La democratizzazione della Poesia nella contemporaneità

MARCO TABELLIONE.

07 febbraio, 2022- Cultura.

Davide Rondoni, uno dei maggiori poeti contemporanei, ha detto che la poesia come arte non morirà mai né potrà morire, poiché essa non è solo un fenomeno culturale, è anzitutto un fenomeno antropologico. Ciò vuol dire che la poesia fa parte dell’uomo, della sua natura, e dunque la sua esistenza non potrà mai venire messa in discussione. Tuttavia non è difficile riscontrare la condizione di sempre più maggiore marginalità che la poesia è costretta a vivere, soprattutto in una contemporaneità in cui le forme di espressione e comunicazione si sono moltiplicate, grazie anche agli incredibili progressi tecnologici a cui l’uomo ha dato vita. La poesia in poche parole resterebbe un fenomeno di nicchia, un mezzo di espressione legato alle élite, in cui spesso coloro che leggono e consumano poesia sono a loro volta poeti, e dunque sottoposti ad una limitante autoreferenzialità. E’ rimasto da questo punto di vista tristemente noto il discorso che Montale fece ricevendo il premio Nobel e chiedendo se avesse ancora senso parlare di poesia nell’epoca contemporanea.

    Eppure nonostante la visione pessimista di Montale bisogna dire che invece ha ancora molto senso parlare di poesia oggi, soprattutto se si tiene conto di un dato quantitativo che non va trascurato: il numero delle pubblicazioni di poesia e di premi dedicati alla poesia è andato via via aumentando. E’ pur vero che molti critici considerano questo dato deludente, o meglio ancora quasi una prova della decadenza della poesia nel tempo presente, perché tanti libri e tanti premi non sarebbero una garanzia di qualità, la quale invece sarebbe inevitabilmente decaduta nelle pubblicazioni odierne. Ma sempre tenendo presente la riflessione di Davide Rondoni, occorre esaminare da vicino questo fenomeno di amplificazione numerica della poesia contemporanea, che molti addirittura considerano negativa. A ben vedere esso non può essere considerato negativamente, perché ogni esperienza che ha a che fare con la poesia va ad alimentare la persistenza e la sopravvivenza di quest’arte non solo nei singoli ed elitari cultori, ma anche nel resto della popolazione, tra la gente che vive e lavora.

    L’inflazione di pubblicazioni e di premi dimostra una condizione di democraticità che evidentemente la poesia ha conquistato e che forse sta riguardando anche altre arti, si pensi al teatro e alla diffusione della pratica teatrale come laboratorio di espressione, o addirittura come esperienza terapeutica.

    E’ una fase questa del teatro e quella della poesia, che potremo definire popolare, nel senso che trova la sua realizzazione non tanto nella produzione di capolavori destinati ad eternarsi - e che tuttavia non smettiamo mai di auspicare e che magari stanno covando nel cassetto di qualche solitario cultore - quanto in una produzione endemica, anonima, quasi una geografia poetica che tende a sostituirsi alla storia della poesia. Dunque non grandi autori che potrebbero assicurare al nostro paese magari un premio Nobel, ma una miriade di piccoli autori, la maggior parte a volte dilettanti della poesia, che però contribuiscono a tenere accesa la poesia presso la comunità.

    Se non ci fosse questa produzione capillare, che oltretutto è capace di riservare sorprese e momenti di profondità ed eccellenza, allora davvero dovremo ritenere fallita l’esperienza della poesia, finita in una fase epocale come la nostra. Invece no, la poesia sopravvive nel lavoro appassionato, meticoloso, ma inevitabilmente di secondo piano di tanti autori sconosciuti, che consentono all’arte delle parole di mantenersi viva. Non è un caso, del resto, che, ritornando al premio Nobel, l’ultimo assegnato ad un italiano sia andato non ad un letterato puro, ma a Dario Fo, autore sì, ma soprattutto teatrante, animale cioè da palcoscenico, non da scrittoio. Ciò vuol dire che siamo in una nuova fase, in un fase nella quale la produzione eccelsa e irripetibile di un Mario Luzi, ad esempio, è purtroppo misconosciuta dai più, a volte neanche il suo nome viene ricordato, eccezion fatta per i letterati di professione (i quali tra l’altro hanno gridato alla scandalo proprio perché non fu Luzi a vincere il Nobel o altri grandi letterati puri come lui).

    Insomma oggi la poesia è questa, è l’opera diffusissima di poeti che la frequentano in maniera per così dire non diretta, non professionale, ma che tuttavia danno il loro contributo sia alla sopravvivenza di quest’arte, sia, perché no, alla sua evoluzione. Come studiosi di poesia abbiamo in effetti il dovere di offrire la nostra esperienza di attenti lettori a chiunque si impegni, a tutti i livelli, nella pratica poetica, dagli alunni delle scuole, ai praticanti del dialetto, fino ai poeti che potremo dire della domenica, che tuttavia riescono attraverso la poesia a vivere istanti di spiritualità che altrimenti andrebbero perduti.

    E’ questo infatti l’effetto più importante di questa difesa della copiosa e minore produzione poetica odierna. Tramite l’oceanica opera di coloro che nei momenti particolari si dilettano a vergare sulle pagine le loro sensazioni, le loro idee, i loro sentimenti, grazie alla loro solerzia e al loro dedicarsi ad una pratica antichissima, si mantiene ancora vivo lo scopo della poesia, che rischia di andare perduto, proprio a causa del destino elitario che la poesia ha sempre avuto. Si mantiene cioè forte e vivo il ruolo fondamentale della poesia, che è quello di fomentatrice di civiltà, di strumento fattore di progresso spirituale, di evoluzione dell’animo, compito che purtroppo nella contemporaneità ha assunto tratti quasi escatologici, apocalittici.

    Di fronte alla violenza incalzante non solo della scena internazionale ma anche della ribalta sociale, i piccoli cultori di poesia, nella loro ingenuità e nel loro caparbia ostinazione a registrare i momenti di spiritualità, danno l’unica garanzia, o comunque una delle poche, della difesa dei valori dell’umanesimo e della difesa del destino spirituale dell’uomo, quello che fece affermare al grande Dante: “Fatti non foste per vivere come bruti ma per seguitare virtù e conoscenza”.   

Dal Catalogo del Premio Nazionale di Lettere, Arte e Scienze - Premio di Poesia G. Porto Ed. 2017.

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