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POESIA E SIMBOLISMO

MARCO TABELLIONE.

La poesia ha da sempre avuto una vocazione simbolica, e da Corrispondenze di Baudelaire, cioè dalla metà dell’Ottocento questa condizione poetica non può più essere negata. Ma il simbolismo, cioè la tendenza a trovare congiunzioni tra elementi differenti e distanziati, è in realtà molto di più che un semplice espediente per scrivere poesie, coincide in realtà con la natura più profonda dell’uomo, laddove linguaggio, canto e pensiero si confondono. Ora cercheremo di dimostrarlo.

      Per farlo dobbiamo partire dalle origini del linguaggio, laddove non è possibile essere certi scientificamente dei processi di sviluppo e si possono fare solo congetture e illazioni. Come quelle di Giambattista Vico contenute nella sua opera La Scienza nuova, in cui il filosofo napoletano del Seicento ha descritto in modo particolareggiato l’esordio del linguaggio umano, che, secondo lui, avrebbe avuto come inizio il canto, la tendenza cioè dell’uomo a vocalizzare i suoni in funzione espressiva, una riflessione che potrebbe essere comprovata dal successo perenne che le canzoni (dove il testo trasforma appunto la musica in canto) hanno avuto e continuano ad avere in tutte le comunità. Il linguaggio nasce dunque come canto, e Vico sottolinea che i primi metri poetici sono stati i più veloci, forse per la necessità di aderire alle idee e per esprimerle, o forse perché era evidente che per quegli uomini primitivi, così legati al fisico e al corporeo, le idee potevano esistere solo attraverso le parole.

      Ecco che si profila dunque la grande scoperta di Vico, il primo forse a suggerire, in modo così netto, che è il linguaggio a creare la realtà dell’uomo. Infatti per l’uomo la realtà è linguaggio, la realtà esiste come linguaggio; il linguaggio, quindi, è molto di più di uno strumento di comunicazione, è la dimostrazione del carattere simbolico dell’anima umana. L’anima dell’uomo è intrisa di linguaggio, anzi si può dire che sia fatta soprattutto di linguaggio, o, meglio ancora, lo spirito stesso è linguaggio e ciò potrebbe spiegare il riferimento evangelico “In principio era il verbo”. E potrebbe spiegare, altresì, perché nella Genesi Dio ha bisogno di usare il linguaggio per creare il mondo, infatti si legge: “E Dio disse sia la luce”. Che bisogno c’era in Dio di parlare? E’ ciò che Sant’Agostino sostiene nelle Confessioni quando si chiede come può Dio aver usato il linguaggio se le lingue non erano state ancora inventate, né tantomeno erano state ancora create le corde vocali. Ma tant’è, è indubitabile per il testo sacro e dunque per il mito che esso rappresenta nella Genesi, che il linguaggio è dunque prioritario nell’uomo (Heidegger in Essere e tempo sostiene che l’uomo parla non con il linguaggio ma dal linguaggio), è il linguaggio che crea la coscienza e dunque il senso della realtà.

      Ma qual è la natura profonda del linguaggio? Come Baudelaire aveva capito la natura più profonda del linguaggio, la sua sostanza, è quella simbolica. Perciò ancora più indietro del linguaggio, in origine, si pone la natura simbolica; nell’anima profonda dell’uomo, quindi, non si colloca tanto il linguaggio che è un sistema di segni fonici o grafici, quanto una dimensione simbolica dalla quale questo sistema deriva. Non per niente il sogno, che è opera dell’inconscio, adopera lo stesso linguaggio simbolico senza l’intervento della parte conscia. Va detto che già in Aristotele questa onniscienza del simbolo veniva riconosciuta, anzi probabilmente fondata, nel momento in cui il filosofo greco giungeva a considerare la lingua orale come un simbolo dell’anima e la lingua scritta come simbolo della lingua orale. E’ proprio Aristotele che per primo utilizza il termine greco symbolon in tal senso, deducendolo dal symbolon appunto, cioè dal tassello che una volta spezzato permetteva di effettuare successivamente il riconoscimento tra due persone, le quali si limitavano semplicemente a riaccostare le due parti del symbolon. Già in questa prospettiva desunta da Aristotele, e dall’opera De interpretatione, è evidente che il simbolo non è semplicemente un segno che richiama qualcos'altro esaurendosi in questo puro rimando, ma è un segno vivo (Jaspers la chiamerà cifra, la quale non sarebbe meramente rappresentativa) che vive una profonda unità con l’elemento simboleggiato, cioè con l’altra parte, di cui è parte e significante.

      Colui che meglio di ogni altro ha chiarito la natura del simbolo è stato Jung, in un territorio tuttavia che esorbita dalla poesia e dalla letteratura. Jung entrò in polemica con Freud poiché al contrario di questi considera il simbolo non come segno, come elemento che rinvia semplicemente ad un altro, ma appunto come un’entità dalla carica plurivoca che è sé stesso e nello stesso momento altro, e il cui obiettivo principe ricade nel conferimento di senso, cioè in un processo mediante il quale l’uomo attribuisce significato al mondo.

Jung ha sempre illustrato il simbolo alla maniera di Jaspers, il filosofo più vicino ad Heidegger, che nell’idea di cifra, come risulta evidente dalla sua Metafisica, intende dare vita ad un’idea di simbolo che sia appunto simbolo a vivere, più che da codificare o intuire, e la cifra infatti per Jaspers è una entità parlante del mondo che ci consente di ricollegarci con l’Essere stesso. Secondo Jung il simbolo assume connotati del genere, affini all’idea di cifra, però in un certo senso più calati nella storia, storia che per Jung è soprattutto storia delle civiltà e delle loro mitologie. L’attenzione che Jung dà al simbolo nasce anche dall’esigenza di uscire dalla logica del rapporto di causa-effetto tipico del determinismo occidentale, per accostarsi alla intellettualità orientale in cui il problema non è reperire le cause, perché esse potrebbero non essere collegate con gli effetti in modo rigido, ma conferire senso, apportare significati.

      Jung si sofferma inoltre sulle sincronicità, quelle coincidenze che non possono essere spiegate secondo ipotesi di causa ed effetto, e che anche la scienza sembra ormai riconoscere come sfuggenti ad osservazioni puramente oggettive, come ampiamente dimostrano sia il probabilismo sia il principio di indeterminazione. Tali teorie sono infatti conseguenti ad osservazioni sulle particelle i cui movimenti non possono essere previsti con assoluta certezza, e dunque sembrano alludere essi stessi al fatto che quella della causa e dell’effetto non è una legge. Jung studiando le sincronicità, cioè coincidenze alle quali la persona attribuisce comunque un senso e che non possono essere spiegate secondo i principi del determinismo, sostiene che la vera meta della coscienza non è tanto l’individuazione delle cause, quanto appunto il reperimento del senso, che è ciò a cui sarebbero finalizzati quelli che Jung definisce come archetipi, e Freud chiama simboli arcaici.

      La convinzione di Jung è che la sincronicità sarebbe comunque collegata con gli archetipi. Infatti, secondo lui, la formazione degli archetipi avrebbe qualcosa di connesso con l’attribuzione di senso alla realtà, e l'elemento della sincronicità costituisce una delle dimostrazioni del modo di muoversi dell'uomo rispetto alla realtà, modo che consiste nel continuo tentativo di individuare i significati del reale sempre per via simbolica (del resto gli archetipi non sono altro che simboli).

Dunque, quello che Jung riesce a dimostrare è la natura simbolica dell'animo umano e del suo modo di essere al mondo, ed è probabilmente da questa natura simbolica che nasce anche il linguaggio.

      Il simbolo, infatti, nella sua tendenza a condensare i significati, si presenta come la vera meta morale dell'esistenza. Non per niente la riduzione simbolica come tendenza è riscontrabile in tutti i popoli, sin dalle età primordiali, tanto che le mitologie e le forme religiose rappresentano una espressione evidente di questa tendenza alla simbolicità. Da queste premesse parte Vico, secondo il quale la sapienza poetica, come la chiama già lui, costituirebbe una delle prime forme di sapienza dell’uomo, anzi probabilmente è la prima che si sia formata. Il punto di partenza delle civiltà, secondo Vico, non sarebbe tanto il linguaggio, quanto il canto, più vicino all'espressione pura del sentimento. Nella sequenza in cui Vico ha sistematizzato i tre periodi storici, degli dèi, degli eroi e degli uomini, al primo periodo corrisponderebbe lo stadio del sentire, al secondo lo stadio dell'avvertire, al terzo lo stadio del riflettere. È appunto nello stadio dell'avvertire, in cui le emozioni danno vita ai sentimenti, che si ha la nascita della espressività dell'uomo, secondo Vico avvenuta nella forma primordiale del canto, cioè poesia ritmata e melodica. Insomma, per Vico, a partire dal sostrato simbolico, il linguaggio sorgerebbe come poesia. Non per niente il linguaggio è pieno zeppo di metafore e analogie, anche se in una forma istituzionalizzata e non più originale.

      In conclusione, possiamo dire che non solo il simbolismo si configura come l'elemento più adeguato e più congeniale alla poesia, ma esso rappresenta la matrice non solo del linguaggio, bensì di tutta la spiritualità e la cultura umana. Il simbolismo, infatti, non è altro che la trasformazione della realtà in segni semantici, anzi è esso stesso il creatore della realtà umana, perché è il modo di approcciarsi fondamentale dell'uomo al mondo, modo da cui derivano tutte le sapienze (anche quelle scientifiche). 

Foto : https://www.liberopensiero.eu/21/06/2021/rubriche/il-simbolismo-sentire-cio-che-non-puo-essere-capito/

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