Punta penna e Pennaluce a Vasto (Ch)

ANTONIO MEZZANOTTE

V'è un luogo in Abruzzo nel quale mare cielo e terra si fondono e si confondono in un palcoscenico di inimitabile unicità.Un luogo nel quale storia arte e fede si avvolgono e si intrecciano in pieghe colorate, come il verde delle alghe avviluppa le scogliere al vento. E di vento, quando il grecale soffia gagliardo, qui sul promontorio di Punta Penna (o, meglio, come dicono i naviganti, Punta della Penna) vicino Vasto, ve n'è a profusione.Lo stesso vento che gonfiava le vele delle tante imbarcazioni di pescatori che portavano in processione la venerata Madonna di Pennaluce (e la portano tutt'oggi con i moderni pescherecci) nella seconda domenica di maggio. La chiesa di Pennaluce, originariamente dedicata a Sant'Elena, quattrocentesca, rimaneggiata nella seconda metà del Seicento dal marchese del Vasto Diego I D'Avalos, che fece costruire la cupola, fu poi ristrutturata nel 1896, a croce greca, in cotto, facciata a capanna spezzata e porticato, con un rosone e coronamento ad archetti pensili, ci richiama nel nome l'antico centro di Pennaluce, che insisteva su questo promontorio fin dall'epoca degli antichi popoli italici (e si chiamava Buca), quando proprio qui doveva sorgere un santuario sacro ai bellicosi Frentani ("Penna" sta per promontorio o altura, "luce" è attribuibile al lucus, ossia al bosco ed il riferimento è ad un bosco sacro dedicato a qualche divinità italica, una dea protettrice delle messi, della fertilità e dei raccolti, forse Cerere, forse Angizia).L'abitato di Pennaluce resistette per tutta l'epoca romana e, con castello e strutture amministrative proprie, fino alla fine del Medioevo, quando il luogo fu abbandonato all'esito di una pestilenza e venne edificata la grande torre spagnola che oggi, da un estremo del pianoro, fa da guardia al sottostante porto. Si dice e si racconta che la statua della Madonna venne trafugata da predoni turchi, che infestavano questo mare, ma essa riapparve miracolosamente nello stesso luogo in cui venne sottratta, mentre la nave pirata affondò e dal mare s'udiva (e secondo alcuni si ode ancora, nel lunedì di Pasquetta) il suono di una campana sommersa (si dice pure di una città, la stessa Buca o la mitica Aspra, franate in mare in un tempo remoto). Nel 1689 venne concessa l'indulgenza plenaria a chi la visitasse appunto il lunedì dell'Angelo. All'altro lato dell'altopiano, dal 1906 troneggia il Faro di Punta Penna, alto 70 mt, su un dislivello di 84 mt, con i 307 gradini della scala a chiocciola interna è il secondo più alto d'Italia dopo la Lanterna di Genova. La bianca torre si eleva da una costruzione a due piani, adibita ad abitazione dei custodi e ad uffici amministrativi.L'aspetto odierno è quello datogli nel 1948, dopo essere stato ricostruito dalle macerie della guerra. Il suo segnale luminoso può essere visto fino a 25 miglia marine. Punta Aderci (o, meglio, Punta d'Erce, che ricorda un antico luogo abitato fin dall'età del bronzo, così forse chiamato in omaggio a qualche antica divinità degli armenti, forse Ercole, e che oggi è compresa in un'ampia riserva naturale) è lì a due passi, tra campi di grano, cespugli di ginestre e macchie di ramba lupina, da sotto la scogliera di fichi d'India arriva il frastuono delle onde, nell'aria il richiamo dei gabbiani, il volo radente di qualche falco che si porta fino al mare, Vasto sta a sud e, più lontano, la punta di Termoli chiude l'orizzonte. La Majella, a ponente, oltre l'accavallarsi delle colline, ancora innevata, veglia e tace. Un luogo davvero unico, meritevole di ogni attenzione. 

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