
di Remo di Leonardo
da LACERBA Mercoledì 14 ottobre 2026
Tra i maestri che hanno guidato la Banda di Cepagatti, un posto di rilievo spetta sicuramente ad Andrea di Fonzo, che la diresse dal 1922 al 1927 e successivamente dal 1932 fino al 1934. Questo articolo intende riportare al centro della memoria collettiva non solo il profilo del Maestro Andrea di Fonzo, ma anche quello di Ercole Emin Arcieri, musicante meno celebrato e tuttavia essenziale nella storia della Banda di Cepagatti.
Allievo di tromba di Luigi Marchetti, storico direttore della celebre Banda “Diavoli Rossi” di Pianella, di Fonzo scoprì a dodici anni la passione per il flicorno baritono e passò poco dopo al trombone tenore. Con quest’ultimo strumento si affermò sia come esecutore sia come insegnante in diverse scuole musicali italiane. La sua direzione segnò per la Banda di Cepagatti una fase di forte crescita tecnica e artistica. Prima di mettere la sua esperienza al servizio dei complessi bandistici abruzzesi, di Fonzo era stato infatti uno strumentista di grande valore, arrivando a suonare nell’orchestra del Teatro alla Scala sotto la prestigiosa bacchetta di Arturo Toscanini.
Sotto la sua guida si formò una cerchia di musicisti caratterizzati, per l’epoca, da grande rigore tecnico e qualità artistica: musicanti capaci di mantenere viva una tradizione che avrebbe dato prestigio a Cepagatti anche nei decenni successivi. Di questa cerchia faceva parte Ercole Arcieri, interprete del basso tuba in Si bemolle. Figura centrale per la tenuta ritmica e armonica dell’orchestra, Arcieri rappresentava le fondamenta stesse della banda: sostenere il suono del contrabbasso a fiato sotto la direzione di un perfezionista come il Maestro di Fonzo richiedeva precisione assoluta e piena padronanza musicale.
All’epoca, come oggi, le bande affrontavano lunghi e faticosi servizi a piedi durante processioni e sfilate in piazza, spesso sotto il sole cocente o su strade sterrate. Portare a spalla per ore un colosso d’ottone come la tuba, senza perdere fiato né rigore ritmico, richiedeva forza fisica, resistenza e una passione fuori dal comune. Ercole Arcieri non era quindi solo un musicista, ma un vero pilastro del complesso bandistico. Nelle trascrizioni d'opera che la banda eseguiva in cassa armonica (tra cui capolavori di Verdi, Puccini e Rossini), il ruolo del basso era cruciale per dare profondità e colore a tutta la sezione degli ottoni, dialogando costantemente con bombardini e tromboni.
A ricordare questa profonda amicizia umana e musicale tra di Fonzo e Arcieri è stato, nel 2008, il nipote Massimo Arcieri — grande cultore della musica popolare e del canto folkloristico abruzzese — attraverso un articolo oggi esposto all'interno del percorso museale del Palazzo della Cultura di Pianella, allestito dalla professoressa Mira Cancelli. Nel consultare articoli e ricerche per la stesura del presente contributo, ho spesso trovato citati ed elogiati i maestri e i solisti delle bande musicali, mentre restano in ombra molti bravi musicanti dell’organico di base, come Ercole Emin Arcieri. In un elenco dei componenti della Banda Opera Nazionale Balilla di Cepagatti del 1939 compaiono anche Isacco e Antonio Arcieri. (1) Purtroppo, oggi non disponiamo di una foto certa di Ercole Emin Arcieri. Nelle due immagini pubblicate della Banda di Cepagatti con il Maestro di Fonzo, datate 1922 e 1927, potrebbe trovarsi tra i suonatori di basso tuba; tuttavia, mio malgrado, finora non sono riuscito a individuarlo con sicurezza.
Ecco di seguito un estratto dell’articolo:
Raccontando “Lu Mastre ‘Ndrijucce”
“Con il 29 dicembre dell’anno 1962, insieme alla salma di mio nonno scendevano nella tomba anche alcuni personaggi veri, che avevano fatto parte della vita avventurosa e tribolata del mio avo paterno. L’attività preminente e qualificante di Ercole Emin, appunto mio nonno, era quella di musicante: il suo basso tuba in Si bemolle aveva sparso il proprio suono un po’ dovunque in Abruzzo e, forse, anche altrove. […]
La grande Prima guerra mondiale aveva forgiato per bene i giovani nati a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Il mestiere andava imparato con cura per avere diritto a una ricompensa che assicurasse la sopravvivenza propria e della famiglia. Buoni musicanti erano richiesti nelle bande, ma ancora più stimati erano coloro che, per maestria e istruzione, diventavano maestri, direttori e concertatori. Il personaggio che voglio ricordare è uno di questi: il maestro Andrea di Fonzo, amabilmente chiamato “Lu Mastre ’Ndrijucce”. Dirò di lui solo ciò che può riferirsi alla mia esperienza personale, avendolo incontrato alcune volte, in occasioni specifiche, nel mio paese: Cepagatti, durante la mia fanciullezza.
Erano i giorni degli annuali feste patronali nel mio paese, negli anni che concludevano il periodo post bellico degli anni ‘50. La nostra abitazione posta quasi sulla piazza principale del paese, permetteva a mio nonno, seduto davanti casa su una sedia da cucina, impagliata con rafia, di poter ascoltare l'esecuzione della banda di turno che, nelle vicinanze piazza si esibiva sulla tradizionale cassa armonica. Di tanto in tanto una boccata di fumo fuoriusciva dalla sua pipa di terracotta e, tra un brano musicale e l'altro, con aria soddisfatta mandava giù un bel bicchiere di vino rosso. Questo era quanto la festa patronale riservava, allora, ad un anziano costretto, suo malgrado, non su una carrozzella (al tempo erano rarissime) ma su una normale sedia per una terribile incurabile affezione ai piedi e alle mani chiamate in dialetto “la pulacre”.
Il pensiero dell’immobilità quasi assoluta, per tutti i giorni dell’anno, per tutte le ore del giorno, per ogni minuto di un’esistenza di grande tribolazione, si stemperava e quasi svaniva in quelle pochissime ore in cui suonava la banda. Poteva bastare? Forse no. Ecco allora la carità divina, sotto forma dell’amico, del maestro, dell’uomo buono che partiva puntualmente dalla sua Pianella per vivere con il compagno di tante avventure quelle poche ore di trastullo musicale, nelle quali rivivevano insieme le emozioni di tante esecuzioni. “A ’rrivate lu mastre ’Ndrijucce, purtetije ’na sigge!” Allora, e solo allora, la festa patronale era davvero festa per mio nonno. Aspettava un anno intero per tirar fuori dal cuore tutto l’affetto e l’ammirazione che nutriva per il maestro Andrea di Fonzo.
Il maestro, da parte sua, riservava allo sfortunato amico tutto il tempo che trascorreva a Cepagatti. Forse riceveva anche il saluto e l’omaggio di altri musicanti, insieme a cortesi inviti a recarsi nelle loro case, ma con estrema signorilità e umiltà rifiutava per restare a chiacchierare con Ercolino, noto nelle bande, anche in quella famosa dei Diavoli Rossi di Pianella, con il nomignolo di “Pricoche”: epiteto affibbiatogli per un naso voluminoso e dai colori così vivi da far pensare al frutto del pesco, in forma dialettale detto ancora oggi “pricòca”.
Grazie, maestro: sicuramente godrà di una riconoscenza incondizionata e, ogni qualvolta si parlerà della sua persona, sono certo che la storia le avrà riservato una memoria molto lunga. Ai suoi indiscutibili meriti musicali aggiungeremo quel riconoscimento di grandissima umanità, dote che il tempo non riuscirà mai a rendere polvere.”
Cepagatti settembre 2008
Massimo Arcieri
Note:



Foto d'archivio















