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OMAGGIO A BENITO SABLONE

DANTE MARIANACCI.

Benito Sablone

Ripropongo, qui di seguito, la trascrizione del testo di una conferenza che tenni all’inizio degli anni Ottanta presso l’Istituto d’arte di Pescara, sulla Ruota inchiodata, tra i libri più rappresentativi della ricca produzione di Benito Sablone, mancato alcuni mesi fa e sicuramente una delle voci più autentiche della poesia contemporanea.

La ruota inchiodata (Bastogi, 1982), nell’arco ormai più che trentennale dell'attività poetica di Benito Sablone, ripropone quattro momenti dell'ultima fase della sua produzione, cronologicamente culminati con altrettante pubblicazioni. Il libro, pur prestandosi ad un discorso univoco, per la presenza nelle quattro sezioni in cui si articola di una costante aspirazione alla testimonianza e alla ricerca (testimonianza sul presente e ricerca di una identità nella storia), richiede tuttavia un'analisi distinta e particolareggiata per ogni singola parte, soprattutto della prima che è strutturalmente la più complessa ed elaborata e quella in cui si concentrano tutti i temi della poesia di Sablone, che ritroveremo poi sviluppati e variamente articolati.

Nella prima sezione Sablone ci propone un tipo di poesia che per la sua singolare natura viene a situarsi in una posizione non facilmente catalogabile nel panorama creativo di questi ultimi decenni, e non soltanto per le novità che essa presenta, ma anche per l'essere riuscito il poeta ad amalgamare le più disparate esperienze dell'ultima stagione (senza peraltro apertamente contaminarsi) insieme ad un recupero della tradizione, e per l'averci offerto un « quadro » che parrebbe esulare dalla realtà del tempo nostro (attraverso un gioco di universalità apparentemente inconciliabili), ma che in verità la penetra fino in fondo e la sintetizza in una visione che ha del fisico e del metafisico insieme: in cui non c'è posto per l'occasione quotidiana o per la facile effusione intimistica, ma il tutto ingloba in un processo di straniamento e di oggettivazione e insieme di scavo nella memoria, nel tempo remoto e nel fuori dal tempo. Ne viene fuori una poesia che non rinuncia affatto alla ragione, ma che allo stesso tempo non può dirsi tutta ragione; anzi proprio dallo scontro del razionale con l'irrazionale scaturiscono gli effetti e le immagini più intensamente suggestivi.

La prima poesia, «Epigrafi cristiane», già contiene i temi dominanti del libro. Certo il verso d'apertura («Giorni senza navi dentro la bottiglia») sembra un nonsense-verse. Esso comunque serve a porci in una condizione di allerta di fronte alla non facile decifrabilità della versificazione di Sablone. Un elemento, un oggetto salta subito all'occhio, la bottiglia che simbolicamente potrebbe rappresentare il portatore di un messaggio, ma che in realtà porta solo «giorni (senza navi)», il tempo indifferente (dilatato in una dimensione di atemporalità) perché — si dirà più innanzi — «chi beve tace la sua storia, non cerca codici / per miniarvi sorrisi estatici di santi...».

Il punto centrale del componimento è laddove il poeta introduce il discorso sulle «epigrafi cristiane», rinvenute a Ravenna e scolpite su una croce. E' la «croce» di Cristo, fatta e rifatta, simbolo della cristianità, di cui si cerca di ricostruire la storia proprio attraverso le epigrafi; ma le date si accavallano e si contrappongono «e dunque ora si legge che la gara col tempo non ha fine». Il processo temporale diventa atemporale e il luogo non è più solo Ravenna bizantina, ma anche Pietroburgo, Milano, Roma. L'ultimo verso della poesia ci riporta al presente «... con la voce di Paulus che cerca di morire». Il riferimento è chiaramente a Paolo VI, ma il significato non può dirsi altrettanto chiaro. Vuole forse il poeta alludere al decadimento della Chiesa di Roma (e quindi di tutta la cristianità), in un'epoca di scetticismo e contraddizioni? O si tratta invece di un riferimento più realistico? È vero che la voce del Pontefice creava effetti smorzati, quasi da oltretomba. Anche in questo secondo caso, comunque, il significato metaforico del verso non sarebbe molto dissimile dal primo. Il tema religioso è costante nella poesia di Sablone, ma per lui — come ha giustamente messo in evidenza Giuliano Manacorda nella sua attenta prefazione — religione non vuoi dire «pacifica risoluzione e quiete nelle braccia di una verità posseduta, ma mistero».

«Planetarium» è certamente la poesia più densa di significati e la più importante di tutta la prima sezione del libro. La fusione avviata nella poesia introduttiva tra presente e passato qui viene pienamente realizzata. Il planetarium è il palcoscenico su cui si alternano alcuni personaggi creati dalla fantasia del poeta. Essi hanno nomi biblici (e intessuta di riferimenti biblici è pure tutta la poesia), ma vengono calati, «recitando sulla scena del mondo», in una dimensione contemporanea. Si tratta di uomini che parlano agli altri uomini e il loro privilegio (maturato dall'esperienza dei secoli) è che possono vedere nella realtà presente del genere umano e allo stesso tempo distaccarsene per esprimere giudizi e condanne. Immagini bibliche e immagini contemporanee vengono qui fuse nella rappresentazione di uno scenario insieme grandioso e particolare.

Il primo ad apparire è Caino. Egli, all'inizio, si limita a descrivere la scena senza entrare nel vivo della narrazione: ad una immagine da teatro greco segue un'immagine di realistica quotidianità. Il sole dirada le nuvole e mostra la scena del mondo, di quelli «... che siedono / sulle panchine di Londra e Nuova York, passeggiano / lisciando cagnolini nel profumo d'asfalto di Via Veneto». Sembra quasi che Caino riesca ad abbracciare e a dominare tutto lo scenario del mondo. Perché proprio lui? Rappresenta forse la forza del male? l'emblema di una civiltà corrotta? Può darsi, ma la sua condizione — ci rendiamo subito conto —è bivalente. Dice ad un certo punto: «Ora scopriamo la forza del mare, / la grandezza della noce spaccata che lascia il suo segno / sulle mani infantili». Il simbolo diventa uomo tra gli uomini e introduce uno dei procedimenti più ricorrenti e suggestivi di queste poesie: l'accostamento di immagini che danno l'idea della grandezza e della vastità (il mare), con immagini di cose piccole ma non meno illimitate nella loro forza simbolica (la noce, le mani infantili). Si assiste, in altri termini, al continuo tentativo di identificazione e fusione del macrocosmo col microcosmo, ovvero ad un processo reversibile che dall'individuale con-duce all'universale e dall'universale all'individuale.

Dopo Caino appare Abele. Anche Abele sembra parlare agli uomini e al contempo essere al di sopra di essi, nella sua funzione di giudice e ammonitore: «Il nostro timore / e la nostra certezza — è di essere ancora una volta / nel deserto dove ogni luce si perde / cercando almeno una palma / su cui esternarsi nel vento. / Ma dobbiamo parlare anche dentro una botte». Egli esprime la desolazione di un'epoca, la mancanza di ogni possibile comunicazione, la ricerca affannosa di un appiglio (una palma) che dia uno scopo all'umano esistere. Si rinnova qui ancora una volta l'accostamento di due grandezze opposte: la vastità del deserto e la botte.

Abele riferisce anche della routine dell'uomo moderno che è diventato schiavo delle proprie abitudini, le quali si ripetono quotidiana-mente quasi come rappresentazioni rituali: «... voi stendete abbondante dentifricio sullo spazzolino / e usate il sapone come l'incenso e la mirra, vi radete, / oppure dipingete i vostri occhi come se dietro la porta / si trovasse il vostro nemico a cui dovete piacere ». Poi si assiste ad un processo di identificazione - rifiuto dell'uomo con la natura (un altro tema ricorrente nella poesia di Sablone): «Voi respingete il fogliame / le dita che intrecciano i vimini, i fiumi solenni e decisi / che sono il sesso della terra. / E respingete gli ombelichi dei laghi / dove le trote crescono come le stelle nelle notti d’estate». «...Non erano gli alberi a parlare, comunque. Anche se gli alberi parlano». Dopo Abele è Adamo a recitare la sua parte. Egli sembra raggiungere e scoprire la terra dal mare: «Terra! Terra!, urla il marinaio. Terra! Terra! / scrivono in cielo gli uccelli migratori». Ma a questa sensazione da terra promessa, ecco, per contrasto, il rammarico di un mondo perduto, dell'Eden: «Vi sono monti dove mai più tornerò», cui immediatamente segue: «Ormai amo Nettuno e la sua follia». Il mare, nella sua vastità e nella sua impenetrabilità, è, insieme ai personaggi di queste poesie, un protagonista, nel suo bivalente significato di bene e male, di elemento distruttore ed elemento rigeneratore.

Adamo sembra rappresentare l'uomo-guida che suggerisce agli altri uomini la strada del futuro, non in quanto indovino. («Non sono un famoso chiromante, un astrologo / venuto dalla Caldea, né un sacerdote di Artaserse o di / Sardanapalo».), ma perché ha esperienza delle avventure e delle disavventure dell'uomo. «Ho portato i miei testimoni», egli dice, e insieme ad essi, «Abbiamo costruito increduli dentro questo guscio / dove bolle il sangue di vostra madre, / il mio sangue. / E tra breve una nuvola rossa farà esplodere il vostro». Ancora una volta ritorna il tema dell'identificazione del macrocosmo col microcosmo: la terra viene rappresentata come un guscio.

Dopo Adamo appare Eva. Si rivolge al compagno e lo invita a non angustiarsi a indirizzare i peccatori di, questa civiltà corrotta verso una possibile salvezza perché essi — ella dice — «sono giunti persino a confondere il sangue del mio corpo con la salvezza». E qui sicuramente si allude alla confusione e alla degradazione dell'uomo del nostro tempo, che è giunto a identificare la sua libertà con la libertà sessuale. Con Eva il cerchio non si chiude. Torna sulla scena Caino e afferma una verità: «In questo modo è stabilita / la verità paradossale che il regno dei cieli appartiene ai fanciulli». Solo i fanciulli possono accedere al Regno dei Cieli perché sono gli unici ad essere innocenti: l'uomo vive nel peccato; ma questo, s'intende, è un principio creato dallo stesso uomo per difendere la sua condizione di peccatore di fronte alla impossibilità della salvezza.

In seguito, i personaggi si confondono e si identificano l'uno con l'altro riproponendo il tema della loro pluralità simbolica. Qui Caino con Abele: «Abele che ha conosciuto la morte — / il passaggio delle Colonne d'Ercole, / i buoi del sole — / non è che me stesso: innocente e colpevole / non meno &l soldato che uccide il fratello per paura, / dell'uomo / che scava dentro lo specchio in cerca del cuore dell’altro». L'ultimo personaggio ad apparire è «Uno sconosciuto», sconosciuto in quanto identificazione di tutti gli altri personaggi messi insieme. Egli impone il suo discorso all'uditorio: «Ora dovete ascoltarmi», e ammonisce: «Voi non sapete pensare abbastanza al vostro prossimo / per credere che un giorno ci ritroveremo / anima e corpo — stracci e gioielli — / nel guscio di una noce». Mentre tutto ci induce a credere che lo sconosciuto sia l'incarna-zione di Cristo sulla terra, ad un certo punto apprendiamo che egli (a cui spetta il commento finale), non è «che uno dei tanti» e insieme tutta l'umanità: «È più grande il mio debito con Dio / che tutti i miei peccati messi insieme», «Io sono il figlio dell'uomo e chiedo perdono agli uomini». Con i due versi finali («Sento che il padre nuovamente mi chiama: dirò / che abbiamo salvato Barabba») nello sconosciuto si ricompone l'immagine di Cristo.

Con «Epigrafi cristiane» e «Planetarium», sicuramente un punto di arrivo importante nella ricerca poetica di Sablone, il poeta è riuscito a distaccarsi da una realtà circoscritta per rappresentare una condizione universale dell'uomo. Ha creato, in altre parole, un «oggetto di poesia» in cui la pluralità dei significati, complessi e contraddittori, vogliono essere la rappresentazione della realtà del nostro tempo, con-fusa e inestricabile, «la selva oscura» in cui l'uomo si è volontariamente esiliato e da cui non riesce ad uscire. Sotto il profilo tecnico sembra che Sablone abbia recepito appieno la lezione eliotiana sul concetto di impersonalità: «il poeta non deve avere una personalità da esprimere, ma un mezzo particolare, che è soltanto un mezzo e non una personalità, in cui impressioni ed esperienze si combinano in modi peculiari e imprevisti». E in Sablone certe combinazioni diventano l'essenza stessa della poesia. 

Dalla «selva oscura» della prima sezione qualche spiraglio si apre all'orizzonte nella seconda. Il monologare del poeta si fa più appassionatamente individuale, scompaiono certi toni oratori e si evidenzia una maggiore apertura alla comunicazione e al dialogo. Sembra insomma che Sablone abbia corretto il tiro di certe tendenze, abbia soprattutto trovato un interiore equilibrio che riversa sulla pagina con più pacata consapevolezza. Anche qui è la storia a segnare le tappe del viaggio e della ricerca, ma è storia in poesia o poesia della storia e tutto spesso diventa favola e ignora la relatività del tempo per situarsi nell'atemporalità della memoria e dell'immaginazione. Se prima dunque il poeta si era confuso e identificato con la folla dei suoi personaggi e aveva cercato in altre voci il segno di una presenza, ora non ha timore a scoprirsi, a gettarsi definitivamente nella mischia: «Non credo di poter chiedere in prestito / qualche parola a qualcuno». La volontà di comunicare, il desiderio di capire, pure al costo di struggenti lacerazioni, è il filo conduttore di questa seconda tappa del viaggio: che s'avvia ancora una volta col simbolo della bottiglia, del messaggio lanciato nella più perfetta solitudine: «La mia / è la fortuna della bottiglia / che non si rompe in Mare / e porta il suo messaggio / alle coste assolate delle domande». Il viaggio si rivela subito arduo e tortuoso. Non bastano le dottrine dei grandi saggi (Kremmerz, Agostino, Tommaso, Paolo Silenziario) ad aprire un varco nel mistero della vita che continuamente torna «a galleggiare sopra le acque». Tra Bisanzio e Babilonia, tra splendori e miserie, si rinnovano riti e miti di una storia senza storia sempre in bilico nell'attesa della grande verità: «Siamo dopo un'esplosione — o nell'attesa che avvenga — / e non v'è nulla di certo, mentre tutto è possibile». E proprio quando la parola sembra toccare una qualche felice intuizione, ecco insinuarsi il gioco del dubbio a rimescolare le carte, a coinvolgerci in un nuovo labirinto di specchi. Pur se sovente «Dio non manca alla parola» sembra che il poeta si lasci più allettare dalla profanazione del mistero che dalla certezza della fede. E nel gioco del mistero, della continua domanda, si rinnova la ricca e varia simbologia che aveva caratterizzato la prima parte del libro. Qui però il discorso tende a concentrarsi su due temi dominanti (vita e morte) e sul tentativo di avvicinare gli estremi in «un comune percorso di volontà, un cammino che sia la vena sanguigna / nel corpo di questo universo». Se è vero, insomma, che «baciare la vita» può essere una salvezza, «come in ogni parabola», è anche vero che «la morte ci insegna a vivere». Nell'ultimo componimento di questa seconda sezione il poeta (dopo una lunga serie di metafisiche riflessioni sull’esistenza) riscopre la fisicità del presente, della quotidianità, e con essa la carnalità e la purezza dell'amore che risuscita la speranza e spinge a nuovi viaggi: «Bramisce il cervo sopra cui cavalca / la sua immagine sconvolta della corsa. / Ora si vede un fiore / ed una veste bianca. / «Ma non muoiono nel mondo gli esseri viventi?» / «Muoiono — rispondo — se muore la speranza».

Nelle ultime due sezioni della Ruota inchiodata Sablone abbandona la forma del monologo per tendere, da una parte, alla misura del poemetto (Naufragio di Ulisse nel paradiso terrestre, La visita dello straniero, Il viaggio), dall'altra, con le brevi poesie conclusive, ad aggiungere o a inserire tasselli, «epifanie», nella circolarità dell'ordito. Dei tre poemetti, La visita dello straniero rappresenta — come acutamente sottolinea Manacorda — «il momento più pregnante della sua poesia e il momento più arduo della sua trascrizione poetica».

Questo poemetto porta una nota introduttiva. Vi si parla di Alessandro Guidi, poeta di corte vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento e della sua donna, Virginia-Elena: «Per chi ripensa alla metensomatosi di Plotino e a quanto ritennero gli Orfici, i Pitagorici, Empedocle, Platone e le scuole che ne derivarono fino allo gnostico Basilide, permeando tutto il Neoplatonismo rinascimentale, non sarà difficile individuare i percorsi paralleli di Alessandro e Virginia-Elena. Quest'ultima morì circa quindici anni fa a Palma di Maiorca, nel corso di una gara di sci nautico. Come suo ricordo fece pervenire un anello». Il discorso già avviato nella seconda sezione della Ruota inchiodata, il tentativo, cioè, di andare oltre le barriere della vita e della morte, qui si propone concretamente in un caso di metensomatosi, di continuazione nella reincarnazione dell'anima. Se nelle epigrafi cristiane e nei Testi Sacri il poeta aveva cercato i simboli (mezzi più che fine) della creazione e dunque della creatività, e si era lasciato trasportare, nella tempesta delle domande e dello smarrimento, alla vuota deriva dell'inesplorato e dell'inesplicabile, ora afferma quasi la certezza di una presenza, la giustificazione di una filosofia, la circolarità di un segreto disegno.

Il poemetto si presta a due piani di lettura, uno letterario, l'altro filosofico-esistenziale. Il poeta è convinto che al di là dei grandi nomi (di cui pure si è abbondantemente nutrito), che possono avere illuminato con la loro opera la condizione dell'uomo nel tempo, esiste un numero non trascurabile di scrittori poeti o pensa- tori, generalmente ritenuti minori e scomparsi del tutto o quasi dalle storie letterarie, che ancor più dei grandi nomi possono aver segnato le tappe della ricerca, e in questo senso s'indirizza letterariamente il suo stesso cammino. Lo straniero giunge in visita in un'atmosfera surreale: «Scendevano azzurri lillà dalla finestra / quando bussarono; il glicine garriva nelle meraviglie della notte e l'ora / sembrava un orologio caduto / sul pavimento...». Il tempo si ferma, lo straniero racconta una struggente storia d'amore e la metamorfosi si sublima nella coscienza. Lascia un segno del suo passaggio, un anello, un simbolo che ha molti significati: promessa, continuazione di una missione, circolarità dell'esistere, in cui «Non è nuovo vivere / non è nuovo morire».

È difficile dire dove Sablone voglia giungere con questo poemetto, pur nella sua esemplare chiarezza. Il poeta si rende comunque conto che, in fondo, quella qui indicata non è che una delle infinite strade percorse o da percorrere nel labirinto della «smesuranza». Nelle altre poesie che seguono un velato scetticismo ritorna a gareggiare nel verso. E l'ultimo componimento del libro termina con una immagine marina («Tornerò / prima che il mare chiuda la sua voce») così come con un'immagine marina il libro s'era aperto. Il cerchio si chiude (uno dei tanti cerchi concentrici che la raccolta propone), ma non la speranza, che ricompone le forze per nuovi viaggi. Se compito della poesia è anche e soprattutto quello di smuovere le acque troppo tranquille della indifferenza, della pigrizia e della incoscienza contemporanea, questa Ruota inchiodata di Benito Sablone ha perfettamente raggiunto il suo scopo.

Dante MARIANACCI, Catalogo, - Premio Nazionale Lettere, Arte e Scienze - Rosone d'Oro -Premio di Poesia "G. Porto" XXIV Edizione 2023, pp. 69, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 77, 78, 79, 80.

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