
Dipinti, foto, poesie e riflessioni filosofiche di BRUNO DI PIETRO
Il non consenso all’esistere e l’origine del peccato.
Nessun essere vivente può chiedere di nascere né essere interpellato prima di esistere. Tuttavia, una volta venuto al mondo, si ritrova a portare il peso dell’esistenza come se fosse debitore di qualcosa o riconoscente a qualcuno.
In che senso, allora, l’essere umano sarebbe colpevole per il solo fatto di «esserci»? È proprio da questa apparente contraddizione che nascono alcune teorie e riflessioni.
Osservazione filosofico-letteraria
La tesi qui proposta sovverte la concezione tradizionale cristiana del peccato originale. Non è il peccato a generare la sofferenza, bensì l’esistenza stessa si configura come una sorta di colpa originaria. Nella dottrina classica, la colpa discende dalla disobbedienza; in questa prospettiva, invece, il semplice fatto di esistere diventa motivo di espiazione.
La colpa perde così il suo valore morale per assumere una dimensione metafisica: non riguarda ciò che l’uomo compie, ma ciò che l’uomo è.
Da qui nasce una visione tragica dell’esistenza, in cui il vivere appare come condanna ma anche come possibilità di riscatto.
Se, per caso o fatalità, siamo destinati, senza averlo scelto, a attraversare pene, privazioni e sofferenze lungo tutta la vita, si potrebbe pensare allora che tutto ciò rappresenti il prezzo da pagare per l’esistenza stessa.
L’essere, nell’esserci, diventerebbe il vero peccato originale: una colpa inconsapevole, che ciascuno di noi è chiamato a espiare, chi più chi meno, volente o nolente.
Sospesi tra dolore e sofferenza, tra la coscienza del limite, siamo in qualche modo appagati o soggiocati da quella sola forza che è la fede intrisa di speranza.
Il dolore non è soltanto una ferita dell’esistenza, ma anche un potenziale valore di saggezza e riflessione che apre nuove conoscenze della psiche, della convivenza con il proprio corpo e, forse, dell’egoismo dell’essere.
Esso richiama l’essere umano a se stesso, lo costringe a interrogarsi sul significato del proprio passaggio nel mondo, rendendolo partecipe di verità che la serenità spesso lascia nascoste, riposte, .
Ciò che appare come condanna può paradossalmente trasformarsi in occasione di elevazione interiore: un cammino di espiazioni attraverso il quale l’essere umano tenta di riconciliarsi con il mistero del proprio esserci.
Forse è proprio questa tensione tra sofferenza e consapevolezza a costruire e irrobustire l’umanità. Non la colpa per ciò che abbiamo fatto, ma il confronto incessante con il fatto stesso di esistere.
NOTA - Il testo ha una impronta filosofica ed esistenziale, con richiami che ricordano il pessimismo di Arthur Schopenhauer, alcune intuizioni di Giacomo Leopardi e, sul piano teologico, una reinterpretazione molto personale del peccato originale.
















