Storia di una truffa, di uno zio spendaccione e di un Giudizio durato 109 anni

ANTONIO MEZZANOTTE.

Un bambino di tredici mesi, rimasto orfano di padre, morto in guerra, viene affidato alla tutela dello zio paterno. Questo zio, amante della bella vita, ma notoriamente con le tasche bucate, in pochi anni svende buona parte del patrimonio che ha ereditato il nipote: terreni, case, mobili, preziosi, industrie ed intasca i soldi senza dichiarare nulla al Fisco. I compratori, che conoscono il carattere del personaggio, fanno finta di credere di acquistare beni di modico valore, terreni improduttivi, case in rovina. Invece l’affare è davvero lucroso: lo zio tutore realizza subito un bel gruzzolo, i compratori con poco prezzo si impadroniscono di grasse aziende agricole, palazzi, mobili d’arte e dei beni immobili così acquistati nulla trascrivono nei Pubblici Registri, sicché gli stessi continuano a figurare come intestati al minore.

Quando lo zio muore, il nipote, divenuto maggiorenne, scopre che molto probabilmente è stato frodato: in primo luogo dallo zio, che non ha mai avuto una contabilità separata del patrimonio amministrato per conto del nipote (e che, ovviamente, gli ha lasciato in eredità solo debiti), ma anche dal notaio, dai testimoni delle compravendite, dai periti che hanno arrestato il falso e forse anche dal Giudice tutelare, che ha concesso con interessata e remunerata leggerezza le autorizzazioni per disporre del patrimonio intestato ad un minore. Così decide di promuovere un'azione legale contro i compratori ed i loro aventi causa per chiedere l’annullamento dei contratti e per rientrare in possesso di tutto.

Sembra una vicenda giudiziaria che potremmo leggere sui giornali di oggi; invece, risale a circa 350 anni fa e vide come protagonista una delle più potenti e influenti famiglie nobili che dominavano buona parte dell’Abruzzo: i Caracciolo, principi di San Buono, duchi di Castel di Sangro, marchesi di Bucchianico, nonché feudatari di numerosi paesi, tra cui Rosciano, Alanno, Cugnoli, ma anche Guardiagrele, Filetto, San Martino sulla Marrucina, Monteferrante e buona parte dell'Alto Sangro, dell'Alto Vastese e dell'Alto Molise. Il bambino rimasto orfano era Marino V Caracciolo, figlio di quel Ferrante, avventuriero e brillante spadaccino, il quale riuscì persino a comprarsi la città di Chieti ma che perse la vita durante la rivolta di Masaniello, e lo zio era Gianbattista, cavaliere di Malta e, come tale, Priore di Messina. I compratori di immobili e feudi furono Ludovico de Pizzis di Ortona (uomo ambizioso e spregiudicato, il suo motto era: “chi non s’arrischia, non acquista”) e Marc’Antonio Leognani Fieramosca di Civitaquana (un personaggio calcolatore e con il fiuto per gli affari, di lui si diceva che “faceva valere per ducato il suo carlino”).

La causa durò 109 anni (quando si dice che la Giustizia non è mossa dalla fretta), dal 1680 al 1789 e coinvolse quattro generazioni dei Caracciolo (Marino V; poi suo figlio Carmine Nicola - nato a Bucchianico e, dapprima capo del controspionaggio spagnolo contro gli austriaci che nel 1707 invasero Napoli, poi nominato, unico italiano, Viceré del Perù; Marino VI - che però ebbe altro a cui pensare, ossia a rimettere in sesto il patrimonio familiare dopo che gli austriaci ne disposero il sequestro al padre Carmine Nicola; infine Gregorio, che portò a San Buono le reliquie del Patrono e riassunse la causa nel 1788) ed anche un personaggio di rilievo nelle vicende del terremoto aquilano del 1703, ossia Marco Garofalo, che fu nominato Commissario straordinario per la ricostruzione ed era barone di Rosciano.

Ho avuto modo di riscostruire questa vicenda dopo aver ha scoperto presso la Biblioteca Tommasiana dell’Aquila due testi stampati a Napoli nel 1789 contenenti parte degli atti del processo e, per la precisione, il ricorso dell'Avv. Agostino Giannone (per i Caracciolo) e la memoria difensiva dell'Avv. Francesco Migliorini (per la duchessa Valignani di Alanno, succeduta ai Leognani-Fieramosca), entrambi pesi massimi dell’avvocatura del tempo. Si tratta di documenti straordinari per la disamina degli istituti giuridici in materia di diritto privato e feudale e sul funzionamento delle magistrature napoletane, oltre che, naturalmente, per ricostruire le vicende storiche locali, che mettono in risalto l’intreccio di interessi, politica ed affari che legavano tra di loro le comunità abruzzesi nel corso dei secoli e le proiettavano anche fuori dai confini geografici dell’Abruzzo.

Come andò a finire? Le carte processuali venute in luce non ce lo dicono, ma mettendo a confronto altre fonti di fine Settecento sappiamo che i Caracciolo persero la causa e non tornarono mai più in possesso di quei feudi (a mio avviso in quanto, come eccepì lo stesso Avv. Migliorini, dopo oltre cento anni i documenti esibiti dai Caracciolo per sostenere le proprie ragioni divennero "carte informi ed inutili", giacché quel che aveva rilievo, tra l'altro, era il possesso continuato dei feudi a partire dalla seconda generazione di compratori, regolarmente trascritto al Cedolario - un pubblico registro dell'epoca per la tassazione dei feudi - e mai contestato nel convulso periodo di Carmine Nicola e di Marino VI). Chi ne vuol sapere di più, può consultare la sintesi ragionata che ne ho fatto sul n. 1/2019 della Rivista Abruzzese. (Nella foto: "Il Tribunale della Vicaria" di Napoli, presso Castel Capuano, olio su tela della prima metà del XVII sec., attribuito a Carlo Coppola ovvero ad Ascanio Luciani)

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