LA VIA CRUCIS: la religiosità popolare nella poesia dialettale

GABRIELLA SERAFINI /

Giov 31 marzo, 2022 /

La poesia dialettale religiosa, oltre ad esprimere i sentimenti di fede che ci accomunano nel segno del Cristo, rappresenta la spinta ultraterrena che ognuno di noi avverte in maniera atavica o come richiesta di consolazione o come indistinto bisogno di rimettere ad un essere supremo le proprie preoccupazioni e la propria finitudine.  Comunque, il sentimento religioso è presente nel popolo e accompagna ogni sua azione senza cercare spiegazioni teologiche.  

Il primo esempio di poesia religiosa sulla VIA CRUCIS lo troviamo inSan Leonardo da Porto Maurizio (1676/1751), religioso italiano appartenente all'Ordine dei Frati Minori, che, ad ogni buon conto, possiamo definire l’ideatore e il propagatore della pratica della Via Crucis.

 “Li diasille”, le litanie, le preghiere sono state sempre per l’animo umano fonte di coraggio e consolazione nella vita quotidiana, rievocando le opere, il martirio, le sofferenze di   Gesù, della  Madonna, dei Santi. Molti poeti, come Jacopone da Todi, ne hanno offerto esempi notevoli non solo come testimonianza di fede, ma come valore letterario.

Nella tradizione popolare via via si sono radicati degli usi giunti fino ad oggi;  le feste religiose erano riti sempre uguali che ripercorrevano le pene, i martiri, le sofferenze  delle figure simbolo di religiosità per trovare un legame con le sofferenze  degli uomini. La Via Crucis con le stazioni del Calvario del Cristo: la condanna, la croce su spalle innocenti, le cadute sotto il peso dell’ingiustizia e degli sberleffi, la Madre addolorata che soffre per il figlio, sono gli elementi che permettono un’unione tra Dio e l’umanità.

Le processioni, una volta numerose e piene di folla che attraversavano le strade dei paesi, non solo abruzzesi, ancora oggi rappresentano l’espressione più sincera del bisogno di coralità, della comune condivisione del dolore, delle sofferenze, che portano alla purificazione e riescono ad elevare le anime alla spiritualità.

La Settembrata Abruzzese con i suoi poeti dialettali ha più volte favorito momenti di afflato lirico-religioso: nel commemorare i Santi Patroni ( San Francesco e San Gabriele), nel sottolineare le feste del calendario liturgico (Natale, Pasqua, il mese mariano), donando, perfino, al Papa Giovanni Paolo II un libretto di poesie alla Madonna.  Ma ciò che più  di tutte le occasioni religiose ha ispirato la Settembrata e i suoi poeti è la Via Crucis, iniziata a Manoppello nel 1979, presso la Basilica del Volto Santo.

Inizialmente le stazioni erano 14, ma successivamente, seguendo lo studio di P. Natale Cavatassi e di altri teologi allineati con le argomentazioni di Papa Woytila, sono state portate a 15, inserendo la Resurrezione finale come speranza  e rinascita e come verità di fede di cui la Via Crucis è portatrice. 

I poeti dialettali da più di trent’anni animano il periodo della Quaresima con le loro riflessioni sul grande mistero della Passione, Morte, Resurrezione di Gesù Cristo.

Questo impegno tiene viva la poesia religiosa, l’ andare da una parrocchia all’altra, da un paese all’altro dell’Abruzzo, partecipando alle processioni della Via Crucis, è occasione per rinnovare la religiosità popolare.

E riprendendo l’essenza dei riti religiosi popolari, i poeti abruzzesi, quelli che utilizzano la lingua dialettale, continuano ad accompagnare quelle processioni che resistono all’indifferenza dei tempi. 

I poeti dialettali, moderni menestrelli, si uniscono ai credenti nella riflessione sulla nostra vita e su quella di Gesù.

Al di sopra del quotidiano sacrificio, del nostro personale Calvario di uomini e cittadini, c’è la certezza che  la sofferenza permette agli uomini di capire loro stessi senza la falsità dell’apparire, che la sofferenza aiuta ad elevarsi a Dio. Via Crucis come speranza nell’eterna vita dello spirito.

Ad esempio, di seguito due poesie relative alla XII e XIII stazione che fanno capire come la religiosità diventa consolazione per i propri mali e per le varie inquietudini della modernità

XII STAZIONE:  GESU’ MUORE SULLA CROCE

Lu popele cammine tal’e quale,

la passione di Criste... puntuale.

Da lu monne ch’ave’ tant’amate

Ggesu’ a la croce ve’ condannate,

na spade a li custate je ve’ ficcate

tante che ci consegne l’utime fiate.

La cocce accusci’ s’abbocche,

lu cile e la terre si spacche,

la ggente strille pe la vije:

è lu vere ch’ere fije di Ddije.

Quante mamme di famije,

piagne li propie fije...

accise pe mane tirruriste,

pe droghe o da scafiste.

Signate dall’ombre di guerre,

na croce pe lu monne corre,

quelle che cchiu’ ci rattriste:

lu “Silenzie di Ggesu’ Criste”.

E’ vicchie la cattiverie umane,

ma stínnice lu stesse na mane,

Tu ch’hi morte p’amore di lu bbene,

dacce curagge e vulunta’ c’arserene.

                                                      Giuseppe Fusilli

XIII STAZIONE: GESU’  DEPOSTO DALLA CROCE

La mamme n’zi  ni va.  N’zi ni po ji !

Llà,  vicine… lu sangue di lu sangue,

la luce di la luce e di l’amore.

L’utema carezze  è de la mamma so.

Pilate ha dette: - Da llà livètele! -

Forse  pi rispette… pi  dice baste

a lu turmente chi ve’ da  la colpe.

Nghi Marije, Giuseppe  e  Nicodeme.

Genta pietose, mamma lacrimose.

Pulete li guance e pure la fronte,

dapù mettete l’uje e lu prufume,

atturcenete di Criste lu corpe.

Pietà e rispette almene da morte.

Nicodeme mo’ cunzole Marie:

  • Curagge,  quesse è lu fije di Ddije

lu fije chi ti strigne e ch’assì pijegne!

La Madonne  è nu stracce; ma ‘nda po’ sta

na mamme ch’  ha chiuse l’ucchie  a lu fije?! 

  • DDije m’ha date stu fije  e  la vite.

Mo so’ na mamme pi tutte li fije! -

                                                         Gabriella Serafini

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