
di ANTONIO MEZZANOTTE.
Per la serie "Le interviste impossibili di Mezzanotte", oggi abbiamo il piacere di ospitare frate Teobaldo, artefice della rinascita di San Liberatore a Majella.
D: Frate Teobaldo, grazie per aver accettato di scambiare quattro chiacchiere con noi.
R: Figurati, figliolo. È un piacere. Però, precisiamo: frate, ma anche Preposito di San Liberatore e poi Abate di Montecassino.
D: Allora è proprio il caso di dirlo: oh pe' la Majella! A proposito, com’era vivere sulla Majella ai tuoi tempi?
R: La Majella è una madre giusta ma severa: ti guarda e ti dice “Vuoi stare qui? Bene. Lavora, prega e non lamentarti del freddo”. Voi moderni, invece, vi disperate se manca il 5G per dieci minuti. Noi eravamo felici quando il vento non ci portava via il tetto.
D: Parliamo un po' di te: dove sei nato, che facevi da giovane, hai viaggiato?
R: Sono nato nel 985, di nobile famiglia abruzzese, del chietino in verità. Sono entrato a Montecassino che avevo 14 anni e poi sì, ho girato il mondo come si conviene a un giovane frate: Gerusalemme, il Sinai, all'epoca luoghi ancora frequentabili senza timore di un colpo di catapulta sulla testa.
D: Quando hai ricostruito l’abbazia, in che condizioni era?
R: Diciamo che non era proprio un gioiello, il terremoto del 990 aveva sconquassato ogni cosa. Le pietre cadevano, il tetto faceva acqua, i pellegrini inciampavano più spesso di quanto pregassero. Nel 1007 l’abate Giovanni a Monteccasino mi disse: “Teobaldo, vai sulla Majella e ricostruisci tutto”. Io chiesi: “Con quali fondi?” e lui: “Con la Provvidenza”. La Provvidenza, per inciso, aveva le tasche dei contadini e dei feudatari. Ma non dirlo troppo in giro.
D: L’esterno oggi è considerato un capolavoro di sobrietà.
R: E ci credo. Pietra chiara, linee pulite, niente fronzoli. Minimalismo medievale, altro che archistar contemporanee. E il campanile… ah, quello sì che è elegante e avresti dovuto vederlo ai miei tempi! Oggi è a tre piani che salgono come una scala verso il cielo, scanditi come un crescendo rossiniano da monofore, bifore e trifore. Ogni piano un messaggio: “Qui si prega”, “Qui si lavora”, e l’ultimo: “Qui si suona la campana, quindi sveglia!”.
D: Abate, ma conosci Rossini, il compositore?
R: E allora? Nell'altro mondo tutto è possibile e di Gioacchino apprezzo la musica e... la buona cucina!
D: Resto stupito. Ma entriamo dentro. Che atmosfera volevi creare?
R: Tre navate che avanzano come tre processioni parallele. Colonne che marciano come soldati disciplinati (o come i Dodici Apostoli verso il Redentore). La luce entra dalle monofore e si posa dove vuole, come una turista capricciosa. E poi il silenzio… un silenzio pieno, non vuoto. Pieno di passi, di preghiere, di pensieri che si mettono in fila.
D: Parliamo degli affreschi dell’abside, mi par di capire che raffigurano personaggi importanti.
R: Eh sì, quella parete era il nostro “album di famiglia” spirituale e politico. Altro che i vostri selfie. In prima fila c’è san Benedetto, il nostro patriarca, con l’aria da professore severo che se non studi ti manda a vangare l’orto. Poi Tertullo, con suo figlio Placido, tra i primi donatori della Terra di San Benedetto, Desiderio, abate e tra i miei successori, che pure mise mano a queste architetture, e infine nientepopodimeno che Carlo Magno in persona personalmente, con quella barba che sembra uscita da un barbiere di lusso. Lo abbiamo messo lì perché la leggenda dice che Carlo Magno abbia fondato l’abbazia dopo aver vinto i longobardi proprio qui a Serramonacesca nell'anno 781, per ringraziamento a Cristo Liberatore. Una bella storia, utile per attirare pellegrini e… donazioni.
D: E poi c’è Sancio di Oliveto.
R: Ah, Sancio! Uno dei primi benefattori laici. Uomo pratico, concreto, abruzzese fino al midollo. Donò terreni, vigne, campi… roba buona. E non lo fece per farsi bello: lo fece perché quelle terre le aveva usurpate dal monastero, lui stesso o suo padre, ora non ricordo bene - è trascorso qualche anno, sai? - anche perché sui documenti si chiama Zacco, e in tarda età decise di restituirle per salvarsi l'anima.
D: Io sono di Rosciano e Oliveto - oggi Villa Oliveti - è una frazione del mio paese, lo sai.
R: Lo so, lo so. E infatti quando abbiamo dipinto Sancio abbiamo pensato: “Mettiamolo con un’aria fiera, che un giorno qualche roscianese verrà qui a vantarsene”. E guarda un po’, avevamo ragione.
D: Uhm, ho il sospetto che ti stai burlando di me... E poi ci sei tu, negli affreschi.
R: Eh, sì. Mi hanno messo con il modello della chiesa in mano, come a dire: “Questa l’ha fatto lui”. Io non volevo, eh. Ma l’abate insisteva: “Teobaldo, devi dare l’esempio”. E poi, diciamolo, un po’ di vanità ce l’abbiamo tutti. Anche i santi, figurati i monaci architetti.
D: Chi realizzò questi affreschi?
R: Il merito va a Bernardo Ayglerio, originario d'Oltralpe, abate colto, raffinato, uno che sapeva scegliere gli artisti giusti. Fu lui a volere il primo ciclo di affreschi, intorno alla seconda metà del 1200, all'epoca di Carlo d'Angiò, per ricordargli che qui non si scherzava in fatto di titoli e diritti, che venivano direttamente dal primo imperatore. Poi, nel 1500, si decise che era ora di “aggiornare” tutto. Una specie di restyling rinascimentale: ritoccarono, ridipinsero, reinterpretarono. Alcuni dettagli medievali andarono persi, altri vennero reinventati (e pure lì, bisognava far capire ai nuovi padroni, gli aragonesi, che avevano ceduto molte terre del monastero a Chieti, che la legittimità di questa abbazia veniva da lontano e da ben altri ed elevati poteri). Ma nel complesso, direi che non se la cavarono male.
D: Quindi oggi vediamo un mix di epoche.
R: Esatto. Un po’ come voi moderni che mischiate vintage e streetwear. Solo che noi lo facevamo con santi, re e benefattori.
D: E il pavimento cosmatesco?
R: Ah, quello era il nostro orgoglio. Risale al 1275. Non è una semplice decorazione, ma un'opera che guida il fedele (o il visitatore) verso l'altare: un'ordinata esplosione di colori dove il marmo bianco fa da cornice a inserti policromi. Se oggi impazzite per la pixel art, ricordate che noi l’abbiamo inventata ottocento anni fa e senza mouse.
D: L’ambone è uno degli elementi più belli.
R: Il nostro capolavoro di scultura. Un blocco solido, elegante, con decorazioni che sembrano voler uscire dalla pietra. Utile per proclamare il Vangelo, ma anche per far capire ai fedeli che la Parola meritava un palco degno. Oggi direste che è un “podio premium”. E l’abate, da lassù, si sentiva un po’ come un presentatore televisivo. Mancava solo la sigla iniziale.
D: Se potessi descrivere oggi l’abbazia, cosa diresti?
R: Direi che avete fatto un buon lavoro di recupero. Certo, qualche turista entra solo per fare un reel di otto secondi e la chiesa è diventata un set cinematografico per matrimoni, ma non posso lamentarmi. Almeno non ci sono più quelli che si addormentavano durante i vespri. E poi mi piace che la gente torni a cercare silenzio, natura, autenticità, bellezza e - posso dirlo? - spiritualità. Siete più rumorosi di noi, ma il cuore non è cambiato.
D: Grazie, frate Teobaldo, anzi, pardon... abate!
R: Grazie a te, Antonio da Rosciano. Quando passi davanti all’abbazia pensa al lavoro silenzioso di noi monaci, che tanto abbiamo fatto per questi luoghi e non solo. E magari porta un saluto anche a Villa Oliveti… che Sancio, da lassù, ancora controlla se avete potato le vigne come si deve. E ricordati: la pietra di queste nostre chiese parla, anche se non ha un profilo social, e voi moderni dovreste riabituarvi ad ascoltarla...
















