
di Antonio Mezzanotte
Eccoci a una nuova puntata delle "Interviste impossibili di Mezzanotte". Oggi abbiamo come ospite il dottor Gennaro Finamore, medico, lessicografo, cultore delle tradizioni popolari abruzzesi.
D: Pregiatissimo dottore, la preghiamo di volerci dire il nome e il luogo di nascita.
R: Mi chiamo Gennaro Finamore e nacqui l’11 agosto dell’anno 1836 in Gessopalena, paese dell’Abruzzo citeriore, da Enrico, dottore in legge, e da Rachele Ricci, dei baroni di Casoli. Ah, Gessopalena! Terra severa, ma feconda d’ingegno e di cuore, che mi fu madre e maestra. E, talvolta, anche un po’ burbera — come certe nutrici che insegnano più col silenzio che con le carezze.
D: Dove compì gli studi?
R: Iniziai nel seminario arcivescovile di Lanciano e proseguii nell’abbazia di Montecassino, ove appresi il latino e la disciplina. Indi mi recai a Napoli per intraprendere gli studi di medicina e là conobbi uomini d’alto ingegno, come i fratelli Spaventa, il pittore Palizzi e il letterato De Virgiliis. Napoli era allora crocevia di pensiero e di fermento — e anche di qualche malanno, ma quelli li evitai con prudenza e un certo scetticismo clinico.
D: Dopo la laurea, tornò in paese?
R: Sì, nel 1865, tornai a Gessopalena per esercitarvi la professione medica. Ma non mi limitai alla cura dei corpi: mi dedicai altresì alla cosa pubblica e iniziai a raccogliere canti, proverbi, usanze, voci del popolo. Pubblicai i "Canti popolari di Gessopalena" nel 1869 e poco dopo un saggio sulle condizioni economico-agricole del mio paese. Scrivevo di notte, curavo di giorno e ogni tanto trovavo anche il tempo per riflettere — purché non bussasse qualcuno con la febbre o con un’opinione troppo precisa sulla medicina.
D: Il suo "Vocabolario dell’uso abruzzese" è tuttora reputato opera di grande valore. Come nacque?
R: Nacque nel 1880, a Lanciano, dove mi ero trasferito per trovarvi ambiente più propizio agli studi. Lì operava l’editore Rocco Carabba, che accolse con favore la mia proposta. Il vocabolario fu dapprima fondato sulla parlata di Gessopalena, che ritenevo più genuina; poi, nella seconda edizione del 1893, presi a riferimento il dialetto di Lanciano. L’opera fu accolta con lode dal filologo Francesco D’Ovidio, che mi onorò dei suoi consigli — e mi fece notare, con garbo, che anche i medici possono inciampare in un participio.
D: V’è un episodio della sua vita che serba con particolare affetto?
R: Sì, uno in ispecie mi torna alla memoria. Era d’inverno e salivo a piedi verso una masseria isolata, tra le campagne del mio paese. La neve cadeva fitta e il silenzio era rotto solo dal mio respiro. Curai un vecchio pastore, febbricitante, e mentre gli preparavo un infuso, la moglie — donna d’età veneranda — mi recitò una filastrocca che, a suo dire, risaliva alla nonna. La trascrissi seduta stante, con le dita intirizzite. In quel momento compresi che ogni casa è un archivio vivente e che ogni anziano è un libro che, se non letto, si perde per sempre. E che il medico, oltre al termometro, farebbe bene a portare con sé anche un po’ d’ascolto.
D: Quale fu il suo atteggiamento verso la medicina popolare?
R: Di rispetto, benché temperato da discernimento. Non ogni credenza è verità, ma molte racchiudono un sapere antico, che la scienza moderna farebbe bene a non disprezzare. Le erbe, i gesti, le parole rituali: tutto ciò ha un senso, se interrogato con mente aperta. Io non ridevo mai di chi portava un talismano: chiedevo piuttosto quale timore volesse scacciare. E se il rimedio non nuoceva, lasciavo che facesse il suo corso — ché talvolta la fede guarisce più del farmaco.
D: Lei intrattenne rapporti epistolari con Giuseppe Pitrè, insigne folklorista siciliano. Quale fu la natura di tale sodalizio?
R: Di stima reciproca e di comune intento. Il Pitrè mi onorò del titolo di “suo pari abruzzese” e pubblicò molti miei saggi nell’Archivio delle tradizioni popolari, da lui fondato. Entrambi credevamo che la vera storia d’un popolo non si legga nei manuali, ma si ascolti nei cortili, nelle stalle, nei canti delle filatrici. E che spesso un proverbio, se ben scelto, vale più d’un discorso parlamentare.
D: Quale giudizio si sente di esprimere sull’Abruzzo dei tempi presenti?
R: L’Abruzzo è mutato, come tutto il mondo, ma non ha smarrito del tutto la sua essenza. Temo però che si vada dimenticando la propria lingua, le proprie radici, in nome d’un progresso che spesso è più rumoroso che profondo. Se l’Abruzzo saprà custodire la memoria, sarà saldo come la roccia; se no, sarà fragile come castello di vento. E finirà che si parlerà in italiano corretto, ma si penserà in modo confuso.
D: Dottore, una piccola curiosità, che forse non conosce: la scuola media - come si diceva fino a qualche anno fa - del mio paese, Rosciano, nel pescarese, è intitolata a lei: che ne pensa?
R: Ne penso bene, lusingato. E voglio esprimere gratitudine per l'attribuzione. Che sia da sprone per lo studio e la ricerca sul territorio, soprattutto tra i giovani, affinché crescano consapevoli del patrimonio di vita loro trasmesso. È quanto ho cercato di trasmettere ai miei studenti, come insegnante e poi preside di liceo classico in quel di Lanciano.
D: La ringraziamo, egregio dottore, per averci concesso questa conversazione.
R: E io vi ringrazio, ché mi avete ridato per un istante la voce. Se le mie parole potranno servire a qualcuno per meglio intendere sé stesso e la propria terra, non saranno state vane. Ricordate: la lingua del popolo è come l’acqua del pozzo — più si scende, più è pura. Ma conviene calarla con rispetto, ché l’eco non sempre restituisce ciò che si sperava.
















