Poesia dialettale e cultura locale

GABRIELLA SERAFINI.

Il popolo, fino al secondo dopoguerra, era per lo più analfabeta (in verità lo è rimasto fino a buona parte degli anni ʼ50/60) e nel riferire oralmente un canto, una poesia o termini ascoltati in un paese vicino, in un’occasione particolare, storpiava le parole, o cercava di ripulirle per caricare l’evento di una certa significatività. Non ci dimentichiamo ad esempio che a conclusione delle preghiere in latino spesso si sentiva: Sammèn, al posto di amen; oppure nel canto religioso Sono stato io l’ingrato, quante volte abbiamo sentito: sono stato a Stalingrado…. Il popolo era depositario di una cultura orale che permetteva di tramandare gli usi, i costumi dell’epoca, i racconti delle epoche precedenti, ma proprio per questo la lingua era soggetta a distorsione.

Con l’alfabetizzazione e il generale innalzamento del livello culturale della massa, unita alla diffusione della lingua italiana usata nei rapporti oltre che formali, anche professionali, amicali, certe storpiature linguistiche sono sembrate orrori tali da far accantonare tutto ciò che veniva spontaneo dalla cultura popolare, e in primis il dialetto. Negli anni ‘70/’80, parlare in dialetto era una vergogna. In famiglia è stato bandito, così come nelle scuole.

Ma mentre il popolo fuggiva da se stesso e da tutte le manifestazioni che lo rappresentavano, artigiani colti, professionisti, intellettuali riscoprivano la freschezza, la spontaneità, la sincerità, la bellezza della cultura popolare, della parlata vernacola. Negli anni ‘70/’80 si è parlato di koinè dei dialetti abruzzesi: operazione che è risultata impossibile, in quanto sterile e priva di fondamento storico – culturale. Ma il dibattito è servito per fare del dialetto non solo lingua parlata, ma lingua letteraria, recuperando da una parte la spontaneità e la schiettezza dell’espressione popolare, dall’altra la ricercatezza stilistica e la correttezza ortografico-grammaticale.

La poesia, in genere, è stata considerata sempre appannaggio delle persone colte, tanto che il Bèdier ha detto che “la poesia popolare è un mito. Il popolo non ha mai creato nulla. Esso non fa che riprendere e imitare ciò che creano i centri di civiltà”. Se fosse vero questo assunto, la poesia dialettale sarebbe già estinta, mentre le cose sono andate diversamente.

La critica letteraria negli ultimi decenni ha modificato il proprio giudizio e ha riconosciuto che l’accettazione e l’assimilazione da parte del popolo della produzione poetica non è mai passiva e che spesso può costituire fonte di ispirazione e patrimonio da cui attingere.

Nel corso degli anni anche la poesia dialettale ha avuto la sua evoluzione: dalla memoria di un mondo agricolo-pastorale ha saputo riflettere sulle varie vicende della società e sui vari aspetti della modernizzazione.

Il discorso della letteratura dialettale si è enormemente allargato, tanto che di frequente grandi studiosi ne trattano sulle pagine di importanti quotidiani e molti sociologi studiano il fenomeno. Dagli ultimi studi, sembra che almeno due siano i motivi.

a)            la lingua ufficiale viene gradualmente riportata a svolgere i servizi “sociali” fondamentali di un gruppo, perdendo il ruolo egemone di prestigio;

b)           sembra assistere ad una reazione di massa al violento ingresso dei mass-media e dei computers, spesso a livello inconscio la gente ripesca nel proprio essere interiore le manifestazioni più proprie e le manifesta in totale libertà.

Oggi, in un’epoca che si definisce planetaria, telematica, interculturale, le espressioni più tipiche della cultura locale stanno vivendo inaspettatamente una nuova primavera, come se le radici del nostro essere abbiano bisogno della terra da cui hanno assorbito il fertile humus. La poesia dialettale rappresenta l’attaccamento alla propria terra, con il suo dialetto, il suo modo di vedere e spiegare le cose, con i suoi gesti quotidiani, con la memoria dei cicli della vita, con un modo tutto particolare di sentire i problemi del mondo.

La poesia dialettale si è fatta più raffinata, più attenta allo strumento linguistico, più ricca di pathos esistenziale, più sottile nell’ironia, più desiderosa di assurgere a vera poesia.

Negli ultimi tempi il panorama letterario si è arricchito di racconti, commedie e il materiale su cui riflettere si è ampliato moltissimo.

A chi troppo semplicemente afferma che il dialetto è finito, così come che la cultura locale ha i giorni contati, vorrei contrapporre una semplice riflessione. I cosiddetti classici della letteratura dialettale, De Titta, Della Porta, Illuminati, attingevano la loro ispirazione alla loro vita quotidiana, esprimendosi in una forma linguistica che aveva la stessa intensità del parlato.

Le manifestazioni artistiche, nello specifico letterarie, nascono sempre da un vissuto sia a livello intimistico, sia a livello ambientale. Ma il vissuto in cui il poeta o il commediografo o piuttosto il narratore affonda i sensi, la mente, il cuore è una realtà paesana che si è trasformata nel corso degli anni. Oggi l’ambiente dialettale ha perso le caratteristiche della vita rurale e contadina, di conseguenza i contenuti devono essere attinti da nuovi modelli di vita.

Modesto della Porta e tutti gli autori dialettali della prima metà del ‘900 non andavano a ricercare nostalgicamente fatti e sentimenti passati che appartenevano a un tipo di vita che non era il loro. Non si spiega perché oggi bisogna solo rimpiangere un genere di vita idillico-arcadico da museo vernacolo e non rappresentare la sensibilità attuale, la quotidianità attraverso una modalità espressiva contaminata dall’italiano e dalle altre lingue europee. Chi vive nella società attuale non conosce termini di oggetti usati dai nonni o dai bisnonni, né vive nei campi, né può sempre abbandonarsi a un piacere da archeologo di usi e costumi paesani.

Con questo si intende che la cultura abruzzese contadina ha dato la sua lezione, ma è inutile sforzarsi di pensare il dialetto e il paese come solo entità di tipo agricolo o pre-industriale. L’influenza dei mass media ha contribuito notevolmente a trasformare il linguaggio, ma il dialetto non è scomparso.

Le arti hanno rappresentato l’aspetto nobile dell’uomo: la sua creatività, la sensibilità, il gusto del bello, la maestria del mezzo, la grandezza e la significatività delle idee. Accanto ai grandi della letteratura dotta è fiorita un’arte più popolare, nel senso che è più vicina al popolo, alla quotidianità e che non di rado riesce a raggiungere un grande valore letterario. In ultima analisi, c’è bisogno di un’attività di spinta, di ricerca, di proposizione, di sostegno alla cultura dialettale e ben vengano i concorsi che rappresentano momenti di confronto e di “autocritica”, laddove ce ne fosse bisogno!

BIBLIOGRAFIA

G. SERAFINI, Catalogo Premio Nazionale - Lettere, Arte,e Scienze - Premio di Poesia G. Porto, Edizione 2017 pag.68-69-70.

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