Parolmente

Blog di Pianella e dintorni
AttualitàPoliticaEconomia e LavoroEventi e CulturaSportSegnalazioniBacheca

Personaggi scomparsi e dimenticati "Garzone di stalla"

29 Luglio 2025

Mario Nardicchia *

L'Enciclopedia Treccani offre dignità semantica a questo personaggio sui generis e straordinario immesso nel contesto della vita agropastorale della provincia di Pescara e dell'Abruzzo tutt'intero sino alla metà del secolo scorso, sul modello di “Toto” descritto da Gabriele d'Annunzio nell'omonimo racconto inserito ne Le novelle della Pescara(1902): il “garzone” di stalla. Mio nonno materno Peppino, masserie in contrada Pratodonico -ma io preferisco chiamarla“Morrocino”- di Pianella, ne aveva preso uno che proveniva dalla montagna sopra Villa Celiera: aveva sui 25 anni, berretto calato su di un lato, giacca gualcita e sudicia, pantaloni alla caviglia, scarponi fatti a mano dai calzolai che ogni anno venivano per le riparazioni con la formula dello “staio”: il suo nome era Sabatino. Non percepiva stipendio, la sua dimora era un pezzo di mangiatoia nella stalla dei buoi con pagliericcio di foglie di canna o di granturco. Nelle belle stagioni dormiva con la porta a due ante spalancata, allietato dal garrito delle rondini che ogni anno nidificavano su di un lato della volta a cielo di carrozza. D'inverno chiudeva le due ante della porta e la temperatura saliva con il respiro dei buoi che ruminavano tutta la notte.

Sabatino era analfabeta, come tutti i garzoni, seguiva istintivamente le varie fasi del giorno per alzarsi, sciacquarsi il viso al vicino pozzo, ritirare la colazione, poi il pranzo, quindi la cena dalla padrona di casa, coricarsi. Però era educato: si rivolgeva ai membri della famiglia sempre con “Zì Peppì, Signirì...; “Zà Albì, Signerì...”. Il suo compito era di accudire i buoi, portarli all'abbeveratoio due volte al dì, tenere pulito sotto di essi togliendo il letame, alimentarli con paglia, fieno, cascami di rami d'ulivo dopo la potatura, foglie di canna ecc. Nei giorni di festa mio nonno gli regalava qualche soldino, ma Sabatino non sapeva come spenderli; preferiva più in dono indumenti dismessi di mio nonno e di mio zio Tolomeo. Sabatino non tornava mai a casa, non aveva contatti con la propria famiglia sperduta su quella montagna oltre la Celiera. Gli animali da cortile non rientravano nella sua cura: c'era nonna Albina che ne aveva la giurisdizione. Sabatino non s'ammalava mai, ormai era temprato a tutto:stava bene con Fecì, Palummella,Bianchina, Quagliarella con cui conversava chiamandoli per nome. Durante l'occupazione tedesca, una notte del '43, alcuni soldati della Wermacht che lì abitavano rincasarono avvinazzati, ubriachi fradici. Andarono a svegliarlo, lo tirarono fuori dalla mangiatoia e gli puntarono la pistola alla tempia gridandogli che i bovini erano di loro proprietà. Poi lo issarono su di una mucca e gli intimarono di cantare. Sabatino abbozzò le arie di canzoni popolari che conosceva. - Più forte, più forte, gli gridavano. Allora il garzone tirò fuori a squarciagola una “carella” (incanata), proprio quella che i mietitori rivolgevano a forestieri di passaggio ai bordi del campo di grano, contro il malocchio. Udendo tutto il frastuono, scese dal piano di sopra il Capitano, un soldato tedesco tutto d'un pezzo, quello che a cena mi prendeva sulle ginocchia - avevo solo quattro anni - e mi cingeva la vita di caramelle: evidentemente gli ricordavo suo figlio che aveva dovuto lasciare in Germania per venire a combattere quell'assurda guerra. Allora tutto tornò normale e Sabatino giacque di nuovo nella sua mangiatoia. In aggiunta al lavoro di stalla c'era da “sellare” o “attaccare” Gigetto -il cavallo di mio nonno - alla “baracchina” quando aveva necessità di recarsi a Pianella o a Cepagatti. Gigetto veniva accudito nella propria stalla dal colono (soccio) Giuseppe o dal figlio Vincenzino. Questi avevano anche il compito di curare gli ovini, compresa la mungitura e la produzione di formaggio. Il “soccio”, inoltre, aveva l'impegno di allevare il maiale che, all'inizio della stagione fredda e rispettando il ciclo lunare, veniva fatto fuori con coltello alla gola e appeso all'anello della volta del fondaco per farne le divisioni con il padrone e recuperare ogni parte da consumare in inverno.

Sabatino aveva l'aspetto felice; gli bastava stare con i suoi buoi ed avere i pasti già pronti e genuini. Un giorno di primavera del '50 arrivò sull'aia un grosso camion con alcuni commercianti di bestiame: caricarono le mucche e...via. Al loro posto avevano scaricato un trattore di marca, tutto verde. L'indomani, non s'udì il cigolio della carrucola che tirava su il secchio d'acqua fresca dal pozzo. Sabatino aveva lasciato il proprio giaciglio e, per evitare commozioni e lagrime, all'alba aveva preso d'istinto la campagna in direzione della sua montagna sopra Villa Celiera, lassù dietro cui, ad ogni tramonto, il sole va a nascondersi per riposare...

* FONTE: Mario NARDICCHIA (1941-2021) facebook.com/mario.nardicchia.7

Parolmente

Tienilo a Mente
ll Blog Parolmente.it, si propone di promuovere il territorio, attraverso la diffusione di notizie a carattere turistico, ambientale sociale, politico (apartitico) e culturale.
Contatti
parolmente@libero.it
Donazioni
Copyright © 2026 Parolmente.it All Rights Reserved
Instagram
magnifiercrossmenu