SULLA CULTURA

11 Marzo 2022

Vito MORETTI.

11 marzo, 2022 - Cultura.

Dal Catalogo del Premio Nazionale di Lettere, Arte e Scienze - Premio di Poesia G. Porto " Città di Pianella - Ed. 2018

Ci sono dei momenti in cui è lecito chiedersi cosa sia davvero la cultura: non la sua nozione astratta e libresca, ché si ha noia a sentirla ripetere, ma quella che mette a frutto la percezione della realtà quotidiana e che costruisce l’idea – il concetto – di mondo, il vero che l’intelletto accoglie e misura sui fatti dell’esistenza, lo strumento che condivide i vocaboli del presente per immaginare il futuro.

La cultura autentica genera opportunità e percorsi e, per ognuno, significa (deve significare) ciò che esso è, e – ancor più – ciò che esso può essere: rivela le aperture del cerchio, addita il cammino compiuto nel tempo e la strada che si ha dinanzi, apre le “periferie” e tesse legami, esprime il bello che rallegra e accoglie le sfide della speranza, le sollecitudini della vita e dell’amore, il buono che si è chiamati a testimoniare senza discriminazioni e senza disagi.

E cos’altro? Parafrasando Seneca, si può aggiungere che i territori della cultura sono luoghi di una geografia dove non può esserci esilio né penitenza e, con le parole di un altro saggio, si può dire, ancora, che senza cultura non c’è libertà, non c’è scelta, e non c’è neppure il progresso, inteso nell’accezione del pensiero e del costume sociale, più che del possesso di cose e di oggetti.

Ora, la realtà che è venuta a delinearsi (in Italia, in Occidente) per le generazioni recenti e ultime, è un grottesco orizzonte di negazioni e di tradimenti, in cui il pensiero (la riflessione critica, il senno della ragione comune, il vigore del confronto) è divenuto un accessorio per lo più trascurabile, e in cui vengono celebrati soltanto i miti e i riti di un sinistro meccanismo di spersonalizzazione e di avvilimento. L’individuo è stato privato della sua fisionomia di soggetto che educa se stesso negli atti dell’agire e del volere e che, soprattutto, elabora la propria identità nel tempo delle relazioni e degli scambi, cioè nel tempo che lo fa protagonista di comportamenti, di scelte e della stessa possibilità di dissentire o di condividere, di accogliere o di respingere, di affermare o di negare: come appunto dovrebbe essere quando ciascuno lasci che il mondo operi efficacemente nelle proprie occorrenze e che anche, via via, si modifichi e si pieghi ai propri bisogni, al proprio sentire e alla propria dignità, piuttosto che l’inverso.

Ma è accaduto – come si diceva – che l’individuo (l’uomo, la persona, il singolo) sia stato sottoposto ad una progressiva perdita di ruolo e di status e ad una profonda riduzione dei suoi spazi di libertà e di giudizio, e questo di pari passo con il decadimento della società civile, con il degrado cialtronesco della classe politica e con la marginalizzazione frustrante della scuola e della cultura, che ne sono gli effetti più evidenti e drammatici. Alla civiltà della persona, portatrice di umanità e di progresso etico, si è insinuata la “civiltà” di massa, edonistica, consumistica e omologante, che annulla le diversità, che uguaglia al ribasso – generando somiglianze fittizie ed inautentiche – e che induce a credere che il possesso delle cose, l’ostentazione dei beni materiali, la ricerca dei piaceri e dei compromessi siano la vita vera; si ignora così che, a forza di lasciarsi sopraffare dall’insipienza di questo modello unico, dalla scempiaggine del pensiero debole – che adombra l’inutilità delle grandi passioni ideali – e dallo spirito gretto dell’opportunismo, c’è il rischio di smarrire l’autocoscienza e di mettere in esilio anche la

parte più intima di noi stessi. Se ne era avveduto già Leopardi che nello Zibaldone scriveva, l’8 marzo 1821, come i cambiamenti del corpo e della vita, cioè dei modi di vivere e di essere, possano produrre mutamenti radicali nell’animo, e che la mutazione di questo è – nella generalità dei casi – un effetto irreparabile della mutazione di quelli.

Sicché non può stupire che si resti poi indifferenti ai crolli di Pompei, che non si parli di bellezza, che i monumenti franino fino a valle, che si faccia strazio dell’istruzione, che le città siano declinate sulle cifre della solitudine e dello squallore e che il gelo dell’aridità, dell’apatia e del disinteresse sovrasti e spenga gli slanci della solidarietà e dell’umanesimo; né può stupire che vi siano un reale esecrabile ed illusorio, un’ordinarietà del male, una precarietà diffusa barattata per negligenza, una verità mascherata da colpe e interessi occulti – se non pure da faccende brigantesche – e una casta interessata soltanto ad autoperpetrarsi, a sopravvivere e a celebrare se stessa con spudorati privilegi e sconce ostentazioni, mentre la povertà non trova ascolto e il disagio dei giovani, dei senzalavoro e dei disoccupati viene sottratto al primato della speranza e alla costruzione del futuro.

Non è dunque solo la cultura a patire l’esilio, ma ancor più il buonsenso, l’obbligo del vero, la serietà che edifica il bene, i sentimenti della costernazione e dello scandalo, la mansuetudine che sprigiona il dono della prossimità (ai deboli, agli emarginati, ai “piccoli”, agli smarriti), il discernimento del diritto, il cuore che dà nome agli stupori e che accorcia le notti, l’anima che si fa pane da condividere e che sorride e sussurra; è in esilio quel che per secoli è stato l’antidoto alla barbarie e alla violenza, l’audacia che progetta argini e ripari, il coraggio degli auspici e dei desideri, il grande ascolto della vita e delle esistenze, con cui far fronte anche al vento gelido e intossicante della globalizzazione e al disordine del più arruffato e ripugnante economicismo.

C’è necessità che si torni, allora, non solo alla cultura in quanto pensiero – che è pure una premessa imprescindibile –, ma alla cultura intesa come riflessione giudiziosa, come capacità di illuminare il grigio degli odierni autunni, come obbligo a restituire il senso comunicante e credibile alle parole d’uso, come dote (e titolo) di qualità e come impegno ad ostinarsi, a tirar giù le maschere degli imbroglioni, a far bugiardi i ciarlieri di turno e a mostrarne il malaffare, le stoltezze, lo spaccio di imposture e sfrontataggine, l’impudicizia della loro ipocrisia. C’è necessità che ci si riappropri anche dell’arte, della poesia, della bellezza (sommamente ideale, morale, evangelica), delle voci che dicono di incontri e di passioni, dei silenzi che sanno la rotta degli amori e delle sfide, della forza di poter credere sempre negli accordi della vita e nelle sue sagge e inesauribili possibilità.

Dal Catalogo del Premio Nazionale di Lettere, Arte e Scienze - Premio di Poesia G. Porto Ed. 2018.

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