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LA RUPE DELLA SPOSA INFELICE

ANTONIO MEZZANOTTE.

Si dice e si racconta che in cima al colle di Gissi, nella valle del Sinello, vi fosse un gran castello il cui signore tanto tristo e torvo era che sembrava avesse venduto l’anima al diavolo. Altri sostenevano che il demonio in persona personalmente era venuto ad abitare in quel luogo. Di contro, questo bieco individuo aveva una figlia non solo bellissima, ma anche di animo gentile e caritatevole verso i poveri ed i bisognosi.

Accadde, quindi, che il figlio di un barone alleato al castellano per sfuggire ai propri nemici, che gli avevano sterminato la famiglia, chiese ricovero al castello e l’arcigno signore glielo concesse. Conosciuta la ragazza, se ne innamorò, ricambiato. Trascorsero giorni lieti e sereni, ma i due giovani si premunivano nel nascondere il loro amore al padre di lei, che sarebbe stato capace di appendere il giovane ai merli del castello se solo avesse intuito la relazione tra i due.

I nemici del ragazzo, però, vennero a scoprire che egli si nascondeva nel castello di Gissi, così architettarono un piano per avere la meglio: il figlio del loro capo chiese al castellano la mano della ragazza. Il padre acconsentì, senza nemmeno sentire la giovane, che seppe delle nozze combinate qualche giorno prima della cerimonia. A nulla valsero i pianti della poverina presso la madre. Il giovane innamorato, da parte, sua, si rinchiuse in un desolato silenzio. Ormai era tutto deciso.

Il giorno delle nozze, tra gli invitati, fu notato un uomo vestito di un’armatura, l’unico che non indossasse l’abito delle feste. Al culmine della cerimonia, nel momento stesso in cui la sposa, pallida, tremante, estenuata, si accingeva a firmare il contratto di matrimonio, quell’uomo che indossava l’armatura diede un grido disperato e si dileguò, mentre la ragazza svenne, avendo riconosciuto l'amato giovane.

Il malvagio sposo, che aveva previsto tutto e conosceva l’identità dell’uomo, ordinò che il ponte levatoio restasse sollevato e lanciò i suoi sgherri all’inseguimento.

Passò qualche giorno senza che nulla accadesse, la giovane sembrò riprendersi e lo sposo, ormai marito, decise che era l’ora di mettersi in viaggio per tornare al proprio paese.

Mentre il corteo prendeva il sentiero che si dirigeva nei pressi della ripida rupe che da Gissi guarda a tramontana, la ragazza in cuor suo pensava sempre al giovane che aveva amato e che amava tutt’ora, quand’ecco che un fantasma spaventoso, tutto lordo di sangue, apparve sulla via, afferrò la giovane alla vita e in un baleno piombò nell’oscurità di quell’abisso trascinandola con sé. I cavalli del corteo, spaventati, si diedero alla fuga, trascinando i cavalieri…

E non si seppe più nulla.

Il giorno dopo, alcuni pastori trovarono un velo bianco pendere da una ginestra in fondo alla valle del Sinello, ai piedi del burrone.

Narrarono poi d’aver visto verso la mezzanotte due bianche figure evanescenti, che risalivano il dirupo per poi sparire, come nebbia, nel cielo, trasformandosi in due pallide fiammelle che guizzavano un poco e si perdevano, infine, nell’immensità della notte.

Erano i due giovani amanti.

Il ragazzo fu trovato morto nel fossato del castello, ucciso.

Chi ne vuol sapere di più, può trovare questa storia completa (con il titolo originale "La rupe della zita") nella raccolta Fiabe abruzzesi, che Domenico Ciampoli, scrittore originario di Atessa, trascrisse dagli abitanti del luogo e pubblicò nel 1880. Il castello di Gissi è esistito fino agli inizi del 1700, quando crollò. Si racconta che era costruito in gesso, come tutto il paese, e che nelle notti di luna fosse ammantato di un tenue chiarore a causa dei riflessi della selenite.

(Nella foto: Gissi - CH)

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