L'appalto - Truffa per la Scafa di Rosciano

ANTONIO MEZZANOTTE.

Il toponimo Scafa, che oggi è riferito ad un noto paese della Val Pescara, un tempo indicava un tipo di imbarcazione con la quale si guadava il corso di un fiume: era una sorta di zattera, spesso fornita di due parapetti laterali formati da catene di ferro, a fondo piatto e priva di prua. Nella direzione dell’attraversamento della scafa veniva posta una fune, manovrata facendo perno su due pali conficcati nelle sponde opposte, così che era consentito tirare la scafa nell’andata ed al ritorno.

La scafa era adibita al trasporto di persone, di animali, qualche volta anche di carretti trainati da buoi, di merce varia. La ‎«scafa di San Valentino», appunto, era riferita alla chiatta che si trovava dove oggi sorge il paese di Scafa, fino al 1948 tenimento del Comune di San Valentino in Abruzzo Citeriore, e che veniva utilizzata per il passaggio sul Pescara, un fiume che prima di essere imbrigliato in salti, dighe e condotte forzate aveva un alveo naturale ben maggiore dell’attuale. Il Pescara veniva attraversato anche in altri punti, ad esempio presso Villanova (a mezzo della cosiddetta "barca da piedi") e lì dove ora troviamo il c.d. Ponte delle fascine, in località Villareia, in coincidenza del guado del Tratturo Magno ("barca da capo", ovviamente, come l'altra rispetto alla città di Chieti).

Fino ad oggi, nessuno ha mai dato rilievo alla scafa di Rosciano. In verità, la presenza di una chiatta era già indicata nel Catasto onciario del 1743 (il servizio era a carico del Comune, che corrispondeva un balzello annuo al Connestabile Fabrizio II Colonna per l’appoggio all’altra riva) e all’epoca entrambe le rive erano comprese nel tenimento dell’Università di Rosciano (la sponda opposta, ora appartenente al Comune di Manoppello, fino al 1811 era terra roscianese, indicata concretamente nella documentazione catastale e notarile come «Terra de là dalla Pescara»). Nel 1853 la scafa era ancora presente, sebbene malridotta, ed affidata in appalto ad un privato.

Secondo la testimonianza di Pasquale Castagna, storico angolano, la vecchia scafa (che l'atlante Rizzi Zannoni del 1808 colloca dalle parti di Contrada Lavatoio) fu abbandonata quando venne ammodernata la via Salara (come veniva chiamata l’antica strada consolare Tiburtina Valeria). Sembra che sia stato proprio Re Ferdinando II nel 1847 ad ordinare il ripristino del servizio. Fu quindi bandita una gara d’appalto dalla Provincia di Abruzzo Ulteriore Primo (alla quale era stata trasferita la competenza in materia), ma il capitolato prevedeva che l’appaltatore sarebbe stato pagato (seppur a prezzo ridotto) anche qualora la scafa fosse stata rotta, danneggiata e/o non avesse potuto assicurare il servizio. Ovviamente, a quelle condizioni l’appaltatore truffaldino non si curava affatto né del servizio di traghettaggio, né della manutenzione della chiatta, in quanto, in ogni caso, ci avrebbe guadagnato qualcosa! Riferisce il Castagna (per l'occasione giornalista d'inchiesta) che a seguito di alcune segnalazioni le Autorità avevano diffidato l’appaltatore al rispetto del contratto.

Per tutta risposta, accadde che quegli non solo offrì un ribasso dell’80% sul costo del servizio (probabilmente in combutta col preposto Ufficio provinciale), ma nemmeno si preoccupò di ripristinarlo, cosicché continuò ad intascare il prezzo del traghettaggio per l’utilizzo di un battello inesistente, forse da realizzare in futuro, ma che la Provincia pagava come se l’imbarcazione fosse esistente ed il servizio svolto regolarmente! La scafa, o quella che ne era rimasta, fu poi sostituita nel 1886 dal ponte di legno fatto realizzare dall’Ing. Enrico Santuccione in adiacenza al ponte ferroviario che precede la Stazione di Rosciano.

Quel ponte negli anni Venti del secolo scorso fu a sua volta sostituito con l’attuale ponte in muratura (danneggiato durante l’ultima guerra e poi ricostruito).

(Sul n. 1/2021 della Rivista Abruzzese ne parlo diffusamente. Nella foto: Filippo Hackert, “La scafa di Persano”, 1782, pittura a tempera)

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