
ELSO SIMONE SERPENTINI.
Tracciando una diagnosi del nostro tempo, rilevo che esso è ormai senza più memoria e senza più pudore, e i nostri luoghi dell’anima sono senza più aspirazioni. Chi vi soggiorna si adatta come meglio può al “qui giace”. Le ragioni del silenzio sono molteplici e quelle degli uni si confondono con quelle degli altri, perché troppo spesso capita di dover ammettere che anche chi grida e strepita non fa altro che restare in silenzio, alla pari di tutti gli altri che restano muti.
Le parole sono ormai così consumate che il loro uso è muto. A chi e come parlare di “forme sostanziali” e di “entelechie”? A chi e come parlare di idee semplici e di idee complesse? A chi e come parlare di sensazione e di riflessione, di spirito e materia? L’astratto e il concreto si inseguono, ma continuano ad odiarsi e ad evitarsi. Per le strade, di notte come di giorno, si aggirano solo fantasmi ai quali a fatica grideremmo all’orecchio: “Nodum quaerere in scirpo”.
Che restino in silenzio o se ne vadano in giro gridando, fa poca differenza. I politici son così poca cosa che non spandono ombra, gli amministratori pubblici sono di così poca consistenza che se li porta via il primo venticello del mattino, i giornalisti sono così privi di inchiostro da non avere il coraggio di scrivere usando il proprio sangue. Così davvero sarebbe da preferire il silenzio, più eloquente delle parole, considerato che niente è più silenzioso della parola, quando la parola è inascoltata. E non ditemi che non abbia buone ragioni per restare in silenzio chi si ritrova da solo ad ascoltare le proprie parole.
(dal mio RITORNO A SPINOZA, Artemia, 2017)















