
di Antonio Mezzanotte
Si dice e si racconta che se vi incamminate lungo i pendii che da Guardiagrele scendono verso la vallata della Venna, poco dopo l’abitato di Filetto (CH), la storia decida di fare uno di quei soliti dispetti abruzzesi: sfilarsi la veste sontuosa del grande monumento e mettersi a parlare a bassa voce, in mezzo alle campagne.
Succede nella contrada Viano, un pugno di case coloniche immerse tra le geometrie ordinate dei vigneti di Montepulciano e gli uliveti secolari che ricamano la collina. Sullo sfondo, immancabile sentinella, domina il massiccio della Majella, che sembra stare lì apposta per fare da orizzonte scenografico alle vicende degli abruzzesi.
È proprio a Viano che sorge la chiesetta della Madonna del Soccorso. Non aspettatevi il barocco ridondante o facciate da cattedrale metropolitana: la nostra, infatti, è una chiesetta di rude impianto medievale. Le prime attestazioni documentarie ne citano l’antenata nella chiesa di “Santa Maria in Biano” (così nella trascrizione dell'abate Ughelli) in una conferma dei privilegi concessi ad Andrea II, vescovo di Chieti, da papa Alessandro III il 28 settembre 1173. Circa un secolo più tardi la ritroviamo come abbazia di “Santa Maria di Viano” in un atto del 1287, al tempo del vescovo Tommaso da Monteodorisio, quello che fece trascorrere quattro anni dall’elezione alla consacrazione episcopale per mano di papa Onorio IV (segno di nomina contrastata) e che concesse al monastero l’amministrazione dei sacramenti. Si trattava di un monastero femminile con a capo una badessa dell’ordine di San Damiano, ossia delle clarisse (ce lo racconta l'avv. Girolamo Nicolino) e così lo troviamo ancora nella Ratio decimarum del 1324.
L’esterno si presenta con quell’architettura rurale essenziale e schietta che non si concede orpelli superficiali. Sulla facciata, delimitata da un campanile a vela, si apre un portico d’ingresso ad archi gotici, probabilmente trecentesco, ed è proprio qui che la cronaca si fonde con la suggestione: i cultori delle memorie antiche vi diranno, infatti, che la chiesa ha un’impronta legata addirittura ai Cavalieri Templari. Leggenda da affabulatori di paese? Chissà.
Certo è che a dare corpo alle congetture ci pensano le pietre stesse: sulle pareti si notano graffiti e incisioni. Chi ha la pazienza di aguzzare la vista vi riconoscerà enigmatiche sagome di sandali del pellegrino e simboli arcaici come il pesce e il pane.
Tuttavia, più che i crociati del Tempio (che qui in Abruzzo ormai sono come il prezzemolo, ossia un ingrediente per ogni minestra), questi segni incisi nella pietra richiamano passaggi devozionali, testimonianze lasciate da viandanti e pellegrini lungo le vie che collegavano la costa alla montagna ovvero lungo il tracciato del Tratturo Centurelle-Montesecco, di genti che sostavano nella chiesa durante il cammino e che, allora come oggi, restavano colpite dal color arancio delle pietre squadrate quando il sole di mezzogiorno illumina l’edificio.
Varcata la soglia, l’interno a navata unica conferma l’impostazione sobria delle chiesette rurali d’Abruzzo. Lo spazio è raccolto e sincero, dominato dall’altare con l’immagine sacra della Madonna col Bambino e una santa martire (lo desumiano dalla palma che reca in una mano), probabilmente santa Barbara, che regge un calice - simbolo del conforto dei sacramenti e dell’Eucaristia prima della morte - con dentro un fuoco da cui genera del fumo - che richiama il fulmine che incenerì il padre di Barbara dopo averla decapitata. Se quell’immagine è santa Barbara (come suppongo) la sua presenza può essere riferita soltanto alla protezione dai fulmini e dalle morti improvvise,.
Una lettura alternativa dell'insieme, però, che dia conto dei simboli del fuoco e del fumo, potrebbe portare a identificare l'immagine che affianca la Madonna anche in santa Lucia, che reca nel calice gli occhi del martirio (in verità, perì di spada), vestita di verde (simbolo di speranza e di rinascita) con il manto rosso del sacrificio della vita per la fede in Cristo. Anche la presenza di Santa Lucia si potrebbe spiegare non solo per la protezione degli occhi e della vista, ma anche per propiziare l'anno agricolo attraverso il legame con la luce, il fuoco e la rinascita solstiziale.
Com'è e come non è (lascio le interpretazioni delle immagini a chi ne sa di più), la figura della Santa martire richiama motivi molto presenti nella devozione popolare nelle zone rurali e, che vengono ripresi dallo speciale patronato della Madonna del Soccorso sulla terra di Viano, tradizionalmente invocata dalle genti della contrada a protezione dei raccolti e dalle avversità.
La teca con la statua lignea dedicata al culto della Vergine del Soccorso è collocata di fianco all’altare. Il soffitto a capriate sottolinea la rustica semplicità del luogo.
Una chiesetta che non pretende di gareggiare con la storia monumentale, ma che a saperla ascoltare, tra una folata di vento che scende dalla Majella e il fruscio delle viti di Viano, custodisce ancora intatta quella poesia minuta delle nostre operose campagne.
















