
di ANTONIO MEZZANOTTE
In via del tutto eccezionale e infrasettimanale, oggi è con noi per le "Interviste impossibili di Mezzanotte" e in occasione dell'anniversario del terremoto della Candelora del 1703, Sua Eccellenza Marco Garofalo, marchese della Rocca, barone di Rosciano, presidente della Regia Camera della Sommaria e commissario alla ricostruzione dell’Aquila.
D. Eccellenza, cominciamo dal principio: come trovaste L’Aquila al vostro arrivo dopo il terremoto della Candelora?
R: Ah, signore mio, che spettacolo amaro!
Io scrissi — e lo ripeto — che «la città dell’Aquila fu, non è; le case sono unite in mucchi di pietra, li remasti edifici non caduti stanno cadenti».
E non era poesia: era proprio accussì.
Pareva che ‘o cielo avesse fatto ‘na sfuriata, una di quelle che manco san Gennaro ci mette mano.
La gente era ‘nterra, smarrita, chi piangeva, chi scavava, chi guardava nel vuoto.
Io scesi da cavallo e dissi tra me e me:
“Marché’, mo’ t’arrangi tu. Qua ce vo’ core, cervello e pure ‘na bona dose ‘e pacienza”.
D: Avevate alle spalle una carriera di grande responsabilità. Quanto pesò il vostro ruolo nella Regia Camera della Sommaria?
R: Pesò, pesò… e come se pesò!
Essere presidente della Sommaria significa conoscere ogni trucco, ogni gabella, ogni vizio e virtù del Regno.
È una scuola che ti insegna a distinguere ‘o giusto dall’‘o furbo, e ‘o furbo dall’‘o mariuolo.
All’Aquila portai metodo: “Prima si conta, poi si decide; prima si ordina, poi si costruisce”.
E io, che tengo la mano ferma e la testa fina, misi tutto in fila come perle ‘e rosario.
Senza quell’esperienza, ve lo dico schietto, la città sarebbe rimasta ‘nu guazzabuglio per anni.
D: Prima di tutto questo, però, c’è la vostra storia personale: il titolo di barone di Rosciano (che, tra l'altro, è il mio paese), ottenuto nel 1699.
R: Ah, quella sì che fu ‘na bella storia! Il principe Caracciolo di Santobono rivendicava tutto, perché la buon'anima del suo prozio Giambattista aveva fatto 'nu maciello svendendo feudi come se fossero fichi secchi e la causa rischiava di durare quanto una Quaresima, n'Avvento, n'altra Quaresima e n'altre Avvento!
Io invece dissi: “Signori, facimmo pace. Parlammo da galantuomini”. E trovammo un accordo stragiudiziale, pulito, elegante, senza strepiti. Così divenni barone di Rosciano (e avviai i primi vigneti pe 'o commercio del vino). E vi dico: chi sa mettere pace tra i principi, sa pure mettere ordine tra le pietre cadute.
D: Quali furono le vostre prime decisioni operative all’Aquila?
R: Ah, quelle le ricordo come fosse mo’.
- Sgomberare le vie, ché senza strade non si porta né pane né speranza.
- Sospendere le tasse per dieci anni, perché la gente non teneva manco ‘o lume per la notte.
- Censire i danni, con precisione da speziale: “Questa casa è caduta, questa cadrà, questa forse si salva”.
- Richiamare maestranze, ché senza mani esperte non si raddrizza manco ‘na sedia.
- Mettere ordine, perché senza ordine, figli miei, pure ‘o miracolo diventa confusione.
E infatti dissero che ero ottimo organizzatore.
E io, modestamente… ‘o confermo.
D: Eppure, a luglio 1703 lasciaste l’incarico. Perché?
R: Ah, questa è ‘na storia delicata.
A Napoli dissero che servivo altrove, che il Regno aveva bisogno dei miei lumi.
Ma la verità — e mo’ ve la dico senza peli sulla lingua — è un’altra.
La municipalità aquilana, che all’inizio era stordita come un gallo dopo la tempesta, pian piano si riorganizzò.
Ripresero le magistrature, si rimisero in piedi, e dissero: “Eccellenza, grazie assai, ma da mo’ in poi ce la vediamo noi”.
E io, che pure avevo rimesso ordine, fui… come dire… accompagnato gentilmente alla porta.
Non per colpa, ma perché gli aquilani — testardi, fieri, cocciuti come muli — vollero riprendersi il loro destino.
E sapete che vi dico? Fecero bene.
Una città che vuole rinascere deve volerlo con la propria testa, non con quella degli altri.
D: Se potesse lasciare un ultimo messaggio agli aquilani di oggi?
R: Che non perdano mai la memoria.
Io scrissi: «Non so altro che posso dire di più per accreditare una città rovinata».
Ma una città rovinata non è una città finita.
Aquila è come ‘a fenice: cade, brucia, soffre… e poi risorge più bella e più forte.
E questo, credetemi, non lo dico da commissario: lo dico da uomo che l’ha vista morire e rinascere.
(Accompagna questa intervista lo scudo in pietra della famiglia Garofalo, con la corona marchesale)
















