato sempre da Saint-Cloud, il 5 settembre 1806, scatenando un intenso e complesso dibattito pubblico.

Prima dell’editto napoleonico non tutte le persone erano sepolte all’interno del cimitero della chiesa. Spesso le persone importanti, i nobili, la borghesia mercantile o chiunque aveva un certo benessere economico si faceva seppellire all’interno della chiesa in sepolcri, posti sotto il pavimento delle navate laterali o delle cappelle delle compagnie religiose, nelle cappelle private o nella peggiore ipotesi negli avelli, di proprietà privata o di qualche con fraternita religiosa.

A Pianella ancora oggi troviamo in alcune chiese e cappelle gentilizie i resti di personaggi appartenenti a famiglie nobili e benestanti come i de Felici, i Sabucchi e i Verrotti.

Nel liber defunctorum della parrocchia di San Salvatore, sempre in occasione della rivoluzione e dell’invasione francese, è scritto che 10 individui furono uccisi dai Francesi o dalla massa in Pianella tra gli anni 1799-1815 si legge: “A dì 9 agosto 1803. Angela moglie di Donato Capanna di circa 35 anni passò a miglior vita senza sacramenti, per essere stata uccisa. Sepolta nella chiesa di S. Antonio. Parroco Niccolò Lopiani.

È facile capire adesso, come nei cimiteri delle chiese si seppellissero tutti gli altri cittadini, direttamente nella nuda terra, in modo che dopo pochi anni potessero essere riusati i medesimi spazi di sepoltura. I resti riesumati erano successivamente depositati negli ossari. Ai più poveri, che erano la maggior parte della popolazione, non era data la possibilità del ricordo dei propri cari in modo duraturo nel tempo, ne consegue che per questi cimiteri non vi era la necessità di grosse estensioni fisiche. A differenza dei giorni nostri, dove il benessere economico diffuso ha consentito l’estensione generalizzata del concetto di testimonianza dell’esistenza e quindi anche della sempre maggiore necessità di superfici cimiteriali.

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La commemorazione dei morti, la “pietas” verso i defunti, è sempre stata molto sentita e presente nel popolo pianellese sia negli aspetti folkloristici che in quelli tradizionali, anche se molti usi e riti funebri di una volta sono scomparsi.

La tradizione dei ceri accesi nelle chiese e nelle abitazioni, comune un tempo, come la visita degli ossari, dove si raccoglievano le ossa dei defunti riesumati, era d’obbligo.

Fino a pochi decenni or sono, quando le case del centro storico erano ancora tutte abitate, il paese assumeva, nei giorni della ricorrenza dei morti, l’aspetto di una diffusa luminaria in quanto la religiosità popolare riteneva che, alla mezzanotte di tutti i santi, i morti abbandonassero le loro dimore nel cimitero e si recassero in processione per le vie del paese.

I lumini posti sulle tombe, ancora oggi in uso, servivano ai morti per farsi luce sulla strada del ritorno, mentre quelli accesi alle finestre indicavano il luogo dell’antica dimora.

Secondo la tradizione popolare quando si finiva la cena del 1° novembre non si sparecchiava la tavola, anzi ci si ponevano le vivande perché durante la notte “l’alme de le muorte” in processione tornava per ristorarsi.

L’agonia era parimenti più penosa se ad assistervi vi erano lepersone più care. Perché per il morente il distacco diventava più forte. Quando incominciava l’agonia, il morente, secondo la religiosità popolare, veniva visitato dalle anime dei morti, parenti e amici, i quali, si presentavano salutandolo.

Il Defunto veniva lavato con aceto misto ad acqua, si lavava con il vino la sola faccia. Lavato il cadavere, lo si vestiva con i miglior abiti possibili e veniva “accungiate” sul letto.

Dalla finestra della casa del morto, che dava sulla strada, si usava gettare un catino d’ acqua, in segno di pianto.

L’uscio della casa doveva essere sempre aperta, per dare il passo, agli angeli e alle anime degli antenati del morto.

Agli adulti di ambo i sessi, le mani, portanti un rosario o un crocifisso si congiungevano sul petto, mentre con un fazzoletto si legava il mento alla testa per tenere la bocca chiusa.

Ai celibi e alle nubili, siano pure di età avanzata, si metteva in mano un ramoscello “de leve” di ulivo.

I bambini venivano vestiti da angeli con ghirlanda, un mazzolino di fiori in mano e messi in una bara bianca.

Le coperte sulle quali il cadavere veniva appoggiato non si scoloravano nè si tarlavano. Per questo si adoperavano le migliori. Chi vestiva il morto e lo collocava nella cassa si comportava come se la persona defunta fosse ancora viva, infatti veniva invitato ad aiutarsi nei movimenti dicendo mentalmente: mettiti questo, che vogliamo andare in chiesa, a messa ecc.” perché si riteneva che così facendo fosse più facile vestire il defunto.

Dentro la cassa da morto si usava mettere l’oggetto più caro in vita al defunto, qualcuno usava alla maniera degli antichi mettere una moneta.

A capo e ai piedi del letto funebre venivano accesi i ceri, mentre venivano coperti tutti gli specchi che si sarebbero incontrati andando alla camera da letto del defunto.

Il Morto veniva vegliato sempre, mai abbandonato neanche un attimo dalle persone di famiglia, i parenti e gli amici seduti intorno al defunto tra litanìe e pianti.

Nel corteo, i parenti del morto, usavano mettere gli abiti migliori, di colore scuro. Le donne si coprivano il capo con un fazzoletto nero, o col solito bianco cui però era soprapposto un velo nero, infatti, il bianco e il nero sono i colori funebri.

Di notte non bisognava piangere il morto “nen z’a da piagne lu morte” perché se ne disturbava il riposo con il compiacimento deglispiriti maligni. Finchè il cadavere era in casa, non si spazzava per tre giorni, non ci si lavava la faccia, le donne non si pettinavano, gli uomini non si radevano, perché sarebbe stato di male augurio. Non bisognava lasciare il cappello sul letto, portava male.

Il lutto veniva portato nei vestiti dei familiari per un anno intero, le donne vestivano di nero mentre gli uomini usavano mettersi una banda nera sul braccio o una cravatta nera e un bottone nero sulla giacca. Se veniva a mancare una persona molto giovane: durante il passaggio del corteo funebre si usava gettare petali di rose.

Portato via il morto di casa bisognava buttare tutta l’acqua che si trovava ancora in casa, poiché c’era la credenza che in quell’acqua avessero bevuto i morti.

Si doveva inoltre lavare tutto ciò che era stato in contatto col morto, altrimenti non gli giovava l’estrema unzione concessa dal sacerdote durante il “viatico”.

Quando si tornava da una visita funebre ci si lavava le mani.

Ancora oggi, quando una persona muore, la campana della Chiesa di Santa Maria Maggiore (Sand’Agnele) suona, con rintocchi molto lenti, le 21 ore l’ora in cui morì Gesù Cristo mentre gli amici, parenti si recano a far visita per “faje la Croce” il segno della croce.

Nell’antichità una donna della famiglia, o chiamata appositamente anche da fuori paese, (prefica) incominciava “a plagne lu morte e a recitare preghiere o le “Dejasille” (Dies irae) l’inno dei morti sia in latino che in dialetto.

La tradizione ricorda che cantavano e recitavano le Dejesille Vincenzo Stok, Vincenzo Pulcinella, Coletti Orazio (Donato) (la Papacce), Carmine Palmarini (Carmenucce lu Cuccione) e di Castellana un certo Trabucco.

Allora non esistevano le pensioni così che molta gente povera andavano in cerca di elemosina. Le donne anziane per sfamare la famiglia si recavano in campagna cercando qualche soldo e da mangiare mentre gli uomini ormai inabili, poveri e storpi si mettevano a cercare l’elemosina, “la cullotte”, lungo gli scalini che oggi portano dal Mercato Coperto a Borgo Carmine.

Soprattutto nel mese dei morti la gente che si recava al cimitero passava e dava a loro qualche lira in cambio di preghiere per i loro defunti.

Questa usanza sembra risalire, come vedremo più avanti, alla pratica tardo medievale dell'elemosina, quando la gente, povera, andava di porta in porta nel giorno di Ognissanti (il 1º novembre) e riceveva cibo in cambio di preghiere per i loro morti il giorno della Commemorazione dei defunti il 2 novembre.

(continua)

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Foto di Copertina Archivio Privato RDL.

Foto 2.3.4. internet.

Bibliografia.

Remo DI LEONARDO, Catalogo Premio Nazionale di Lettere, Arte e Scienze - Premio di Poesia "Giuseppe Porto" - Ass. Pro Loco Pianella, Edizione 2013 - Tip. Cepagatti Mc Grafica Cepagatti (Pe)

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