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QUANDO MUZIO ATTENDOLO SFORZA ANNEGÒ NEL FIUME PESCARA

ANTONIO MEZZANOTTE.

Si dice e si racconta che una sera del 1382 un tredicenne ragazzo di Cotignola, nella Romagna ravennate, di nome Giacomo Attendolo (detto Giacomuzzo, o semplicemente Muzio), mentre stava zappando un pezzo di terra, vide passare alcuni soldati della compagnia di Boldrino da Panicale alla ricerca di nuove leve. Attratto dall’idea del mestiere delle armi, scagliò la zappa in alto: se essa fosse tornata a terra sarebbe rimasto a fare il contadino, se si fosse impigliata in un albero avrebbe seguito la compagnia. La zappa si incastrò tra i rami di una quercia e non cadde a terra. Muzio, allora, rubò un cavallo al padre e seguì i soldati…

In verità, se è vero che gli Attendolo erano una famiglia di agiati coltivatori (oggi diremmo piccoli imprenditori agricoli), è vero pure che qualcuno di essi già aveva scelto la carriera militare e così fece il nostro Giacomuzzo, il quale, per altro, aveva un bel caratterino: quel che non arrivava a ottenere con le buone se lo prendeva di forza (avendone anche il fisico: pare che riuscisse a raddrizzare un ferro di cavallo con la sola forza delle mani) e questo suo atteggiamento deciso, unito ad una grande ambizione che gli faceva superare ogni ostacolo, gli procurò un soprannome che non solo lo accompagnò per tutta la vita, ma da lui si trasmise anche ai figli e ai discendenti tutti: “Sforza”.

Gli Sforza furono una delle dinastie protagoniste della storia italiana tra la fine del 1300 e il 1500: abili condottieri, fini politici, potenti cardinali e una donna, quella Caterina, Signora di Imola e Forlì, che tenne testa a Cesare Borgia.

Non starò qui a narrare le mille vicende che portarono Muzio Attendolo Sforza su e giù per la penisola, tra battaglie, intrighi, matrimoni d’interesse (ben tre), alleanze politiche e militari, grandi battaglie, voltafaccia e tradimenti in quell’Italia stretta tra le ambizioni di Angioini e Aragonesi da un canto, e le contese per la supremazia tra signorie e città dall'altro, con il fine ultimo, però, di ritagliarsi un dominio personale. Egli fu certamente tra i migliori condottieri italiani e legò il suo nome a una delle due grandi scuole in cui si divisero le compagnie di ventura nel secolo XV, divenendo maestro di una condotta di guerra lenta e studiata, contrapposta a quella rapida e portata all'azione decisiva del suo grande rivale Braccio da Montone.

Accadde, quindi, che nell’ottobre del 1423 venne chiesto allo Sforza di soccorrere la città dell’Aquila, assediata dalle milizie braccesche.

Il valoroso condottiero, radunato un esercito, si mise in marcia da Ortona col figlio Francesco, in pieno inverno; il 4 gennaio 1424 giungeva presso la foce del fiume Pescara. L’omonima cittadina era occupata dai bracceschi, che avevano pure rafforzato con palizzate le rive del fiume, dietro alle quali erano appostati i temibili balestrieri. Muzio volle aggirare l’ostacolo, avanzando lungo la spiaggia, fra l'abitato e il mare, proprio alla foce. Il mare era burrascoso e le onde agitavano le acque del fiume già in piena per le forti piogge, rendendo difficile la traversata. Nondimeno egli avanzò, completamente armato, in testa a 400 dei suoi cavalieri, che lo seguirono e raggiunsero l’altra riva, mentre i nemici, impressionati da tanto ardire, retrocedevano. Il vento di maestrale si faceva sempre più impetuoso e il mare più tempestoso: il resto dell’armata (di circa altri 3600 tra fanti e cavalieri) non osava venire avanti.

Allora lo Sforza volle ripassare il fiume per mettersi alla testa dei soldati esitanti. Ormai a metà del guado, vide che il paggio che lo seguiva portando il suo elmo stava per esser travolto dalla corrente. Si volse, piegandosi per afferrarlo, ma il cavallo cedette al peso sprofondando nel fango, s'impennò sulle zampe posteriori, lo Sforza cadde di sella e sparì fra le acque, intrappolato nella pesante armatura e trascinato dai flutti. Si dice che fu visto alzare le mani mentre veniva travolto dalla corrente, ma nessuno poté aiutarlo. Il paggio si salvò, il cavallo pure. Le sue spoglie non furono mai ritrovate; forse, chissà, da qualche parte sul fondo del mare al largo di Pescara giace ancora l’armatura del grande condottiero.

Di certo, per un uomo avvezzo ai rischi della guerra, fu una morte banale (semmai possa dirsi banale la morte); epperò anche in questo episodio dimostrò sprezzo del pericolo, coraggio e grande generosità. Così finiva Muzio Attendolo Sforza, a cinquantaquattro anni. Il figlio Francesco, sebbene giovanissimo (aveva 23 anni), raggiunse la riva opposta, si erse sul proprio cavallo e chiese all'esercito di restargli fedele. Il momento era cruciale, quelle schiere di rudi mercenari avrebbero potuto sciogliersi. Invece, il grido "Sforza Sforza" riecheggiò sulle rive della Pescara e Francesco, il futuro Duca di Milano, assumeva il comando dell’armata e insieme a Giacomo Caldora vendicava il padre nella battaglia dell’Aquila del 2 giugno 1424, nella quale Braccio fu gravemente sconfitto, morendo tre giorni dopo in seguito alle gravi ferite riportate.

Una curiosità: sia lo Sforza sia il figlio Francesco (quest’ultimo più volte in verità) furono acquartierati tra le mura del Castello di Rosciano (PE), il mio paesello, che da allora cominciò ad essere chiamato nei racconti popolari come “il paese dei Capitani”, proprio per via delle compagnie di ventura (quelle del Montechiaro, di Minicuccio dell'Aquila, del Piccinino, dei Caldora e, appunto, degli Sforza) che vi soggiornarono e l’eco di quegli eventi lontani si è così tramandata nella memoria degli anziani miei compaesani, dai quali da ragazzo l’ho registrata prima ancora di sapere chi fossero i capitani di ventura, gli Sforza e le guerre del Millequattrocento.

(Nella foto, ritratto di Muzio Attendolo Sforza conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna)

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