Mi chiamo Marino e vengo da Caramanico

ANTONIO MEZZANOTTE.

Dom 3 aprile, 2022 /

Per la serie “interviste impossibili", oggi abbiamo il piacere di incontrare uno dei più grandi abruzzesi di tutti i tempi.

D: Benvenuto, vuoi dirci il tuo nome?

R: Salute a Voi! Mi chiamo Marino e vengo da Caramanico, lo paese che Voi moderni dite Caramanico Terme.

D: Bene Marino, ma il cognome di famiglia?

R: Figliuolo, ho detto che vengo da Caramanico et ciò ti basti! Non devi chiedermi lo cognomen ma, semmai, chi sia lo patre mio.

D: Hai ragione, chiedo venia: di chi ssi lu fije?

R: Son figlio di Antolino, giudice del Regno di Sicilia sotto la Maestà Cesarea di Federico, secondo di tal nome!

D: In che anno sei nato?

R: Viveva ancora lo Re e Imperatore Federico, son della classe 1240.

D: Che fai, pardon, che facevi per buscarti la pagnotta?

R: Giovine, porta rispetto! Io son giudice de la Magna Curia de lo Regno di Sicilia, giurisperito. Ho studiato diritto a Sulmona, mi son perfezionato a Bologna (Alma Mater Studiorum) e a Napoli ho pure conosciuto quel sant’uomo di Tommaso, l’Aquinate, il bue muto. Ah, che bei tempi, la giovinezza!

D: Giudice, Dottore, la prego, non volevo mancare di riguardo. So che Lei è il massimo esperto di diritto per la Sua epoca nell'intero Regno di Sicilia, ossia in tutta l'Italia meridionale. Ci vuole riassumere brevemente questa attività?

R: Figliuolo, io son sempre ben disposto verso la giuventude, massimamente se de l’Abruzzi. Ho commentato lo Liber Augustalis del buon Imperatore Federico, Rex di Sicilia, ho raccolto tutta la doctrina et la iurisprudentia, ho ricostruito lo significato vero della norma giuridica, facendo strame di cavilli e sentenzucole malevoli e fuorvianti.

D: Quindi Lei è un interprete? Un semplice giurista? Un azzecca garbugli?

R: Per la barba di Belzebù! Come osi? Ti sbatto alle galere per la Terrasanta! La mia glossa (o commento come dite voi moderni) alle Costituzioni di Melfi, concesse dall’Imperatore nel 1231, e chiamate pertanto Liber Augustalis, è l’unica, inimitabile et inarrivabile!

D: Tutta modestia, Eccellenza!

R: Vedo per te appropinquarsi lo remo per la Iudea, figliuolo! Tu non ti rendi conto, non sai, giacchè profondamente ignorante come una pecora, che pria di me si dicea che tutto lo Regno nostro era sotto alla sovranità del Papa o dell’Imperatore? Et invece io ho detto che rex, superiorem non recognoscens, in regno suo est imperator!!!

D: Eh? Com'è? Eppoi si dice ignorante come una capra, lo dice pure Sgarbi!

R: Parmi di non cognoscere detto homo et invero la capra est animale intelligente, tutti lo sanno! Suddetto principio, espresso nella lingua dei nostri antichi patri, vuol dire che a casa propria ognuno è Re, ognuno comanda il suo, senza che Papa o Imperatore ci mettan becco!

D: Embè?

R: Ecco intanto lo bargello venuto apposta per condurti alli remi. Fino ad allora lo Regno nostro era vassallo di San Pietro, id est del Pontefice romano, mentre lo Imperator d'Alemagna pure lui dicea d'aver autorità sovra tutti li regni e li feudi! Ma io son di Caramanico e senti a me: lo Papa vuol essere sovrano feudale di codesto Regno? Vabbò, se ci tiene, negar non lo si puote! Ma non è sovrano pure delle città, delle castella, dei paesi, dei demani. Quelli restano al Re e se viene l'Imperator todisco a reclamar lo suo, io dico che li popoli debban amare la libertà et che sia giusto non riconoscergli alcun potere sovra le terre di dicto Regno!

D: Uhm, forse comincio a capire! Ingegnoso! E quali sono i poteri del Re?

R: Uhm, la vista dello bargello ti fa bene, me ne compiaccio! Allora, seguimi: lo Re ha lo potere di fare le leggi per lo proprio Regno, anche in disaccordo con lo diritto romano, che però è quello dell'Impero teutonico, di metterle in esecuzione, di iudicare chi viola quelle leggi, di far pagar li tributi. Senti questa ancora: li diritti de lo Demanio sono imprescrittibili, vi è la proprietà pubblica, vera forza di questo nostro Regno, et li municipia, li comuni, che noi diciamo università, devono sottostare allo governo del Re, non come accade nella Langobardia ed in Tuscia, dove tra l’italica gente l’un l’altro si rode di quei ch’un muro ed una fossa serra.

D: Questa è però citazione di Dante Alighieri! In pratica, Lei ha inventato lo Stato moderno! Complimenti!

R: Ebbene sì, ho conosciuto nel mondo de la Veritade questo fiorentino, speziale fuggiasco, meschino lui, ma che bella penna! Lo Stato, come dici tu, è lo Regno nostro e pure se nel 1278 Re Carlo d’Angiò mi ha nominato Giudice e se nel 1285 suo nipote reggente Roberto d'Artois mi ha riconosciuto una pensione per motivi di salute, colmando la famiglia mia di benefici e di feudi per li servigj resi, in cuor mio io resto sempre fidele alla memoria dello Imperator Federico di Svevia, lo puer di Puglia, lo Stupor Mundi. Figliuolo, mi fai commuovere…

D: Grazie per l’intervista, Giudice. R: Grazie a Te giovinotto, salute a Te et all’abruzzesi tutti!

(Nella foto, una edizione delle Costituzioni di Melfi stampata nel 1534)

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