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Parole e traduzioni dialettali di canzoni d’autore

ELSO SIMONE SERPENTINI.

Un momento particolarmente stimolante (e piacevole) è stata la realizzazione di uno degli obiettivi del visionario progetto della Notte dei Serpenti di Enrico Melozzi: le traduzioni in dialetto abruzzese di alcuni celebri brani d’autore contemporanei, di particolare successo. Per la prima edizione lavorammo insieme io e Melozzi, per la seconda edizione si è aggiunta un’artista assai creativa e colta, Gabriella Serafini, ed Enrico pensò di creare un’apposita chat su whatzapp: “Traduzioni NDS”.

Vi abbiamo trascorso non poche ore notturne lavorando insieme in tre (ma dietro le quinte c’era anche la sorella di Enrico) a quelle che, volta per volta, Enrico ci preannunciava come “sfide”. Un poeta scrive versi, e poi un musicista può musicarli e farne una canzone, quando una musica già esiste e si devono scrivere le parole (o quando esiste già una canzone e bisogna tradurne un testo in altra lingua) il lavoro che si fa non è quello dei poeti, ma quello dei “parolieri” (letteralmente quelli che scrivono le parole). Nel primo caso, il paroliere lavora su una struttura metrica che il musicista gli passa indicandogli dove andranno gli accenti metrici seguendo quelli musicali, e lo fa servendosi di numeri, tipo, “quarànta sessànta, vènti, trentatré”. Il paroliere deve trovare le parole adatte alla musica già composta, di cui esprimano il senso e l’atmosfera.

Nel secondo caso, le parole ci sono già, ma il paroliere-traduttore deve rispettarne la struttura metrica e gli accenti, oltre che il significato e il senso, “l’atmosfera”. Nel caso della traduzione in dialetto, nel nostro caso quello abruzzese, si pongono subito delle difficoltà, che portano a diverse esigenze. Non bisogna limitarsi ad una traduzione letterale dall’italiano, bisogna trovare le parole dialettali adatte, che non si discostino troppo dal parlato popolare, conservare lo spirito e l’atmosfera della canzone originale, garantire una musicalità verbale e quindi una certa poeticità. Non è facile. Per alcuni canzoni e per alcuni autori è più difficile, specie quando ci sono riferimenti a realtà troppo lontane dallo spirito popolare o regionale del dialetto in cui tradurre (nel caso nostro quello abruzzese, non troppo legato ad una precisa area linguistica, ma tendente ad una specie di koinè regionale).

Quasi ogni sera, nel periodo di elaborazione e di traduzione dei testi per la seconda edizione della Notte dei Serpenti, Enrico Melozzi entrava in chat annunciando: “Questa sera la sfida è particolarmente difficile”. Non aveva torto, perché poi ci presentava un testo di Franco Battiato, o di Albano, o di Colapesce-Di Martino. Dove mettergli mano? Io e Gabriella cominciavamo subito a spremerci le meningi, a ricorrere alle nostre conoscenze e alla nostre risorse, a proporre le nostre “parole”, le nostre traduzioni, poi Melozzi doveva verificare se funzionavano, se gli accenti metrici delle parole corrispondevano a quelli musicali. Qualche volta si rammaricava, e diceva: “Mannaggia, non gira…”, altre volte, spesso subito, altrettanto spesso dopo più di un tentativo, annunciava, entusiasta: “Gira, gira… bellissimo”. In qualche caso ci mandava dei vocali in cui canticchiava il brano con le parole avvena inventate, per farci vedere che girava… Ma forse si poteva fare ancora meglio, mano alla lima… Il suo entusiasmo era contagioso e ci spronava a fare meglio e di più. Entusiasmava anche noi che un giovane e geniale musicista di talento (per quanto poco riconosciuto nella sua stessa città), assurto a grandi successi anche sul palco del “sacro” festival di Sanremo, passasse delle ore notturne con due attempati come noi a “giocare” con le parole per musica da cantare o far cantare poi su un palco in riva al mare in un progetto che solo un visionario come lui poteva ideare.

A volte ci spronava compiacendoci “furbescamente” con qualche frase tipo: “Siete i miei idoli”… oppure: “Questa chat è la cosa che mi piace di più di tutto il progetto… andrebbe pubblicata”. Francamente, siamo soddisfatti del lavoro compiuto. Certo, non si traduceva tutta la canzone, sarebbe stato un tormento per un artista non abruzzese cantare un testo diventato abruzzese senza storpiare le parole, e un tormento per gli spettatori abruzzesi nel sentirle storpiare. Per questo, intelligentemente, Melozzi ha scelto di tradurre solo i ritornelli dei brani affidati al coro, composto da abruzzesi. La traduzione, è stato detto, è sempre un arazzo visto al rovescio, è vero. Qualcuno ha teorizzato la intraducibilità di alcuni testi… ma la traduzione di un testo è sempre preziosa, è uno strumento di comunicazione tra popoli e di condivisione di culture, è scambio di contatti e di empatie, è crescita.

Tutto si può tradurre nel dialetto abruzzese, che ha infinite risorse di termini e di lemmi, tutto si può esprimere in dialetto abruzzese che ha i mezzi comunicativi per “rendere” anche pensieri astratti e sentimenti profondi, non solo dialoghi agresti o da taverna. Io lo so, che ho provato a scrivere in dialetto abruzzese il pensiero dei grandi filosofi o la poesia di giganti della musica come Georges Brassens e Jacques Brel o della poesia come Garcia Lorca. Lo sa Gabriella Serafini che ha passato la vita a leggere testi dialettali e ad ascoltare cori che li cantavano. Lo sa Enrico Melozzi che ha fortemente voluto farci tradurre in dialetto abruzzese testi che forse qualcuno avrebbe ritenuto intraducibili e invece sono stati tradotti, cantati e ballati non perdendo nulla del loro fascino e della loro magia, anzi, in qualche caso accrescendo sia l’uno che l’altra.

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