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"LE INTERVISTE IMPOSSIBILI" MI CHIAMO GIANNINA E VENGO DA TERAMO

di ANTONIO MEZZANOTTE.

Le 'Interviste impossibili di Mezzanotte" questa settimana ci fanno ospitare Giannina Milli (Teramo 24.05.1825 - Firenze 08.10.1888), poetessa d’Abruzzo, musa dell’improvvisazione, ardente patriota e dama di fuoco e versi.

D: Illustrissima signora Milli, come nacque in Voi il sacro fuoco dell’improvvisazione poetica?

R: Signore caro, nacqui sotto il cielo di Teramo nel 1825 e pel vero mi chiamai Giovanna, ma poi preferii Giannina, più dolce, più sbarazzino. A 7 anni, mentre altri balbettavano filastrocche, io declamavo versi di Dante e Tasso! Fu mia madre, figlia di libraio, che m’infuse l’amor delle lettere. E poi, che volete? L’Italia gemeva sotto catene e la Musa mia non poteva tacere! Ogni mio verso era un colpo di spada, ogni rima un fremito di libertà!

D: Vi accusarono, taluni, d’essere troppo ardente, troppo ... politica. Come rispondete?

R: Ah! Quei parrucconi dal cuore di ghiaccio! Mi volevano zitta, muta come una statua in chiesa. Ma io, io cantavo gli italici ingegni, l'Alfieri, e poi Manin, Garibaldi, Cavour, l'Italia finalmente unita! E se i miei versi ardevano, era perché il mio petto era fornace d’amor patrio. Che colpa ho io se la verità brucia?

D: Nei vostri viaggi per l’Italia, foste accolta spesso come una vera celebrità. Che ricordo avete di quei teatri gremiti?

R: Oh, signore, i teatri! Quelle platee febbricitanti, quelle gallerie che parevano nidi d’aquila! Quando salivo sul palco, non ero più Giannina: ero voce, ero fiamma, ero vento che scuote le fronde. Ricordo Firenze, Napoli, Milano, Torino… In ogni città il pubblico mi donava un’onda di calore che mi sollevava come una vela in tempesta. E io, in cambio, offrivo loro l’anima mia, nuda e vibrante.

D: Qual è il vostro pensiero sul ruolo della donna nella società?

R: La donna, signore, è stata troppo a lungo chiusa entro confini che altri le hanno tracciato: ago, focolare, silenzio. Ma io vi dico che in ogni donna arde una fiamma che non chiede permesso per brillare. Ella non è soltanto custode della casa, ma custode della memoria, della lingua, della dignità d’un popolo. Senza la donna, l’Italia non avrebbe cullato i suoi figli né educato i suoi eroi.

Eppure, quante volte ci vollero mute, invisibili, docili come ombre! Ma la donna non è ombra: è luce. È mente che pensa, cuore che giudica, voce che può guidare. Io stessa, con la mia cetra, ho sfidato pregiudizi e sguardi storti e in ogni città ho visto occhi femminili accendersi come braci sotto la cenere. Quelle braci, un giorno, diverranno fuoco.

Che la donna dunque non tema la penna, ché essa può essere più affilata d’una baionetta; non tema la parola, ché essa può scuotere più d’un proclama; non tema il mondo, ché il mondo, senza di lei, è monco. L’Italia che sogno è un’Italia in cui la donna non chiede il diritto di parlare: lo esercita. E lo fa con grazia, con forza, con quella sapienza antica che solo chi ha conosciuto il dolore e la cura può possedere.

D: Aveste rapporti o rivalità con altre improvvisatrici del vostro tempo?

R: Rivalità? Oh, la chiamano così gli oziosi! Io la chiamai sempre gara d’ingegno. Conobbi molte sorelle di poesia, e verso alcune vi fu rispetto, stima, talvolta scintilla per superare il loro talento. Ma la vera sfida non era con loro: era con me stessa, con la mia voce che voleva sempre superarsi, elevarsi, ardere più in alto.

D: L’improvvisazione richiede coraggio. Qual era il vostro rapporto con il pubblico?

R: Il pubblico, signore, era il mio specchio e il mio giudice, ma anche il mio complice. Quando improvvisavo, sentivo mille cuori battere insieme al mio. Era un patto tacito: io offrivo il mio ardore in cambio della loro attenzione. E se cadevo, mi rialzavo; e se volavo, volavamo insieme. L’improvvisazione è un duello d’amore tra chi parla e chi ascolta.

D: Vogliate perdonarmi, ma l'improvvisazione, in fin dei conti, non è forse arte effimera?

R: Effimera? Ah, sciocchezze! L’improvvisazione è come il lampo: breve, sì, ma squarcia le tenebre! È l’anima che si getta nuda sul palco, senza rete, senza copione. È verità, è ardore, è sangue che canta! E se svanisce, tanto meglio: resta nel cuore di chi ascolta, come un bacio rubato.

D: Un’ultima domanda, signora: cosa vi augurate per l’Italia?

R: Che sia una, libera, bella come un sonetto d’Alfieri! Che i suoi figli non si scannino per vanità, ma si abbraccino per virtù. E che le sue figlie, poetesse o contadine, possano alzare la voce senza timore. Perché, caro mio, l’Italia non sarà mai completa finché non canterà anche con voce di donna.

D: Grazie per averci dedicato un poco del vostro tempo, signora. Un pensiero per i lettori di questa intervista, in larga parte abruzzesi...

R: Grazie per questa occasione e salute a voi, gente d'Abruzzo, che portate nel cuore la tenacia delle nostre terre e negli occhi la luce dorata dei campi di grano. Siate fieri, siate liberi e, soprattutto, non abbiate timor di levare la vostra parola, ché anche una poesia, se venata d’onore, può cambiare il mondo!

ANTONIO

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