
ANTONIO MEZZANOTTE.
Il Venerdì Santo del 1899 (era il 31 marzo e, al contrario di oggi, una bella giornata di primavera), durante la missione popolare predicata dai Passionisti, Rosciano visse una delle sue giornate più intense. Il paese intero — autorità, religiosi, popolo — partecipò alla grande processione penitenziale che prese avvio alle ore 12 in punto dalla chiesa parrocchiale e si concluse nel luogo allora chiamato il Calvario, appena fuori dall’abitato.
Lì venne innalzata una grande croce di ferro, simbolo duraturo della missione e della devozione collettiva. Si dice e si racconta che però qualcuno si oppose, non voleva assolutamente che quella croce fosse piantata e fece di tutto per impedirlo. Fu solo grazie all'intervento prodigioso attribuito a santa Eurosia, la venerata patrona di Rosciano, che si riuscì a fissare la croce.
Si potrà sorridere di questi racconti di rustica devozione, ma meglio la pietà popolare dei nostri antenati piuttosto che l'interessato fanatismo religioso di chi invoca Dio per benedire le bombe e le granate, e chi vuol capire capisca.
Com'è e come non è, quell’episodio, rimasto vivo nella memoria orale, segnò per sempre il rapporto tra la comunità e quel luogo, che ancora oggi conserva il nome di Largo Calvario.
Il racconto del Calvario di Rosciano l'ho trascritto in vari modi in alcuni miei libri (Ad Castrum Rosciani, viaggio nella nostra storia, 1999; Rusciane pahese me, tra poesia e folclore, 2001; Si dice e si racconta di chiese e paesi d'Abruzzo, vol. 1, 2023), quei testi sono stati utilizzati anche più volte dalle scuole del paese, ma alla fine della fiera il Calvario con la sua edicola, che conserva ancora il mattone con la data 1899, la croce e la Madonnina, probabilmente meriterebbe un maggiore riguardo, perché in fondo è dall'attenzione ai piccoli luoghi identitari che passa la continuità della nostra memoria come paese e come comunità.















