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LA MADONNA DELLA MISERICORDIA A CHIETI

ANTONIO MEZZANOTTE.

Dice e racconta l'Avv. Girolamo Nicolino, vissuto nella Chieti del XVII sec., che la peste bubbonica arrivò in città il 4 agosto 1656. A portarla, da contagiata, pare che fu una donna di Giuliano Teatino.

Com'è e come non è, da quel momento e per i quattro mesi seguenti fu una finazione di mondo. Solo per avere un'idea di quello che accadde con la pandemia di allora: dodici anni prima, nel luglio 1644, quando Ferrante Caracciolo di Santobono comprò all'asta Chieti, vennero conteggiate 2000 famiglie fiscali, circa 10000 abitanti. Al termine della pestilenza, invece, si stima che tra morti e fuggiti dalla città, mancava all'appello metà della popolazione. In ogni caso, fu una strage.

Che poteva fare il popolo teatino di fronte a "che la sorte di sfraggelle", per usare le parole di Modesto della Porta? Non trovando rimedi, nel caos totale, dinnanzi all'impotenza delle Istituzioni (le Autorità, benvero, istituirono lazzaretti, limitarono la circolazione con dei cordoni sanitari con l'intento di fermare il contagio - lockdown e zone rosse che abbiamo vissuto recentemente non sono novità - ma invano), col morbo che sembrava inarrestabile mietendo decine e decine di vittime ogni giorno, a un certo punto il Camerlengo don Filippo de Letto in persona personalmente (ossia il Sindaco del tempo) propose un'unica soluzione: affidare la città alla Madonna!

"Alma Madre del popolo teatino, liberaci dal morbo, misericordia per i figli Tuoi": questa sarà stata la preghiera che con salmodiante e struggente fervore si levava dalla solenne processione che si svolse in città l'8 settembre 1656, giorno dedicato da sempre alla nascita della Beata Vergine Maria.

Passarono quattro mesi d'inferno. Poi, d'incanto, improvvisamente come era arrivata, altrettanto improvvisamente la peste cessò: era il 7 dicembre 1656, vigilia della Concezione di Maria.

La Vergine Santa aveva avuto pietà del popolo teatino e, a mo' di ringraziamento e in ricordo di quegli eventi, venne edificata la chiesetta intitolata proprio alla Madonna della Misericordia, probabilmente a opera dei Padri Crociferi (ossia dell'Ordine di San Camillo De Lellis), che utilizzarono l'edificio come ospedaletto extra moenia e xenodochio.

Ritroviamo la chiesa ancora oggi, sita a mezza costa tra la città storica e lo Scalo, lungo il crinale che corre parallelo al Fosso di Santa Chiara. Facciata intonacata con profilo a doppio spiovente, finestrelle basse e oculo centrale, timpano sorretto da due colonne che delimitano il portale. Il campanile è in laterizio parzialmente a vista. L'interno è ad aula unica con cappelle laterali.

Si suol affermare che per riconoscenza alla Madonna, che liberò Chieti dalla peste, nello stesso periodo sarebbero state edificate altresì le altre chiese rurali che fungono da corona alla città: in realtà, tutte quelle chiesette erano già preesistenti all'epidemia, alcune come semplici cappelle, e nella ripresa economica e sociale che seguì la pestilenza esse furono ingrandite e adattate al nuovo gusto barocco.

È probabile che anche nel luogo ove si eleva la chiesa della Misericordia un tempo sorgesse un qualche sacro edificio, legato, però, al culto di Sant'Eufemia (una statua della quale è esposta tutt'oggi nella chiesa).

Si dice e si racconta, infatti, che l'acqua del pozzo scavato nei pressi della chiesetta, detto appunto "pozzo di Sant'Eufemia", abbia la proprietà miracolosa di far tornare il latte alle puerpere e che ad essa ricorrevano tutte le donne delle campagne di Chieti.

Allora, la chiesetta della Madonna della Misericordia diventa punto identitario di questa porzione della città, da riscoprire e da tenere sempre in gran conto, così come tutte le chiesette rurali di Chieti, perché espressione della storia e della coscienza collettiva di questo articolato e composito territorio.

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