Quando il marchese d’Avalos del Vasto fece causa al comune di Furci

ANTONIO MEZZANOTTE.

Molti ricorderanno la famigerata tassa sul macinato, imposta all’indomani dell’unità d’Italia per il risanamento del bilancio statale e negli stessi anni è ambientato uno dei più interessanti romanzi storici di Andrea Camilleri, “La mossa del cavallo”, che ha ad oggetto, appunto, una indagine su un mulino itinerante abusivo controllato dalla mafia.

All’interno di ogni mulino veniva applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così dovuta in proporzione al numero dei giri, che, secondo la previsione di legge, doveva corrispondere alla quantità di macinato. Quanto sopra per rammentare la centralità del mulino nella vita sociale delle comunità in ogni epoca e intorno ai mugnai e ai mulini vi è tutta una letteratura di racconti, leggende, tradizioni… e contenziosi!

Accadde, così, che alla fine del 1752 un’alluvione travolse l’antico mulino comunale ad acqua collocato lungo le sponde del fiume Treste, nel territorio di Furci, nel vastese. L’utilizzo del mulino non era annoverato tra i diritti feudali vantati dalla Casa d’Avalos, alla quale era stata investita la Contea di Monteodorisio, di cui Furci costituiva una delle tredici Terre. L’Università (come veniva definito il Comune nell’antico regime), pertanto, a spese proprie e senza chiedere alcuna autorizzazione al feudatario, si accinse a riedificare il mulino, ma con ricorso datato 13.03.1753 il Marchese Diego II d’Avalos si rivolgeva alla Regia Camera della Sommaria con sede in Napoli al fine di impedirne la ricostruzione, sostenendo di avere per tutta la Contea di Monteodorisio la giurisdizione delle acque e dei mulini con il diritto proibitivo nei confronti delle stesse Università e che i furcesi erano obbligati da sempre a macinare solo ed esclusivamente nel mulino baronale.

I Furcesi, però, non si lasciarono intimorire dalle pretese del Marchese e nominarono due avvocati per sostenere le proprie ragioni: Gaetano Celani, celebre giurista napoletano (difese il Duca di Modena in una complessa questione di eredità e sarà anche consulente giuridico del Consiglio di Reggenza durante la minore età di Re Ferdinando), e Francesco Giacomucci, di probabili origini vastesi. La richiesta di sospensiva dei lavori fu rigettata con decreto presidenziale del 15.06.1753 e il fascicolo processuale venne trasmesso alla Regia Udienza di Chieti per l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio in rogatoria a mezzo del perito Gerardo Lanti, affinché, attraverso un sopralluogo, relazionasse sui fatti di causa e sullo stato dell’arte.

Il CTU Lanti si recò a Furci e nei luoghi limitrofi, raccogliendo dodici testimonianze di persone che avevano conosciuto i fatti: furono ascoltate sei persone residenti in San Buono e Carpineto Sinello (ossia in località non annoverate tra i possedimenti dei d’Avalos) e altre sei residenti in Liscia e Casalanguida (ossia in due feudi del Marchese d’Avalos), le quali confermarono tutte che i furcesi avevano sempre goduto della libertà di macinare nel proprio e in altri mulini, senza chiedere alcuna autorizzazione al Marchese, così come aveva attestato anche lo "Stato discusso" di Carlo Tapia nel secolo precedente. Con successivo decreto presidenziale del 17.08.1753 la Sommaria concesse provvisoriamente all’Università di Furci la libertà di macinare in qualsivoglia mulino senza impedimenti o richieste di pagamento da parte del feudatario. Nelle more, i Furcesi avevano completato la riedificazione del mulino e con un nuovo decreto presidenziale fu autorizzato l’utilizzo delle acque del Treste. Finiva così la fase cautelare del giudizio, con il pieno riconoscimento del libero diritto degli abitanti di Furci di costruire il proprio mulino, di macinare in esso e di utilizzare le acque del fiume Treste senza alcun peso feudale da parte della Casa d’Avalos.

Nello stesso anno si incardinò la fase processuale di merito ed il 10.07.1756 gli avvocati di Furci stamparono a Napoli la propria memoria conclusionale, nella quale ripercorrevano la vicenda e, soprattutto, offrivano svariati spunti inediti per la ricostruzione della storia locale, della geografia di quei territori, del diritto feudale e degli usi civici, delle magistrature del Regno di Napoli. Nel 2015 ho scoperto quel libello defensionale presso la Biblioteca dell’Abbazia di Casamari e ne ho dato un ampio commento sul n.1/2016 della Rivista Abruzzese (per chi ne vuol sapere di più). Chi vinse la causa? Non abbiamo la sentenza, ma l'orientamento della giurisprudenza, anche relativa ad analoghe questioni sorte tra feudatari e altre comunità della Valle del Treste, ci fanno ipotizzare che la spuntarono i Furcesi, il cui mulino continuò a macinare nei secoli successivi, almeno fino al 1943/44, come mi hanno raccontato gli anziani del paese.

(Nella foto: Antonio Fontanesi, "Il mulino", 1858-1859, olio su tela)

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