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COLA DI BERVICACCIO - UNA STORIA DEL MEDIOEVO TERAMANO

ELSO SIMONE SERPENTINI.
Il libro narra di una serie di vicende ambientate nel teramano, che vedono come protagonisti banditi dalla proverbiale audacia: tra bande di fuoriusciti, "comitive" e compagnie di ventura, si snoda la vicenda umana di Cola di Bervicaccio che partecipa da protagonista ai principali fatti del suo tempo.

(DAL MIO LIBRO "COLA DI BERVICACCIO - UNA STORIA DEL MEDIOEVO TERAMANO Demian Edizioni, 2005)

A lo parlare agi mesura

Quando si conobbe a Teramo la fine di Angelo e degli altri, non si udirono per le strade che grida e lamenti. Ma nessuno osò pronunciare parole contro il Duca né alcuno osò rivolgersi contro gli Antonellisti. La città rimase per alcuni giorni attonita, sconvolta e non si ebbe alcuna reazione, nemmeno quando tornò il Duca nel suo palazzo e nemmeno quando furono riportati in città i poveri corpi dei tredici appesi alle forche, che erano stati lasciati a monito per due giorni.

Cola di Bervicaccio, quando apprese l'orribile fine dei suoi due figli, rimase anche lui attonito e muto. Restò senza parlare e senza mangiare per giorni e giorni, come se volesse lasciarsi morire. A chi gli si avvicinò per consolarlo, mostrò il suo corpo piagato, sfinito, quasi esanime.

- Senza il mio Angelo e il mio Antonio sono un uccello al quale siano state tarpate le ali - ripeteva.

Poi, nei giorni successivi, prese a dire a chi gli significava che un giorno i Melatinisti avrebbero dovuto prendersi la giusta vendetta contro Giosia:

- Che possiamo fare noi, che siamo spennati ? Siamo tutti come uccelli senza ali. Spennati come siamo, non possiamo certamente volare.

Un giorno seppe che Carmine, il capo dell'odiata fazione rivale degli Antonellisti, aveva fatto scolpire in pietra due teste di uomini di profilo, colle lingue trafitte da un compasso. Sotto aveva fatto scrivere un motto: "A lo parlare agi mesura", che voleva dire: "Stai attento a parlare". Poi aveva fatto murare quella pietra nella facciata della sua casa, sulla strada fra San Domenico e Porta Romana.

- Quella scritta - dissero più volte a Cola - si riferisce a tuo figlio Angelo, che fu perduto per avere detto a Giosia di Acquaviva "Chi ti ha fatto Signore di Teramo, ti scaccerà !"

A chi glielo diceva, Cola non replicava mai nulla, limitandosi a dire:

- Che volete che facciamo, noi che siamo spennati ?

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