La transumanza e i Regi Stucchi di Pianella per la storia della pastorizia in Provincia di Pescara

VITTORIO MORELLI / GIO 21 LUGLIO, 2022 / CULTURA /

La ricerca verrà presentata, dallo scrivente, questa sera nell’ambito dell’introduzione alla Lectio magistralis all’Università della Terza Età di Pianella del ricercatore Edoardo Micati, uno dei massimi esperti della montagna abruzzese, il quale fornirà un ampio spaccato della montagna abruzzese con un intervento dal titolo: Il paesaggio agropastorale.

Per dovere di cronaca, la cima del Gran Sasso venne scalata la prima volta da Francesco de Marchi, geologo e ingegnere al seguito di Margarita d’Austria, nel XVI secolo, per cui la montagna abruzzese si aprì alla esplorazione e conoscenza.

Vi leggo alcune righe tratte dal volume Racconti sulla lana nel mondo, edito nel 1950: “Nell’Italia Centrale e nel Meridione, invece, questi viaggi sono lunghi e faticosi, e durano più giorni.

Le greggi di centinaia e centinaia di pecore camminano ben serrati sotto l’occhio vigile del pastore seguendo un grosso capro, il quale va in testa al gregge facendo udire il suono di un campanaccio che porta appeso al collo”.

Anche Pianella, nel passato venne interessata dal fenomeno della pastorizia stanziale e transumante.

Nel 1742 si ha notizia dell’affidamento da parte del magnifico Felice Pardi di Pianella, di anni cinquantaquattro, delle pecore fidate del Regio Stucco al soccio Gioacchino Granchelli alias Garofalo di Civitella Casanova, abitante da più anni nel Tenimento di Pianella, di anni trentaquattro circa, nei pascoli affittati di anno in anno nella montagna della Terra di Vestea di proprietà di Agostino Castiglione di Penne per ducati sei, ora di ducati sette, ora di ducati dieci con l’aggiunta di una decina, di una decina e mezza di cascio l’anno secondo l’annualità.

La famiglia Pardi, inoltre, possedeva terreni colti ed incolti in contrada del Cavone, tra l’altro i Pardi possedevano pezzi di terreno sotto la contrada del Torrione, terreni incolti ed esposti a mezzogiorno, adatti alla pastorizia invernale, terreni in contrada Fonte Prigliano, Fonte della Noce ed altri terreni in agro di Pianella e nei paesi viciniori.

La montagna è stata affittata per più anni anche a Sa(b)batino Cherubino e Francesco de Collibus della Terra di Moscufo e ad un altro di Collecorvino.

L’atto viene rogato a Pianella nell’Abbazia Apostolica di S. Spirito sita nella Piazza (del Mercato) di proprietà della famiglia de Caro da parte del notaio Daniele Buccieri il 3 ottobre 1742.

L’atto notarile certifica l’esistenza dei Regi Stucchi, terreni soggetti al dominio del pascolo, alla Doganella di Chieti e alla Posta di Atri, che controllavano la transumanza e i diritti derivanti per conto della Regia Dohana delle pecore di Foggia.

Da quanto è stato affermato da Vittorio Morelli nei suoi studi, si può dire che anche a Pianella si praticasse la transumanza stagionale delle pecore sulla catena del Gran Sasso. Secondo il Catasto del 1746, Dionisio e Giuseppe Sabucchi possedevano  (70) pecore fidate, Palmarini (54), don Ferdinando Todesco (119), Simonacci (30), di Lorito 24, di Bartolomeo (40), il magnifico Venceslao de Sanctis (40), i de Caro, già armentari nel Salernitano, a Pianella figurano detentori di un banco di famiglia e non più armentari, pur richiamando nel loro Palazzo seicentesco la simbologia rappresentata nei piedritti sotto le paraste, raffigurante due teste di ovini; da tempo i de Caro avevano abbandonato la pastorizia, così si desume dal Catasto di Pianella del 1746. Nel XIX secolo si segnala per Castellana l’attività casearia degli Obletter, come riportato dallo studioso Cav. Camillo Macchia nella pubblicazione sull’allevamento degli ovini nel circondario di Chieti nella seconda metà dell’Ottocento.

La fonte più consistente della ricchezza consisteva nel possesso delle pecore: i Pardi, i de Caro, ed altre famiglie pianellesi, poggiavano la loro ricchezza sui prodotti dell’allevamento delle pecore, che svernavano nelle terre padronali, nei terreni comunali e nelle terre non ancora seminate.

La lana, il latte, il formaggio, gli agnelli, la carne rappresentavano una fonte d’eccellenza di reddito, su cui poggiavano tutte le altre attività mercantili ed artigianali.

Sicuramente i pastori semistanziali, a Pianella, praticavano la preparazione del formaggio, l’uso di conservare la carne essiccata al sole (la muçesthje) e la cottura di carne ovina su spiedi di legno (le rrustolle).

Il Fisco riscuoteva la fida dopo l’8 maggio, perché i pastori, a quella data avevano venduto la lana, il formaggio, gli agnelli, mentre per le casse comunali, una pecora veniva tassata tre carlini l’anno.

Le terre, soggette a stucco non potevano essere lavorate fino al 25 marzo; negli stucchi potevano pascolare soltanto le pecore composte da almeno 100 pecore.

Da qui il detto popolare “à stuccate”, la pecora ha oltrepassato il terreno soggetto a stucco.

Moltissimi erano i pastori originari della montagna abruzzese; sono stati rinvenuti alcuni lasciapassare (passaporti del XIX secolo) di pastori di Castel di Sangro, che si spostavano in Capitanata, nello Stato Pontificio e nelle Marche per affari commerciali; nei lasciapassare erano registrati il colore dei capelli, la forma del naso, l’altezza, l’età presunta ed altri segni somatici.

I pastori interagivano con i ramai e ferrari di Guardiagrele e Castel di Sangro, con gli orafi dell’Altipiano delle Rocche, presso cui scambiavano, col baratto, la presentosa e le sciacquaje da offrire alla sposa o alla moglie al rientro, nel mese di settembre a fine transumanza, e il cornetto rosso di corallo per il figlioletto appena nato; con gli ombrellai di Secinaro, con i seggiari di Montebello di Bertona, con i coltellai di Loreto, di Guardiagrele e di Colonnella, con i ferrari costruttori di fucili, con i produttori dello zafferano della Piana di Navelli, con i pannifici di Taranta Peligna, con i mugnai e gli oliari (lu hjarale) della collina per rifornirsi di olio e farina.

Inoltre, barattavano con gli artigiani del legno (fusari) di Pretoro (fusi, conocchie, forchette, cucchiai di legno, arcolai, pettini e telai per tessitura), con i vasari di Castelli, Rapino, Torre de’ Passeri, Anversa.

Della pecora si tesorizzava tutto: la lana, il latte, il siero, il formaggio, gli agnelli, la carne; la pecora rappresentava un tesoretto per gli armentari, proprietari del gregge, e dei pastori custodi degli animali.

Della lana, pensiamo all’indotto artigianale delle donne che filavano e tessevano in casa, al commercio dei panni di lana dei mercanti fiorentini e fiamminghi, alle attività sartoriali, ai corredi da sposa, alla biancheria di uso comune.

La montagna, la collina, la costa erano continuamente trafficate lungo le strade tratturali, la Via dei Butteri, che dalla Scafa di Villanova e di Rosciano, lungo il torrente Nora, raggiungeva Forca di Penne per arrivare nella Piana di Navelli ed in Umbria. Vi trafficavano briganti, mercanti, pellegrini, monaci, pastori, boscaioli, carbonari, mugnai, agricoltori, cercatori di funghi, di castagne, di frutti di bosco, di erbe aromatiche ed officinali.

Oggi paesi che una volta contavano 1000-2000-3000 abitanti, oggi questi contano qualche centinaio con tutte le conseguenze negative che impoveriscono la montagna.

La letteratura (d’Annunzio), la fotografia del primo Novecento (Michetti, Celommi), la pittura tradizionale e quella su ceramica, la filatelia hanno rappresentato le forme artistiche più frequenti con le quali una certa iconografia abruzzese si è fatta conoscere in Italia ed in Europa.

La pastorizia ha rappresentato per millenni una delle maggiori fonti di sostentamento dell’umanità.  L’uomo deve prendersi cura della montagna, gli ecosistemi vanno salvaguardati: in tempi di cambiamenti climatici è la prima sentinella di osservazione.

L’appuntamento è per questa sera alle ore 21.15 presso largo Teatro a Pianella.

L’evento è patrocinato dal Comune di Pianella nell’ambito della manifestazione “Settimana della Cultura” della Terza Età.

Bibliografia

Eliseo Marrone, Il granaio d’Abruzzo…, Pescara, 2012.

Camillo Macchia, Gli ovini nel circondario di Chieti, Chieti, 1881.

‒‒, Una gita alla Majelletta, nel 1875, S.l. [S.d.].

Fonti archivistiche: ASPE, Notaio Daniele Buccieri, b.275, 3 ottobre 1742.

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