La Cena del Purgatorio a Carunchio (Ch)

ANTONIO MEZZANOTTE.

Si dice e si racconta che un nobile cavaliere attraversava a cavallo la Valle del Treste, questo straordinario pezzo d'Abruzzo posto quasi al confine con il Molise. Com’è e come non è, accadde che fu costretto a fermarsi poiché al cavallo si era rotto uno zoccolo. Pare che, allora, il nobiluomo, affranto, esclamò: “Caro unghio del mio cavallo!”. L’animale purtroppo morì e gli venne data tosto solenne sepoltura. Il cavaliere (rimasto senza cavallo), fondò un villaggio nei pressi della tomba dell’amato destriero, al quale, in sua memoria e dell’incidente occorso, diede il nome di “Carunchio”.

In verità, il toponimo sembrerebbe derivare da “carunculum”, diminutivo di “carunca”, ossia “carrunca”, che potrebbe significare sia aratro, sia terreno arato ed ha origini precedenti all’anno Mille, quando l'abitato era probabilmente situato più a valle, forse in località Taverna.

L'impianto urbanistico di Carunchio segue l’andamento del declivio e dalla sommità del colle, su cui svetta imponente la monumentale chiesa di San Giovanni Battista con l’alta torre campanaria (il sagrato è uno scenografico balcone panoramico verso le terre del Molise), si scende a cerchi concentrici in un dedalo di viuzze fino alla Piazza Vittorio Emanuele, nella quale troviamo la chiesa di Maria SS. Incoronata, altrimenti detta “del Purgatorio” (un tempo collocata extra moenia, ossia fuori le mura, forse con funzioni cimiteriali).

Facciata a capanna, portale medievale a sesto rialzato con colonnine tortili, rosone, campaniletto a vela ed una data, 1504, incisa sull’architrave (a ricordo di una lontana ristrutturazione). La lunetta, in legno, riproduce l'Ultima Cena.

È il coro, con volta a crociera di probabile derivazione cistercense, a suscitare attenzione e curiosità per la presenza di un grande ciclo di affreschi (autore ignoto, risalente forse alla seconda metà del Quattrocento), rappresentante scene della Passione di Cristo, ben scandite da finte colonnine, cornici e fregi.

Ci sono varie scene che meritano rilievo. In primo luogo il riquadro della Via Crucis con raffigurato un soldato dalla spada sguainata, che dovrebbe essere una delle guardie romane che accompagnano il Cristo. A dire il vero, di romano ha ben poco: la bella e bianca armatura integrale munita di cotta in maglia metallica ed elmo aperto, la forma della spada, i gambali ci propongono un tipico milite tardo – medievale (nonché un richiamo alla lavorazione del ferro, per la quale Carunchio in passato era molto noto), così come gli altri due della scena dell'Arresto di Cristo in prossimità della finestra a destra, che però hanno l'armatura di colore grigio, come anche i soldati a cavallo del dipinto che occupa la parte superiore della parete di fondo.

Quest'ultimo, probabilmente, doveva contenere la Crocifissione e si notano sia tre personaggi che giocano ai dadi per attribuirsi a sorte la tunica di Cristo, sia una Madonna addolorata, ai piedi della Croce: molto bello è il disegno del personaggio che con una mano tocca la spalla della Vergine, a mo' di consolazione per la morte del Figlio.Il ciclo di affreschi si conclude con Gesù risorto, in alto sulla parete di destra.

Un riquadro che desta ragionata meraviglia è quello dell’Ultima Cena, con cui idealmente ha inizio la lettura di questi affreschi (lato destro, al di sotto della Resurrezione). Intorno ad un tavolo coperto con una bianca tovaglia, sono riuniti Cristo, al centro, e gli apostoli: Giovanni, come al solito col capo reclinato sul petto di Gesù, Giuda, di fronte e isolato, con il sacchetto dei trenta denari (prezzo del tradimento), i pani, i pesci, l’ampolla del vino. Oltre agli apostoli, sullo sfondo si notano altri due personaggi: un uomo con cappello e una donna dai lunghi capelli che reca in mano un vasetto. L’uomo, di profilo, copricapo, abiti e pettinatura quattrocentesca, potrebbe essere il finanziatore dell’opera, ovvero lo stesso artista.

Sulla donna, invece, si è posto più di un dubbio: potrebbe essere Maria Maddalena, per via dell’ampolla degli unguenti che reca tra le mani? E che ci fa la Maddalena all’Ultima Cena? Allora si tratta della Cena di Betania a casa di Simone il lebbroso, quando una certa Maria di Betania (così la indica l’evangelista Giovanni, ossia la Maddalena, come in passato veniva tradizionalmente identificata – oggi però si tende a distinguerle) si avvicinò a Gesù con un vaso di alabastro e gli versò sul capo un olio profumato e prezioso? Se così fosse, ci troveremmo dinnanzi ad un’opera unica nel suo genere, altro che Dan Brown ed il suo Codice da Vinci!

In verità, sono presenti vari elementi per affermare che si tratta proprio dell’Ultima Cena di Gerusalemme, quella del Giovedì Santo per intenderci, e non della Cena di Betania. Personaggi estranei alla cerchia degli apostoli, infatti, sono sempre stati raffigurati in opere dal medesimo tema: servitori che portano le vivande, spettatori, committenti, religiosi. Inoltre, la presenza di Giuda con il sacchetto del denaro pagato dai sacerdoti per tradire Gesù, già isolato e messo da parte dagli altri Undici, ci riporta proprio a quel momento in cui il Cristo sta per annunziare il tradimento dell’amico.

Epperò a scombussolare le carte ritorna ancora Giovanni Evangelista, il quale con riferimento all’episodio di Betania prosegue riportando il commento di disappunto proprio di Giuda Iscariota, secondo cui versare quell’olio prezioso sul capo di Gesù era uno spreco, in quanto si sarebbe potuto vendere, ricavandone almeno trecento denari da donare ai poveri.

Allora, sorge il dubbio che non debba essere la donna con il vasetto a focalizzare l'attenzione (chiunque essa sia), quanto, piuttosto, la scarsella in mano a Giuda, che allude non solo alla funzione di tesoriere che egli ha nel gruppo dei Dodici, ma anche, e soprattutto, alla sua visione alquanto profana ed utilitaristica della missione di Gesù, e che serve proprio per identificarlo alla riprovazione del popolo dei fedeli, sia che si tratti della Cena di Betania (improbabile), sia dell’Ultima Cena (ma queste sono speculazioni di lana caprina che piacciono a noi contemporanei, i quali, diversamente dall'ignoto artista di Carunchio, siamo abbastanza a digiuno di Sacre Scritture).

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