Quando Ferrante Caracciolo di Santobono comprò all'asta la Città di Chieti

ANTONIO MEZZANOTTE

L’importanza della città di Chieti nelle vicende storiche abruzzesi è ben nota o perlomeno dovrebbe esserlo, considerato che nel 1558 veniva costituita Metropoli delle Provincie dell’Abruzzo con sede di Regia Udienza ed altri uffici governativi. Il Palazzo di Giustizia odierno, in piazza San Giustino, è stato costruito proprio dove in antico era la sede del Preside e Governatore Generale delle provincie abruzzesi. Accadde però, agli inizi del XVII sec., che la cronica penuria di denaro nella casse dell’Erario spagnolo (sempre più impegnato a sostenere sfibranti guerre, senza che, per altro, la Corona di Spagna ne traesse particolari benefici) ed un debito di re Filippo IV nei confronti del re di Polonia, costrinsero il Governo Vicereale di Napoli a vendere i gioielli di famiglia, ossia le Città demaniali. Com’è e come non è, il 7 luglio 1644 la città di Chieti fu venduta all’asta (metodo della candela vergine) per la somma di 81 ducati a fuoco (inteso come nucleo familiare fiscale), operazione che, per la ragione di 2000 fuochi più le spese, portò nelle casse dell’Erario la somma di 170mila ducati.

All'epoca solo un personaggio poteva permettersi di sborsare una somma così ingente: il Duca di Castel di Sangro, Ferrante Caracciolo, della Casata dei Santobono (in un mio precedente post ne ho tracciato un breve ritratto), il quale, essendo già padrone della confinante Bucchianico, aveva da tempo accarezzato l'idea di mettere le mani proprio su Chieti. Non starò qui a narrare tutte le vicende della infeudazione di Chieti e dei tentativi dei nobili teatini, capeggiati dai Valignani, di scongiurarne la vendita, degli episodi di rivolta e del riscatto al Regio Demanio durante le epiche giornate dell'insurrezione napoletana del 1647, nel corso delle quali Ferrante Caracciolo trovò la morte.

Voglio ricordare, invece, un brano della “Historia della Città di Chieti” scritta da Girolamo Nicolino, giurista e storico teatino che visse in quegli anni convulsi. Il nostro Autore descrive l’arrivo della notizia della vendita di Chieti e del contestuale ordine di trasferire la Regia Udienza ad Ortona (dove resterà insediata qualche tempo, per poi tornare a Chieti subito dopo il riscatto al Demanio) con un pathos da tragicommedia, giacché la cupa atmosfera del cambio di regime significava in ogni caso per i teatini la perdita delle libertà e dei privilegi goduti nel tempo.

Ecco quindi che a tre ore di notte del 26 dicembre 1645 (il testo erroneamente indica il '46) arrivò in Piazza Grande (ossia nell'odierna Piazza San Giustino) una carrozza postale da Napoli recante la ferale notizia. Allora si scatenarono gli elementi naturali, tuoni, lampi, fulmini e saette, pioggia torrenziale ed ululato di vento, il crollo improvviso di un'ala del Regio Palazzo ed i soldati di guardia i quali, storditi da tutta quella finazione di mondo, scambiarono il suono della trombetta del postale per uno sparo, gridarono al tradimento, alla sommossa da parte di non si sa chi, così nel dubbio attaccarono a sparar archibugiate a destra ed a manca, accrescendo la confusione e lo scompiglio.

Il giorno successivo, 27 dicembre, ci fu in ogni caso il passaggio delle consegne dei poteri ai procuratori del Caracciolo, sotto lo scrosciante applauso del popolo (Nicolino con disappunto scrive "instabil plebe", la quale, per saper né leggere né scrivere come si dice, non ci pensò due volte ad imbonirsi il Duca, sebbene ancora non sapeva di che pasta fosse Ferrante, un uomo da cui lusinghe ed adulazioni scivolavano via di dosso come l'acqua dalle foglie delle ninfee: singolare privilegio di coloro che sono orgogliosi ed al contempo abituati ad esserlo), mentre le luminarie allestite in segno di festa per il nuovo padrone andarono rovinate per le forti piogge, che rallentarono di un mese il trasloco degli uffici governativi.

Per concludere il bozzetto, il mattino seguente, 28 dicembre, moltissimi cittadini parteciparono con grande dolore per la perdita della libertà alla Santa Messa in Cattedrale, nel corso della quale veniva letto il mesto passo di Geremia ove si dice che “Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più”. Iniziò così il dominio feudale di Ferrante Caracciolo su Chieti, destinato tuttavia, come anticipato, a durare ben poco, fino all'ottobre 1647. (Nella foto: particolare del frontespizio della "Historia della Città di Chieti" di Girolamo Nicolino, pubblicata a Napoli nel 1657, raffigurante l'Achille a cavallo, simbolo di Chieti. Da notare la spada tenuta in alto, mentre nell'odierna versione dello stemma civico la spada è sguainata in avanti).

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